In un passo entro
e sono sempre una nuova stanza.
In ciascuna indugio
sogno, m’incanto
nomino, scrivo,
casso ad ogni canto.
Issate all’intonaco finestre
paesaggi, passaggi inaccessibili,
parole incomprensibili:
il tutto che si elide.
Chiuso ascolto.
Sull’inguine si macera
un pene apolide.
La libertà fugace
trascorre fra le cosce.
Al tavolo i versi di una poesia
questa, le orme del rumore dei passi del caso
al di là della coscienza della notte,
che sia!
Imparo da capo le parole
scavo il solco.
Contumace il silenzio inabissa
un periplo di circostanza.
Mi masturbo all’idea bella di te,
e per un po’ s’allevia il peso
della prigionia sul bordo liscio del cesso.
Ma poi, oltre, al fondo, dentro
lo stesso suono doloroso:
orde, punte, scrosci; dio!
la stessa agonia.
Punge la renella nel piscio,
buca una granella di voci nella voce.
Tutto si coagula in un esordio.
Più non so se apocrifo
in me sia il canone
del piacere
o della sofferenza
il rituale di chi parla
o di chi tace.