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Che il silenzio sia qualcosa da condividere, un segreto fra noi; per aggrapparsi alle cose, quelle rimaste, alle persone; per essere almeno quelle cose, quelle persone. Verginità e sesso, quiete e ricerca, stato dell’appartenenza contro desiderio d’appartenenza. La dispersione bisognosa del sesso a confronto dell’intoccata autosufficienza della verginità. Verginità e sesso come storia di una caduta, di uno smarrimento; e poi cercare non sai cosa, come una chiave e non ricordi, nella borsa; fabbricando da lì l’esistenza e l’abisso, allargando la distanza, allungandola come un elastico; e così insieme allontanarle, la chiave e l’esistenza, assottigliando di questa la lunghezza, fino a chiuderne il varco, la bocca muta. Ti vedo in campo lungo adesso, non accecato dalla vicinanza (la bocca è più aperta e le due parti simmetriche dell’ellissi distanti), con la possibilità di correre e raggiungerti in un luogo preciso che allora in presenza non c’era (ma significherebbe stringersi e di nuovo farsi muti). Essere insieme, poter andare, non potersi raggiungere se non in altro una volta che ci fossimo raggiunti, in un’idea che rimanga sempre incompiuta e che riverberi la vergogna del non essere in grado. Perché non è più forte, soccombe anch’esso, più o meno raro, e non per questo è più bella la nuova alba del desiderio nell’abituale dimenticanza; anzi più triste è la distanza del non poter tornare indietro perché la volizione è meno dell’incertezza, e niente si può amare che non faccia differenza, che non riservi un resto a questi corpi vulnerabili come frutti al becco degli uccelli, terre stanche alle punte affilate degli erpici. In questo senso la lontananza è il posto più familiare perché é il posto del desiderio. La lontananza è il luogo di tutte le cose, e noi un luogo d’incuria, ed esse invece la vita e la coscienza il tentativo delle cose di suscitare in noi la loro presenza. E così mi affanno a cercare la permanenza mentre costeggio la città, stretto come un fodero fra il centro e il parco di Villa Spada, diretto al santuario della Madonna. I desideri assediano una coscienza incapace al desiderio. Inseguo la chimera, ma sono io? sei tu? è maschio o femmina? Le persone salgono e scendono gli infiniti scalini, affamati di sesso o saziati, ma costantemente dimidiati nella propria passione e reciprocamente insoddisfatti dal timore e dall’incerta speranza di aver e non aver soddisfatto l’altro: una ragazza in neoprene come una bambola, operai neri sotto gli elmetti e dagli occhi vivi come la terra, una coppia più attempata nel gioco delle corse e dei silenzi, tanti altri, sudati in uteri da ginnastica o di pelliccia, silenziosi o parlando a se stessi in tono sommesso, con riverenza, come se al posto delle teste avessero gabbie di bengalini: pensieri segreti in alcove di cotone avvistabili da piccole finestrelle, pensieri come gocce d’acqua sulle nere fossette di un becco, sfregamenti su bianche anime di seppia. E passando ci sfreghiamo in un utero d’archi che è il portico di San Luca, per chilometri e come a folate di foglie primaverili al vento. E mi sento come una piccola capra che abbia salito i colli di Bologna e non sappia più scendere, o non voglia, e che le parole siano diventate coaguli difficili da mingere, cagli impossibili da mungere. Conservare un livido che non guarisca come qualsiasi livido, forse è possibile quassù e che almeno esso non passi, che si possa tenerne una certa confidenza, come una specie di chiave di accesso a se stessi, il marchio a un modo d’essere congeniale, alla sincerità di una qualsivoglia piccola sofferenza, alla possibilità di una cura. Avvicinarsi, incrociarsi, allontanarsi, intanto e ancora intanto, ciascuno nel tentativo di contenersi: nel sudore, nella saliva, negli occhi, e non potere per un principio d’incontinenza che è l’essenza stessa dell’essere in vita: che altro sia la morte se non l’intervallo di un tutto, di una massa informe che lasci crepe che rappresentino attimi, ricordi e qualunque genere di distanza, come le asole e gli strappi di un mastice fra le dita. Passi via e sei un crepa che si allarga, ti raggiungo e ne sei una inaridita in cui cadere o da riempire, per un po’; e io sono il pieno e il vuoto di un’unica massa informe che si muova (sui terreni aridi e crepati di un’estate di campagna, fra colline schiacciate l’una sull’altra come a terra lottatori di lotta greco-romana che si afferrino per la schiena e tentino di sollevarsi inarcando i lombi, il mio vuoto convalescente ha riempito la tua assenza). Questa sera, a Firenze, ho aiutato un signore, uno sconosciuto. Il mio corpo, tutto il mio volto, gli è passato vicino, più intimamente di quanto avrei potuto fare possedendo il tuo. Era caduto e se ne ne stava steso a metà fra la banchina e la porta aperta di una delle carrozze del treno, in procinto di partire. Un uomo riccio, dalla carnagione scura, con gli occhiali e una tuta da lavoro stava cercando di sollevarlo, senza riuscire. Il vecchio, cadendo, aveva battuto violentemente la testa; era confuso, le orbite e tutte le ossa del volto mi sono sembrate mute sulla sua bocca come tutte le parti di una scarpa (il buco del gambetto, la schiuma della linguetta, la schiuma del collare, la saliva dalla bocca). L’abbiamo tirato sù, con l’aiuto di qualche altro passeggero. Si trattava di un uomo pesante, dalla faccia tonda, con la testa pelata se non fosse stato per qualche ciuffo di capelli crespi e banchi sopra le orecchie e sulle tempie, un grosso neo appena sopra la fronte. Aveva l’odore e i vestiti dei vecchi, il cappotto di lana infeltrito, i pantaloni in velluto, le scarpe di cuoio con una vaga sagoma di piedi appena accennata, superficialmente impressa come un’anima sulla pelle: aspetto che strideva con quello del trolley moderno, blu e grigio, a scalanature, che si trascinava appresso faticoso come un cane. Ha rifiutato che chiamassimo l’ambulanza, nonostante le nostre insistenze e quelle del personale a bordo, di me che mi sporgevo sulla sua spalla grassa coperta da piccole scaglie di forfora bianca, sulle borse sotto gli occhi, illividite; aveva la mente annebbiata; ha avuto difficoltà a chiamare prima la moglie e poi il figlio perché andassero a prenderlo alla discesa del treno, a Pisa, come gli abbiamo ripetutamente raccomandato. Se ne stava sulla piccola sedia abbandonato come un cappotto, liquefatto, come se Apollo l’avesse tirato via dalle proprie membra e quel capo di vestiario fosse tutto quanto ne fosse rimasto. Partiamo e penso che per lui adesso l’incedere rumoroso del treno sia come il pazzo e stralunato andare di un cammello senza guida nel deserto che si tiri dietro tutto un caravanserraglio. Sono rimasto con lui per il tratto di percorso che unisce la stazione centrale di Santa Maria Novella al non più piccolo paese in cui risiedo, Lastra a Signa. Alla mia fermata, prima di scendere, gli ho sussurrato se stesse meglio e ho insistito con le raccomandazioni. Mi ha guardato, spaesato e forzatamente sorpreso, la pelle cornea e timorosa come una seppia, e mi ha bisbigliato con uno sguardo malinconico ma deciso “lo sa? lo dicono tutti che sono una roccia” restando in silenzio poi per alcuni secondi, come a stringere fra noi un contratto nel quale promettessimo di essere meno vergognosi dell’umanità che dell’impotenza; e io, salutando con un sorriso, un po’ indugiando, ho infine risposto solidale “certo, ma anche le rocce qualche volta…” e sono sceso, senza finire la frase, interrogandomi fino a dove l’equilibrio, la solidità siano risultati persistenti di volontà, e se e come, allo stesso modo, l’essere in vita sia una quantità misurabile di aderenza alle cose. E adesso chissà se quell’apertura che è una caduta, se quella distanza vicina fra noi e lui, fra sé e se stesso, si sia allargata e quanto: quel varco di tempo, quello strato di confusione, annebbiamento ma anche di prossima ignoranza e prossima dimenticanza fra le persone si sia espanso e quanto. Sentirsi così vicini, entrare nelle case, sbirciare una attimo su quella luce che illumina ciascuna delle nostre tavole quando rientriamo a sera, lasciando dimenticata la fragilità, negli affetti, perdendo la verginità, appartenendo, toccando corde così grosse, esposte e tese, in una comunione che è la vicinanza oltre la regola, nello sfregamento, nella frizione che apre al cosmo, al calore, allo stemperarsi del rappreso nell’indefinito, senza contorni, e quindi infinito; e invece poi più niente, non sapere più come parte, come si dirama, e gli unici fili che uniscano le nostre vite siano i cavi dell’elettricità inghiottiti dalla nebbia; e finire per solo domandarsi come conservare stretti i nostri di fili, una matassa di vene e arterie come una rete verso la pressione costante ma a termine dell’interno, quella variabile ed eterna dell’esistenza. Tornare alle nostre case, al proprio letto, scordando o ricordando a sorte che il silenzio è un lenzuolo bianco che abbiamo condiviso, su cui abbiamo fatto sesso, cosparso da una miriade d’insetti.

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steso sul letto, in un frenulo esausto di pensieri (una sorta di banchina di nomi, grida, confusione, concatenati in sistemi fisiologici di trazione; di fianco ad un comò di lapsus: come se le case fossero dei corpi, come avessero un intestino e noi ne fossimo la mente, distratta); e poi maglie, camicie, pantaloni piegati; in mezzo bustine di canfora, foglietti salvalana Orphea, al profumo di lavanda, nell’armadio: capi confidenti, rassicurati di aver vissuto, rassicuranti, come un tuo ricordo, a lungo vagheggiato. Ogni cosa che ci riguarda è come una valigia riempita per qualche posto, contenitori per esperienze più vicine, da fare, per quelle in corso, per quante tu ne abbia già fatte. Ciò che le differenzia è certamente il grado di motilità: e riguardo ad essa la loro concretezza, o di converso la leggerezza, ma una distinzione più pregnante è individuabile ancora distinguendo fra quelle che, costrette, aspettano e quelle che invece si adempiono per impazienza: ad esempio una camicia da indossare in fretta per la prossima occasione. La casa, una stanza, un cassetto aspettano, in quanto stanziali: e tuttavia tutte sono luoghi di travisamenti, processi, sostituzioni; tante bolle d’aria, percorsi paralleli dove galleggiano sospesi accessori più o meno utili, e non solo oggetti, ma anche sensazioni, odori, umori, tocchi morbidi, aggettivi indefiniti, suoni sordi, frastuoni, suoni gentili, ricordi. E le leggerissime non sono certo pesanti valigie che occupano le cassapanche (della memoria?), sono borsette di tela (che similmente lo sia anche ogni parola?). Chissà quanti cari avvenimenti in queste sacche da viaggio leggere, che abbia imbracciato di corsa, entusiasta, e che abbia poi posato da qualche parte; che abbia buttato, dimenticato! soprattutto le persone, le più sfuggenti (ma anche le più stucchevoli), anch’esse recipienti da portare a giro con dentro noi stessi, annaffiatoi o vasi delle prossime occasioni; ma quanto hanno raccolto di me e dov’è che ci siamo separati… oppure ogni viaggio è ancora in corso, ha solo rallentato moltissimo, allontanandosi (ma è una vana speranza). Desiderio di un ricordo che perpetui ogni altro ricordo di che cosa siamo stati. E che cosa siamo stati? che cosa adesso che il tuo profilo è non diverso da un filo bianco che dipano, di notte, al vento e che sbatte dentro e fuori dalla giacca e dalla memoria con segnali più vicini, richiami più lontani; e non diversamente dai lacci che stringono alla pelle una stoffa soffice che indossi ma non puoi vedere, questo sbattere è l’avvertimento della comodità e la consolazione di una debolezza che si delinea e si disperde in sentimenti di senso, in prese di coscienza di non senso. Appartenere o appartenersi nell’abbandono? Il fatto è che in qualche modo persistiamo e anche l’assenza è una continuazione (“e il vuoto è il pieno”) e lo spettacolo alla fine è il mago che sparisce. Come si possa dire che non ci sia tempo quando il tempo è la sola cosa che permea ogni cosa e che si allarga! dopo la pioggia è da una pozza che l’acqua evapora e assume un’altra forma; e poi di nuovo dal cielo alla pozza; e proprio come nei modi dell’acqua di Vito Acconci, la performance “quattro studi sulla saliva” del 1971; quattro scatti: 1. trattengo la saliva nella bocca ma poi prorompe dalle mie labbra: da dentro esco fuori; 2. metto il dorso della mano sotto il mento e quando la saliva fuoriesce dalle labbra diventa il piano di controllo del mio flusso vitale; 3. unisco le mani in forma di coppa e nella saliva conservo me a me stesso; 4. quando la saliva mi scoppia sulle nocche la soffio giù dalle dita, fuori dalla rampa formata dalle mie dita… e così anche il fuori resta parte di me. “Anche il fuori resta parte di me”: per questo baciamo le persone, per questo ci scambiamo la saliva; per questo c’è di nuovo il cielo dopo il cielo. E come il dolore è un bastone che teniamo ciascuno alle estremità, una lunga distanza, da paese a paese come da terra a cielo, ciò che sentiamo non è in disfacimento ma è il mezzo del già disfatto e il presente è un presente ricordo; ed è il tenerlo fra le mani che lo rende importante e che pone la domanda dell’appartenenza: se ciò che abbiamo provato sia per noi o per l’altro, se sia importante che sia nostro o dell’altro; e una volta fatta chiarezza con se stessi e con gli altri avvertire l’aporia dell’impossibilità di vivere senza costruirsi un passato o della possibilità di vivere nell’impossibilità di persistenza del vissuto. E di qui l’angoscia: non poter essere altro e neppure come eravamo significa non essere stati? avere la sensazione di essere al proprio posto come condizione di sopravvivenza e vivere l’attesa che qualcosa o qualcuno arrivi, accade anche inconsapevolmente, è un falso desiderio? e comunque c’è l’attesa, e poi qualcosa arriva, e se non sei tu è indifferente. E intanto il giorno, la città si sparpaglia con le sue luci, come cristalli grezzi versati da un pacchetto di sale, e c’è un silenzio in mezzo che continua, che sia in attesa di essere rotto? e un’illusione: che nulla si perda, che tutto ritorna; di più: che tutto ciò che è stato sia qualcosa che si possa usare: non diversamente dall’astrazione che gira attorno agli oggetti: e non tu, ma il tuo profilo; non la mosca, il volo; non la padella, l’ansa: gli indefiniti maneggiati, gli indefiniti da maneggiare. E infine la brutalità della verità e la calma del potere, sempre immediato, e la forza di crescere diminuita in quella di adattarsi: mamma che mi vende la casa; Niccolò che si addormenta sul divano stropicciando una coperta rosa, io che mi interesso nuovamente alle mostre e ai dipinti, come fossero scialuppe perse e ritrovate su cui sopravvivi ancora tu. La casa che era come un’ancora; e adesso sarai libera di andartene alla deriva? Il bimbo dorme come un bassorilievo di bronzo, pesante; non c’è più posto per dove sedevamo insieme. Ha un cuore di ceramica. Il gatto è morto (una volta si è acciambellato nella tua culla). E noi siamo soli nella sala d’aspetto, bianca come il gatto. Un libro sul piccolo tavolo in vetro della sala d’aspetto, lucido sotto altri libri lucidi: “Renato Bertelli (1900-1974)”, per le edizioni del Masso delle Fate, Signa, 2007; una vita di scultura, vicina al piccolo paese della lisca di balena… e d’improvviso sei ancora qui con noi papà ed è per questo che mamma mi concede con uno sguardo di tenerezza il permesso di un sorriso (condividiamo la sconosciuta realtà dell’immaginazione di essere altro e l’imbarazzo indulgente di essere ancora noi stessi al massimo della nostra propria espressione): in fondo, oltre a quei volti, nelle statue, nella realtà, appaiono le storie fantastiche di un te bambino e poi di un te da grande, accompagnate e consone alle ombre di fisionomie e forme imparate dallo scultore e che hai portato a casa (in statuette, formelle) e insieme nel nostro immaginario. Così, nel momento di cedere (dei beni, una casa), troviamo per caso il modo di riappropriarci dei ricordi, del vissuto, di quella presenza di mota e carne; una pausa al nostro presente decadere, una riconquista alla morte, al nostro essere decaduti, insieme, alla pioggia dal tetto e sull’intonaco interno bianco della parete dopo la tempesta (quanti giorni e finestre aperte la chiosa è rimasta nell’angolo della tua cameretta! avrai certo fatto dei sogni bagnati!). Il notaio se ne sta seduto, o meglio scivolato sulla punta della sedia, puntando sul pavimento in vinile i mezzi tacchi lucidi di eleganti scarpe di cuoio scure (a casa, appesi a semplici chiodi conficcati nel muro, una madonna con bambino regalata per il vostro matrimonio e cha hai fatto e dipinto tu, la testa di Graziellina – così si chiama la statua – sul mobiletto dell’ingresso, in bilico; accanto due di quelle sfere di vetro che si acquistano nei luoghi turistici, con la neve, con dentro il vapore delle cascate, quelle di Iguazù): calzini a rombi marrone chiaro su fondo blu e dei motivi a riga che ne costituiscono le diagonali, come cristalli, e sopra, a continuazione, gambe lunghissime, ginocchia divaricate come i legni delle caprette che i tappezzieri usano per battere la lana, capelli ricci in testa – forse soffici come la lana – e poi infine – “signora come mai le fa male il ginocchio…” – dice, e – “è solo la vecchiaia” – è tutto quello che io dico. Usciamo, tutto ci fiorisce addosso: i nei, i passi sulla ghiaia, i sorrisi sui volti come petali; intorno (eppure è ormai inverno) ancora petali… le labbra al vento della rose. Nella tua cameretta, proprio sotto l’angolo dove si è infiltrata la pioggia, continuo a staccare il quadro dalla parete; sbulletto la cornice, rimuovo il vetro, pulisco la tela con un panno sul colore acrilico, uccido il tarlo (maledizione alle scosse e alle piccole cadute di colore!); ma ogni volta, dopo qualche settimana, lui torna; apro la serranda un mattino e appena la luce entra la stanza, capita che lo veda lì, al confine di quelle forme concrete colorate. Qualche giorno fa ho sigillato il retro con un foglio di giornale e l’ho imbevuto d’insetticida. Adesso un carapace bianco se ne sta di schiena sul fondo della cornice in legno, immobile; lo guardo e provo a soffiarlo, come la neve nella sferetta di cristallo. Potessimo catturare ogni cosa già posseduta e renderla libera e irraggiungibile, non ancora posseduta; se la casa che adesso è mia potesse di nuovo tornare a te da vivere e se il vento restituisse i baci. Se si continuasse ogni cosa che si perde e se ogni volta si sentisse la simpatia di tutte le cose nel loro struggersi via. Se penso la distanza vedo che siamo soli e insieme, immagino che saremo ancora soli e insieme; nella nostra casa.

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l’altra il contro, il sé il verso: è questa, credo, la differenza di fondo fra poesia e modo di sentire del mondo occidentale e del mondo orientale; da una parte l’identificazione del desiderabile nella conquista attraverso la battaglia e nell’irraggiungibile fuori, nella donna stessa, angelicata, oppure nel disvelarsi di un senso per arrivare al quale è lei il mezzo, talvolta l’aiutante, altre il sabotatore; dall’altra il tornare a una verità già posseduta, che dentro di noi è da sempre, sedimentata, e che si può raggiungere forse con il sacrificio e l’abnegazione, primariamente con le sole proprie forze. E pure un verso è qualunque sia una direzione, la tensione ad una appartenenza; e mi chiedo quale sia la differenza di verità se uno solo è il percorso. È una tensione che ritrovo in questo sabato di ombre nette ma tenui, con il chiarore di una luce sincera che lascia vedere il bianco delle montagne, il crinale dell’Abetone, dove affondiamo con le ciaspole, scansando le orme notturne e perfette delle marmotte e delle lepri. Una precisione da cui ci si sente esclusi, che fa languire di malinconia ma anche suscita una premura di riparazione verso tutto ciò che è sfuggito, che è finito, verso ogni desiderio perduto. Perché al di là delle orme e delle ombre la vita resta e nulla finisce davvero, piuttosto si nutre e si moltiplica nell’irraggiungibile. È mattino in San Casciano in Val di Pesa, la gente porta a spasso il cane, l’abbraccia, senza accorgersi della mia invidia e del dolore; noi tutti in fila, seduti sulle tribune, ad applaudire dentro una bolla di disinteresse per lo sconosciuto, per la sorte altrui che non ci tocca; i negozianti, fuori, sopra agli amanti che non si amano più, – alla fine ogni luogo è una stratificazione di eventi, impressioni che stanno negli occhi – espongono la frutta nelle cassette, sotto le grandi querce della piazza principale (piazza della Repubblica), come si faceva una volta nei paesi di provincia; e mentre qualcuno mi chiede la strada e se sono di qui – e no, non lo sono dico – ogni pensiero emerge e mi sommerge; e appena lascio e poi mi soffermo con la mente sulle forme antropomorfe e sull’esplodere di costellazioni di luce e colore nei dipinti di Ruben Pang (un giovane artista di Singapore di cui solo ieri ho visto per la prima volta le opere), e penso a come è bello quello svanire, quell’apparire di sagome, quel signore continua, dicendo che si chiede a uno sconosciuto la strada, pensando sia di quelle parti, ma no… e che succede sempre così. Ma ho mentito, perché anche se non la conosco la strada, – e poi qual è davvero la tua? – non c’è posto che mi appartenga di più: il vicolo del Lauro, e giù e su verso la torre dell’acqua, e il tavolino del circolo, laccato di bianco, dove mi sorridevi; fino al supermercato dove ti vengo a cercare. Sono di nuovo qui, efficiente solo come può essere chi ha il vuoto dentro, inadeguato ai vestiti, agli specchi, a riconoscermi. Basta la mia presenza perché quei due acquistino ancora vita, anche se non l’ho fatto a posta a rianimarli; nulla è cambiato, dove si possa suscitare un’immagine. Ed è come se questa terrazza che volge lo sguardo sulla campagna toscana sia la scialuppa di un naufrago, e le colline tutt’attorno un’infinità di onde di cui non si veda la fine e capiti, di fortuna, di avvistare di nuovo un’isola. Eccoli la ragazza delle parole e l’uomo dei silenzi: la sola differenza è che adesso si sono scambiati la parte! (o almeno mi piace pensarlo, anche se quando il telefono squilla con un numero sconosciuto, non rispondo né richiamo per la paura di vanificare l’illusione e vivere la delusione che non sia tu). E se non aveva senso allora quel non capirsi, neppure adesso; ma come scorie di qualcos’altro siamo, esistiamo, compiutamente: le nostre mani l’hanno saputo che eravamo insieme! l’avranno sentito anche alcune delle cose che abbiamo toccato? E se anche penseresti che il mio sia un fare ingenuo, un fantasticare d’ipotesi, da sognatore, e seppur sappia bene che il sentire infetta l’altrui sentire solo nell’immaginazione, allo stesso modo, ostinato, rivendico la consapevolezza che le emozioni attutite dell’età adulta siano un modo semplice di suonare che non ho voluto né voglio imparare. È per questo che le mie (emozioni) restano lì confinate ad ogni luogo, al di qua di ogni persona amata cui solo in te stesso e nel ricordo si possa partecipare. Non voglio avere, provare un sentimento, voglio essere un sentimento! Ma come! se si configura sempre come un bisogno, una minzione? Desiderio di scriverne, di riversare fuori, ma perché se la scrittura non è una pioggia ma un’inferriata con le sue ombre? Che cosa si può raggiungere verosimilmente? Ricordi e scrittura sono come due mari di diversa densità che si incontrino, come puoi veder fare al mar baltico e al mare del nord dalla lingua di sabbia a nord della cittadina di Skagen, in Danimarca: le due masse rimangono separate in una sutura che è di labbra chiuse, e pur baciandosi non hanno niente da dirsi. E come il vento e la schiuma delle acque allora il silenzio accade, ma con imperfezione, con lontani stridii d’uccelli, sciabordio di onde, mugolìi di cani, se la forza liquida dei ricordi è più densa, poiché sopraffà il desiderio di scrivere in un mutismo d’insufficienza ad oltrepassare la superficie di un dolore che sta sul margine della ferita; succede, al contrario e ancora, se ti ci costringe la scrittura, con le sue traverse, poiché l’intenzione è di più ma per noi sempre meno della partecipazione, un ex voto che trova il limite oltre la semplicità: in una foto e una dedica sbiadita, nell’ombra delle cancellature del tempo. E allora continuo l’inganno, con la tristezza dell’autenticità e delle millantate rivincite e dei desideri insoddisfatti che ho riservato per la fine quale unico luogo e mezzo di eternarli, scrivendo, sopravvivendo; nell’impossibilità del desiderio e nella paura di precipitare la catastrofe, snudando i seni e il pene all’ambivalenza del deteriorarsi e dell’acme delle emozioni. Osservando e ascoltando tutto perché in fondo, come quella pioggia, ogni riga di scrittura, ogni verso di poesia, dentro di noi cade, facendosi lago, e perché anche il silenzio ha un volto, fatto di cose, profili, spigoli e tratti; scriverne è come toccarlo ad occhi chiusi, tirando e scostando ciuffi di capelli. E ogni luogo ne possiede un altro e tanti, più silenti; ed anche adesso, qui dove sono stato, c’è allo stesso tempo il luogo in cui siamo e quello che non confesso, con lo stratagemma di credere alla confessione delle cose, passandola per una testimonianza: barattoli, coperchi e sacchetti di plastica, vomito, bottiglie e rami rotti per la strada, e grida e suoni di bandoni nella notte che si sveglia sui banchi di pesce del mercato del Capo, su marciapiedi insormontabili per le mie vene, con respiri profondi per riuscire a respirare. E mentre saliamo in taxi dal centro di Palermo mi forzo al sorriso, aprendomi alla socialità, pur costretto nel soffocare di una faccia rossa da avvinazzato, nel pungere fastidioso di un rovo nella giugulare, dimentico del piccolo neo sotto la pianta del piede che non la smette di tornare: e come questa sia una città di contrasti e che ogni regione d’Italia ha le proprie specialità culinarie e il tempo e la politica e i prezzi e le tasse e il governo, e poi i figli – l’autista ne ha tre: uno professore a Torino, trentacinque anni, un altro fa l’animatore a bordo delle navi da crociera MSC; l’ultimo, il più piccolo, diciassette anni, studia ancora all’istituto alberghiero ma vuol girare il mondo – ; e poi il tassista racconta di quando sotto il promontorio su cui sorge il duomo di Monreale non avevano ancora costruito case e la valle era chiamata “conca d’oro” ed era disseminata di bellissime aranceti e limoni e meli e non, come adesso, di fabbricati e case (lui abita qui, con la moglie; ha una casetta e un giardino con l’orto; quando tutti i figli tornano a casa festeggiano facendo delle grigliate). Ha le guance grasse come guantoni da boxe, con la mascella stringe la bocca cercando di adattarla al profilo di una farfalla, due sferette d’acciaio bagnate negli occhi. “Nella vita bisogna stare bene”, dice: “quello che voglio è stare bene”; proprio come mi hai detto tu quel giorno. Le cose ci parlano in tanti modi, bisbigliando da improbabili orifizi. Nella mente ho quella foto in cui ridi afferrando una mela, in qualche giardino di New York, fra foglie esageratamente verdi, dal colore acceso. Come se la vita abbia una dignità per cui si possa acconsentire a stare bene. Io, in fondo, non voglio. Il mio cuore è un pesce in un acquario. Ma quegli aranci e le mele: non ne ho mai viste di così belle come quando ho sognato di raccoglierle insieme a te.

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il vuoto è diverso dal luogo, il primo è il pieno, incontinente, l’altro è un contenitore; il vuoto nasce continuamente, il luogo fa nascere, ma non origina dove non ci sia, se non si dia estensione. Il luogo è blu e mangia, espelle; il vuoto è giallo e si disperde; lo spazio, invece, torna sempre su sé stesso. Il vuoto è ciò che manca, una ricerca; il luogo si sposta, matura, fiorisce, poi si rompe, rilasciando semi, generando altri vuoti a perdere, altri colori, altre assonanze. Le cose non finiscono indipendentemente da dove siamo, piuttosto si staccano, crepandosi rotolano via da ciò che si rompe, trascinate; non è vero che non fanno un rumore persistente. Rimane se sei in grado di sentirlo. E non solo le cose, così fanno le esistenze, lo stesso i rapporti, le relazioni: le amicizie, gli amori. Non ci si può lasciare se non muovendo via dallo stesso luogo. Dunque noi siamo gli ingranaggi dei luoghi, ne siamo i denti corrotti che cozzano stridendo, che divergono; e i ricordi ne sono il suono che perdura fin dal momento in cui ciascuno di essi si spezza. Ogni luogo possiede l’occasione e la separazione: vi sono già contenute, perché tutto ciò che è appartiene è vivo e ciò che è vivo si separa. Un lungo riverbero, l’idea di un’orologeria dentro l’anima è ciò che li governa e una pellicola sottile. Un luogo è un albero di rami sotto la brina, uno stringersi di mani che accompagna i sorrisi, un cielo e la linfa sotto l’alfabeto senza fine dei morti. Da questo luogo ti penso: ti trasformi; sei tu. Il nostro essersi lasciati è fatto d’asfalto, di muri di pietra e cemento, d’olivi, dello svettare dei cipressi, di maglioni di lana pelosi, di lacrime e risate bagnate, di sciarpe sulla bocca, di pelle soffice, di radici imponenti, di terra lavorata e di mota, di un bivacco sempre spento e coperto, di allegria e fastidio d’insetti, di panchine a gambe incrociate, di filari di viti, dei fili dell’elettricità, ponti nella solitudine. Nella rottura ci siamo fatti silenzio e l’avanzo, come valva, l’abbiamo affidato all’opinione, che in noi risiede, e poi all’ospizio delle cose, alla lontananza; e in noi di nuovo col trambusto del ricordo, sciogliendo un’alleanza. Un luogo che si infrange torna a sbatterti contro come una sbarra di metallo – la sento adesso – con infinite oscillazioni, con tante schegge che ne erano gli intenti, con un fragore secco, ma soprattutto partorisce un vuoto che non sa più partorire; dietro agli eventi, ormai sterili, ti chiedi se questa possa essere la perfezione. Il luogo è il fantasma del vuoto, la brutta copia; ne è la caduta, è l’istanza da una matrice in cui tutto ha una qualsiasi forma che avrebbe potuto essere. Il luogo è dopo, e lo puoi bucare: con i piedi, con le dita, con l’energia delle parole, con la forza delle azioni, con la punta della penna, spostando gli oggetti, con i ricordi, con un batticuore; ma è anche prima, e lo puoi tirare e farne una forma geometrica curva al di là della quale accomodare l’irraggiungibile. Il vuoto no, non è deformabile, non gli puoi rubare niente, semmai t’illudi d’avvicinare qualcosa; non ha circonferenza di cose né suono o tempo; tuttavia da esse sprigiona e la commozione dell’immoto che da quel moto d’esistenza è scaturita ti avvicina all’assoluta realtà di un ignoto che è sommerso fra il prima e il dopo. Il vuoto è la continuazione, l’architettura del nostro essere sospesi che fa del silenzio una cattedrale. Un luogo invece è a terra, lo puoi guardare, come un vaso rotto; e i fiori sui prati raccontano di abbandono e temporanea resistenza, di gambi e gambe contuse, di boccioli feriti, di petali strappati, disseminati su una superficie se non costretti a marcire, ormai quasi senza vita; e così le mie gionocchia sbucciate e le mani che scavano la terra e tolgono la corteccia ai rami, e l’acqua del piccolo ruscello di pioggia e nella gora ghiacciata della pozza di un terreno di campagna – guardi giù e la calpesti – fa ‘crack’ e poi… ti bagni, ti asciughi via; eviti sassi, pietre rotte e taglienti, le getti fra l’erba, ti ferisci ancora; e anche tu appartieni a quel luogo che si rompe, che si è rotto, e proprio la prima cosa che ho perso sei te e su di noi l’ombra dei cespugli! eccola raccolta nell’incavo di cocci in frantumi, e l’afferro e la cullo nella mano: rumori, ricordi, baci; troppo vicino per vedersi. Accarezzare un’ombra, questo mi è permesso di fare in questo luogo morto; e anche domandarti “come stai?” Fuori, nel vuoto, non mi sarebbe consentito farlo; non si può fare con chi è ancora una presenza ma porta capelli che non puoi più toccare. Poi nel vuoto non ci si muove. Ed è per questo che sono di nuovo qui, sotto questi alberi troppo alti, a ferirmi con la corteccia degli alberi e l’orlo affilato dei cocci rotti, in qualche modo toccando una parte di te; aspettando di chiederti se nonostante ormai di noi non frequenti più i luoghi né giochi più col ricordo, tu abbia occasione di farlo con la dimenticanza.

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i bambini corrono lungo la via dei presepi, nel tentativo di battersi nel raggiungere il traguardo: un nastro steso trasversalmente fino a toccare le mura di due vecchi edifici, persiane chiuse come occhi ciechi simili a quelle nei dipinti di Ottone Rosai. Ridono con bocche ampissime, hanno denti grandi come chicchi di grandine. Alzano le braccia al cielo facendo uscire le camiciole di lana sotto le maglie e i giubbotti come stendendo pance di piccoli leoni; gengive nell’aria che mostrano zanne, minuscoli artigli. Nella corsa tentano di evitare dei grossi blocchi di gommapiuma, grigio scuro, porosi, scagliati da due imponenti pagliacci all’attacco: omoni che hanno una forma buffa di oboi che emettono risa di cristallo, “con vestiti favolosi di vecchie affiches”. Noi tre siamo un esapode, sei timidi passi in uno come spilli puntati su un rocchetto di filo di lana che rotoli sulla strada. Il freddo punge sotto le suole, ma sono l’unico che ci fa caso. È un modo diverso di stare nella realtà l’età adulta o familiare: pochissima contiguità, enorme difficoltà di stemperamento, superfici ridottissime per ridurre al minimo il dolore della partecipazione: al freddo, alle parole, in generale alle sensazioni, ai sentimenti. Comunichiamo per particelle: i desideri, le inquietudini, le paure hanno sulla pelle lo stesso confine di schizzi delle onde rotte sugli scogli. Tutto è nascosto dentro, come le conchiglie; in me di più, o mi illudo. Il corpo in fondo è una diga con delle chiuse: che altro sono le palpebre, la bocca, l’uretra e lo sfintere. Passiamo tutta la vita a trattenerci, a contenere; eppure siamo piccole sorgenti di liquidi che sobbollono, sobillano, animati da avvampi diversissimi, passioni corporali, eteree idee, aspirazioni ideali, e a conti fatti abbiamo bucato il cielo un’intera esistenza disperdendo riso e pianto (anche se li percepiamo come contrari e speculari il riso e il pianto, entrambi cadono, e quant’è diversa la loro consistenza!), ma l’abbiamo fatto per cosa? forse perché per un po’ l’abbiamo fatto insieme! E se avessimo saputo tirarci via? Ecco la tua piccola mano da tirare, e bimbi e ancora bimbi con disperata, meravigliosa ostinazione: eccoli correre sui prati gelati come rinascono le margherite a primavera . È così che si fa, osservando, a resistere senza speranza? oppure mento? Le persone: proprio come piccole cascate, le tocchi e non cambiano mai, ma si consumeranno; oppure, fantastico che siamo ad una rappresentazione, tu seduta su una poltrona rossa di velluto, comodamente, sorridendo, mentre ti presento dei piccoli mucchi di neve, che li tocchi e si disfanno. Ricordi quando hai detto che non eravamo speciali e che saremmo sopravvissuti? Sì, forse avevi le tue ragioni, ma ti sei chiesta in quale forma? Non è proprio il trovarla nonostante tutto che rende qualcosa speciale? Quest’anno non ci sarai, come negli altri, ma in questo neppure nella coscienza dell’essere vicini; in questo natale, secondo il tuo punto di vista non abbiamo nessuna forma, ma per me anche l’idea stessa di osservare la vita, di sottrarsi e fantasticare, è diventata un’oggetto, che una forma ce l’ha e che non è una consapevolezza ma una specie di compagnia. Nei posti chiusi si nasce ancora anche se non te lo aspetteresti, anche se non l’avresti creduto, perché ogni illusione, ogni malinconia abbraccia quella realtà che è un saluto e anche se per poco la tiene stretta; germoglia più a lungo, già da adesso infinito tutto quello che non faremo, anche di più di ciò che avremmo potuto fare, sempre finito. Scendiamo lungo la strada che porta al centro del paese di Cerreto Guidi, la via dei presepi; ogni bottega, ogni scorcio, ogni nicchia è diventato lo spazio dedicato a festeggiare una natività, la natività; piccole luci fra il muschio (ma ci sono anche i presepi di legumi, di spago, di foglie); la nascita è un percorso, una ritualità che fa pensare a da dove veniamo, perché siamo qui e con chi siamo, ma anche come e dove avremmo potuto essere; e si celebra ogni anno, nonostante tutto, come nella mia testa continuamente; perché la vera domanda è come mai anch’essa e le nostre esperienze siano così facilmente ripetibili, e rinascano, anche senza di noi, in tante forme. Anche noi omaggiamo, rendiamo una celebrazione all’irraggiungibile con tentativi di copia? anche le persone amate, gli animali domestici, i figli sono personaggi di uno spazio di rappresentazione che ci avvicini a qualcosa? e a cosa? Ogni racconto alla fine ci porta a un nuovo inizio ma non si tratta di una tensione di distruzione, di una consumazione dell’imperfetto? Quanto lavoro, quanti artigiani si sono adoprati a comporre questo bellissimo scenario dove i bimbi si muovono come biglie! Ma quando finirà? Chissà se i voti di fedeltà si facciano a se stessi o agli altri o siano un atto di clemenza all’ignoto da cui veniamo. Poi un po’ di vino caldo e gli stessi piccoli riflessi nel muschio dei nostri occhi, faville impazzite di desiderio sessuale e di rivincita, di voglia di giocarsela ancora, metalliche come l’uncinetto delle dame che hanno realizzato l’attrazione più bella della via, l’enorme presepe tessuto di stoffa compiuto nel corso di anni dove ogni elemento, ogni piccolo dettaglio ha la sua cura: la grotta con Giuseppe, Maria e Gesù bambino e poi i pastori, i greggi, le botteghe artigiane con tutti gli arredi, le campagne piene di ortaggi, i campi di grano e di girasoli con la varia attività umana che vi si svolge, e per finire la perfetta riproduzione della Villa Medicea di Cerreto, fulcro del paese, a cui si accede dalle difficili rampe del Buontalenti. Percorriamo l’anello che costeggia le mura dell’antico borgo medievale, saliamo alla pieve di San Leonardo, raggiungiamo la villa, poi scendiamo cercando di non cadere sugli scaloni dalle pietre bagnate progettati dall’architetto fiorentino. Scendiamo avvinti agli avambracci come punti all’uncinetto. Buontalenti progettò la villa con i suoi accessi simmetrici, doppi e a zig-zag, dalla geometria regolare e spezzata, su ordine di Cosimo I, perché fosse la sua magione di caccia (oggi ospita il Museo della Caccia e del Territorio). Pochi giorni dopo sono davanti alla grotta del Buontalenti, all’interno del giardino di Boboli: figure zoomorfe e antropomorfe si animano dalle pareti, in stucco, svincolandosi dalla mota, fra stalattiti e stalagmiti; nella stanza di mezzo Paride rapisce Elena (allo stesso modo, di giorno e di notte, io rapisco te trascinandoti dentro la mia confusione, che è me), infine nell’ultima stanza la Venere del Giambologna celebra la nudità che è acqua, uscendo dalle acque di una fontana. Nella conformazione della grotta sembra che l’architetto abbia dato ordine al caos, al proteiforme che prende vita involontariamente e di cui siamo parte ma che dominiamo nel farne mezzo; allo stesso modo la Villa Medicea e questa caverna simboleggiano lo stato ferino della caccia e degli istinti nelle mani dell’uomo, fatti strumento. Sotto le rampe il giocoliere di strada tiene il suo spettacolo di sfere infuocate: le fa scivolare musicalmente, piano e forte, sugli avambracci, i dorsi, le lunghe unghie, i polsi e poi ancora, al contrario, velocemente, per non scottarsi. Sembra dominarle ma sono gli oggetti che ci contengono: l’aria, i vestiti, le persone e in astratto anche il sistema di valori, le istituzioni, i sentimenti ci proteggono dalla dispersione della vita come tappi, guaine, sigilli, ma se si animassero e smettessero di esercitare su di noi così tanta pressione? non avremmo quello che vogliamo? non potremmo riversarci, piangere e sanguinare? respirare fuori da una cassa toracica? non sarebbe finalmente l’occasione di toccarci e mescolarci riducendo le distanze? Ma forse non c’è tenerezza di mani per anime di vetro, per esse i ricordi e le passioni non sono che nuvole cariche di pioggia, come queste che ci vengono addosso, ma lontane. Forse serve una volontà ordinata che dentro cozza per mantenere perenne un fuoco, ed è avvilente come non sappia esserlo ciò che chiamiamo amore e che dovrebbe attecchire e resistere come la forza più ideale; e l’idea che altro è se non ciò che si vede per allucinazione in un intorno, la scintilla, il riflesso del metallo nello scontro; e i sentimenti che altro se non modificazioni di sostanze che quella provocano ma che in virtù della stessa forza non si esauriscono; per questo il piacere sessuale sparisce in un istante, poiché non ne abbiamo controllo, poiché non ha forma, perché non siamo noi che combattiamo, perché quella è la parte animale che contiene ma che non è contenuta; così sono gli esseri umani, in continua insufficienza, sempre una parte, sempre sull’orlo di perdersi, come dentro un ingranaggio e una bolla che fanno girare con i propri piedi ma che non riescono a raggiungere con le unghie per farla scoppiare; la sofferenza è la forza, la misura della capacità di continenza nella quale le emozioni, fattesi turbolente, rinvigoriscono; la vita non diversamente, l’impulso vitale, è tenuto dagli oggetti quanta più impressione su di te fanno, quanto più evidentemente aderiscano al corpo, ammesso che non si facciano troppo affilati da tagliarlo, forarlo; e poi esplodere, e riempire quella sostanza e non incanalarla, e io quanti strati ho e quali sono e di cosa sono fatti quelli permeabili o impermeabili e, se c’è, quale sia il livello di densità e di scambio nelle emozioni, quanto possa un capro sbattere le corna allo steccato senza rimanere incastrato fra le assi, nelle maglie della rete, senza morire. Alla rete dei campi da calcio, con le dita aggrappate a fili di ferro rivestiti di vernice verde, scrostata, con gli occhi di un orso nella trappola, lungo i treni in partenza con la loro pelle di pubblicità, quanti strati ho? e dov’è che fa male l’epidermide, fuori o dentro? Me lo chiedo, e non so, e le cose non rispondono e se ne stanno tutt’orecchie come piccole scimmie sceme con i piatti. Alla superficie di ogni cosa provo così tanta passione che mi fa dire che “non importa”, non importa più che tu ti sia nascosta dietro la banalità del male solo per essere banale. Poi urla, grida, risa. Anche gli artigli ritratti del gatto sono piccole radici, e tutto rinasce. Non vedo l’ora che finisca il Natale: è come qualcuno che venga a svegliarmi dal torpore per dirmi che ritorni e che non riesce a convincermi che non torni da me. Intanto scrivo un biglietto di auguri per il tuo compleanno, mamma. Il tredici dicembre hai compiuto ottant’anni. Ho acquistato quattro biglietti per due spettacoli al Teatro della Pergola (quante volte ci sono stato nel corso di questa vita! e che dolcezza pensare agli amici, agli anni del liceo! tutti andati per sempre), quattro biglietti perché qualcuno ti possa accompagnare, ma non so per chi oltre a te (non io, rovinerei le tue serate); e sapevo già cosa avresti risposto, che non ci saresti andata, che non ci era mai andata neppure con nostro padre, ma mi ero illuso che saresti stata felice, almeno un po’. Danno “Il Berretto a Sonagli” di Pirandello con Gabriele Lavia e poi un classico di Goldoni “La bottega del caffè” con Michele Placido. Mi faceva piacere pensare che avresti fatto qualche sorriso, che avresti assentito sorniona quando ci sarebbe stato da dare una giratina allo strumento, alla “corda civile” per cercare di dissuadere Beatrice dallo svelare la tresca del marito, il cavalier Fiorica, con Nina, la moglie del suo scrivano Ciampa. “CIAMPA: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. (Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l’indice e il pollice una chiavetta, fa l’atto di dare una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra). La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. – Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. – Non si può. – Io mi mangerei – per modo d’esempio – il signor Fifì. – Non si può. E che faccio allora? Dó una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: «Oh, quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”. Scrivo gli auguri con mano incerta, sul volante dell’auto, con una penna di fortuna, al buio, poco prima di consegnarti i biglietti; penso di scrivere in stampatello così che tu riesca a leggere – “un piccolo regalo affinché tu possa passare qualche ora speciale” – ma poi è troppo impersonale, e allora scriverò in corsivo – penso -, eppure è questa personalità che non puoi capire, che non hai mai capito; e forse non riusciresti neppure a leggere tanto è involuta la mia scrittura. Apri il biglietto ma non leggi e lo riponi sullo scaffale; mi giustifico – “non importa” -, penso che in fondo, anche volendo, ti mancherebbe la vista su quel viso distorto, di prugna. Un fischio, uno scalpicciare veloce di scarpe, l’acqua sotto le suole, l’acqua che corre sull’erba e sui gradoni della tribuna, e nella memoria un lampo della sagoma notturna della torre idrica del Chianti. In quel parcheggio, sotto la torre che accumula le acque, per un attimo ci siamo ritrovati. Sorridevamo. Ridevo sotto al fiato caldo e di vino che mi annebbiava la vista. Una particella del nostro vapore potrebbe essere ancora là dentro, nella cisterna. Poi torno in me e silenzio; dalla rete dei campi da calcio i calci dei bambini alla schiena pigra delle cose e le nuvole dei loro, dei nostri respiri.

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