186

Quanto mi é cara questa cosa che manca
disfatta nell’evanescenza;
un falso messia é il vuoto in questo sole
e tu un affioramento di donna
e uomo.

Mi é caro questo che manca
se mi afferra
come la sabbia ha il mare
in un combattimento di sole
ritirate

come la pioggia ha il cielo
se si specchia,
l’erba la terra
anche quando é perduta
anche appena caduta.

Mi appartiene la tua assenza
come la preda ha il predatore,
come il canarino che s’ingabbia,
il sale il mare.

Nell’abisso vuoto
della desolazione,
dentro gli estremi del tempo
nei mari estremi
sfidando la bestia che sale

ti tengo vicina;
in questo sole
é mia questa tua sospensione.

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185

Ho amato, ancora amo di te l’impronta
il dio che non cambia
la sindone muta.

Ho smesso di amare il gesto
il vigore provvisorio
la vita che muta.

Ho amato, amo ancora di te
il silenzio
la vita che è muta.

Ho amato.

E ancora di noi non smetto di amare
l’immagine coatta dal tempo
lo scuto scheggiato e tagliente del rettile
dopo la muta.

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184 (Nostalgia)

Ricami vertebre di silenzio
nello spazio friabile
dell’esistenza.

Ti ho vista, nostalgia,
in un tempo di sogno!

Non eri fuori,
era impossibile raggiungerti;
certo non con queste mani.

Hai abitato uno specchio
di spalle riflessa
in un’ortodossia di luci;
lontana, non hai mai detto addio.

Ti ho sentita affidata all’assenza,
vissuta in una perdita
che è impossibile coniugare al presente.

Ti ho finta in cattività,
trattenuta da cento catene d’aria,
incerta di tremori, disertrice
di mille capogiri.

Nel sonno il tuo cuore mi toccava:
prigioniero picchiava in un setto
come la testa a un soffitto,
e tu zitta.

Da sotto e contro la mia pelle.

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183 (Confinamento)

In un passo entro
e sono sempre una nuova stanza.

In ciascuna indugio
sogno, m’incanto
nomino, scrivo,
casso ad ogni canto.

Issate all’intonaco finestre
paesaggi, passaggi inaccessibili,
parole incomprensibili:
il tutto che si elide.

Chiuso ascolto.

Sull’inguine si macera
un pene apolide.
La libertà fugace
trascorre fra le cosce.

Al tavolo i versi di una poesia
questa, le orme del rumore dei passi del caso
al di là della coscienza della notte,
che sia!

Imparo da capo le parole
scavo il solco.
Contumace il silenzio inabissa
un periplo di circostanza.

Mi masturbo all’idea bella di te,
e per un po’ s’allevia il peso
della prigionia sul bordo liscio del cesso.

Ma poi, oltre, al fondo, dentro
lo stesso suono doloroso:
orde, punte, scrosci; dio!
la stessa agonia.

Punge la renella nel piscio,
buca una granella di voci nella voce.

Tutto si coagula in un esordio.

Più non so se apocrifo
in me sia il canone
del piacere
o della sofferenza
il rituale di chi parla
o di chi tace.

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181

Affiorano dromedarie fra le dune
le colline sfinendo in un’inedia
di sabbia e luce l’amenorrea del sole;
diverge irrimediabile
l’endiadi dell’esistere:
una mole si allunga a ponente
in stigli d’ombra e sera,
l’altra cede.

La vertigine della spaccatura
traccia il discrimine;
corrobora il tempo l’immagine
di ciò che il tempo
ha fatto punto d’imperfezione.

Mentre l’amore celebra l’agóne
di un quotidiano congedo
l’aedo frena,
il dubbio è una voragine d’attesa
di ciò che è andato
e che è rimasto.

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