i bambini corrono lungo la via dei presepi, nel tentativo di battersi nel raggiungere il traguardo: un nastro steso trasversalmente fino a toccare le mura di due vecchi edifici, persiane chiuse come occhi ciechi simili a quelle nei dipinti di Ottone Rosai. Ridono con bocche ampissime, hanno denti grandi come chicchi di grandine. Alzano le braccia al cielo facendo uscire le camiciole di lana sotto le maglie e i giubbotti come stendendo pance di piccoli leoni; gengive nell’aria che mostrano zanne, minuscoli artigli. Nella corsa tentano di evitare dei grossi blocchi di gommapiuma, grigio scuro, porosi, scagliati da due imponenti pagliacci all’attacco: omoni che hanno una forma buffa di oboi che emettono risa di cristallo, “con vestiti favolosi di vecchie affiches”. Noi tre siamo un esapode, sei timidi passi in uno come spilli puntati su un rocchetto di filo di lana che rotoli sulla strada. Il freddo punge sotto le suole, ma sono l’unico che ci fa caso. È un modo diverso di stare nella realtà l’età adulta o familiare: pochissima contiguità, enorme difficoltà di stemperamento, superfici ridottissime per ridurre al minimo il dolore della partecipazione: al freddo, alle parole, in generale alle sensazioni, ai sentimenti. Comunichiamo per particelle: i desideri, le inquietudini, le paure hanno sulla pelle lo stesso confine di schizzi delle onde rotte sugli scogli. Tutto è nascosto dentro, come le conchiglie; in me di più, o mi illudo. Il corpo in fondo è una diga con delle chiuse: che altro sono le palpebre, la bocca, l’uretra e lo sfintere. Passiamo tutta la vita a trattenerci, a contenere; eppure siamo piccole sorgenti di liquidi che sobbollono, sobillano, animati da avvampi diversissimi, passioni corporali, eteree idee, aspirazioni ideali, e a conti fatti abbiamo bucato il cielo un’intera esistenza disperdendo riso e pianto (anche se li percepiamo come contrari e speculari il riso e il pianto, entrambi cadono, e quant’è diversa la loro consistenza!), ma l’abbiamo fatto per cosa? forse perché per un po’ l’abbiamo fatto insieme! E se avessimo saputo tirarci via? Ecco la tua piccola mano da tirare, e bimbi e ancora bimbi con disperata, meravigliosa ostinazione: eccoli correre sui prati gelati come rinascono le margherite a primavera . È così che si fa, osservando, a resistere senza speranza? oppure mento? Le persone: proprio come piccole cascate, le tocchi e non cambiano mai, ma si consumeranno; oppure, fantastico che siamo ad una rappresentazione, tu seduta su una poltrona rossa di velluto, comodamente, sorridendo, mentre ti presento dei piccoli mucchi di neve, che li tocchi e si disfanno. Ricordi quando hai detto che non eravamo speciali e che saremmo sopravvissuti? Sì, forse avevi le tue ragioni, ma ti sei chiesta in quale forma? Non è proprio il trovarla nonostante tutto che rende qualcosa speciale? Quest’anno non ci sarai, come negli altri, ma in questo neppure nella coscienza dell’essere vicini; in questo natale, secondo il tuo punto di vista non abbiamo nessuna forma, ma per me anche l’idea stessa di osservare la vita, di sottrarsi e fantasticare, è diventata un’oggetto, che una forma ce l’ha e che non è una consapevolezza ma una specie di compagnia. Nei posti chiusi si nasce ancora anche se non te lo aspetteresti, anche se non l’avresti creduto, perché ogni illusione, ogni malinconia abbraccia quella realtà che è un saluto e anche se per poco la tiene stretta; germoglia più a lungo, già da adesso infinito tutto quello che non faremo, anche di più di ciò che avremmo potuto fare, sempre finito. Scendiamo lungo la strada che porta al centro del paese di Cerreto Guidi, la via dei presepi; ogni bottega, ogni scorcio, ogni nicchia è diventato lo spazio dedicato a festeggiare una natività, la natività; piccole luci fra il muschio (ma ci sono anche i presepi di legumi, di spago, di foglie); la nascita è un percorso, una ritualità che fa pensare a da dove veniamo, perché siamo qui e con chi siamo, ma anche come e dove avremmo potuto essere; e si celebra ogni anno, nonostante tutto, come nella mia testa continuamente; perché la vera domanda è come mai anch’essa e le nostre esperienze siano così facilmente ripetibili, e rinascano, anche senza di noi, in tante forme. Anche noi omaggiamo, rendiamo una celebrazione all’irraggiungibile con tentativi di copia? anche le persone amate, gli animali domestici, i figli sono personaggi di uno spazio di rappresentazione che ci avvicini a qualcosa? e a cosa? Ogni racconto alla fine ci porta a un nuovo inizio ma non si tratta di una tensione di distruzione, di una consumazione dell’imperfetto? Quanto lavoro, quanti artigiani si sono adoprati a comporre questo bellissimo scenario dove i bimbi si muovono come biglie! Ma quando finirà? Chissà se i voti di fedeltà si facciano a se stessi o agli altri o siano un atto di clemenza all’ignoto da cui veniamo. Poi un po’ di vino caldo e gli stessi piccoli riflessi nel muschio dei nostri occhi, faville impazzite di desiderio sessuale e di rivincita, di voglia di giocarsela ancora, metalliche come l’uncinetto delle dame che hanno realizzato l’attrazione più bella della via, l’enorme presepe tessuto di stoffa compiuto nel corso di anni dove ogni elemento, ogni piccolo dettaglio ha la sua cura: la grotta con Giuseppe, Maria e Gesù bambino e poi i pastori, i greggi, le botteghe artigiane con tutti gli arredi, le campagne piene di ortaggi, i campi di grano e di girasoli con la varia attività umana che vi si svolge, e per finire la perfetta riproduzione della Villa Medicea di Cerreto, fulcro del paese, a cui si accede dalle difficili rampe del Buontalenti. Percorriamo l’anello che costeggia le mura dell’antico borgo medievale, saliamo alla pieve di San Leonardo, raggiungiamo la villa, poi scendiamo cercando di non cadere sugli scaloni dalle pietre bagnate progettati dall’architetto fiorentino. Scendiamo avvinti agli avambracci come punti all’uncinetto. Buontalenti progettò la villa con i suoi accessi simmetrici, doppi e a zig-zag, dalla geometria regolare e spezzata, su ordine di Cosimo I, perché fosse la sua magione di caccia (oggi ospita il Museo della Caccia e del Territorio). Pochi giorni dopo sono davanti alla grotta del Buontalenti, all’interno del giardino di Boboli: figure zoomorfe e antropomorfe si animano dalle pareti, in stucco, svincolandosi dalla mota, fra stalattiti e stalagmiti; nella stanza di mezzo Paride rapisce Elena (allo stesso modo, di giorno e di notte, io rapisco te trascinandoti dentro la mia confusione, che è me), infine nell’ultima stanza la Venere del Giambologna celebra la nudità che è acqua, uscendo dalle acque di una fontana. Nella conformazione della grotta sembra che l’architetto abbia dato ordine al caos, al proteiforme che prende vita involontariamente e di cui siamo parte ma che dominiamo nel farne mezzo; allo stesso modo la Villa Medicea e questa caverna simboleggiano lo stato ferino della caccia e degli istinti nelle mani dell’uomo, fatti strumento. Sotto le rampe il giocoliere di strada tiene il suo spettacolo di sfere infuocate: le fa scivolare musicalmente, piano e forte, sugli avambracci, i dorsi, le lunghe unghie, i polsi e poi ancora, al contrario, velocemente, per non scottarsi. Sembra dominarle ma sono gli oggetti che ci contengono: l’aria, i vestiti, le persone e in astratto anche il sistema di valori, le istituzioni, i sentimenti ci proteggono dalla dispersione della vita come tappi, guaine, sigilli, ma se si animassero e smettessero di esercitare su di noi così tanta pressione? non avremmo quello che vogliamo? non potremmo riversarci, piangere e sanguinare? respirare fuori da una cassa toracica? non sarebbe finalmente l’occasione di toccarci e mescolarci riducendo le distanze? Ma forse non c’è tenerezza di mani per anime di vetro, per esse i ricordi e le passioni non sono che nuvole cariche di pioggia, come queste che ci vengono addosso, ma lontane. Forse serve una volontà ordinata che dentro cozza per mantenere perenne un fuoco, ed è avvilente come non sappia esserlo ciò che chiamiamo amore e che dovrebbe attecchire e resistere come la forza più ideale; e l’idea che altro è se non ciò che si vede per allucinazione in un intorno, la scintilla, il riflesso del metallo nello scontro; e i sentimenti che altro se non modificazioni di sostanze che quella provocano ma che in virtù della stessa forza non si esauriscono; per questo il piacere sessuale sparisce in un istante, poiché non ne abbiamo controllo, poiché non ha forma, perché non siamo noi che combattiamo, perché quella è la parte animale che contiene ma che non è contenuta; così sono gli esseri umani, in continua insufficienza, sempre una parte, sempre sull’orlo di perdersi, come dentro un ingranaggio e una bolla che fanno girare con i propri piedi ma che non riescono a raggiungere con le unghie per farla scoppiare; la sofferenza è la forza, la misura della capacità di continenza nella quale le emozioni, fattesi turbolente, rinvigoriscono; la vita non diversamente, l’impulso vitale, è tenuto dagli oggetti quanta più impressione su di te fanno, quanto più evidentemente aderiscano al corpo, ammesso che non si facciano troppo affilati da tagliarlo, forarlo; e poi esplodere, e riempire quella sostanza e non incanalarla, e io quanti strati ho e quali sono e di cosa sono fatti quelli permeabili o impermeabili e, se c’è, quale sia il livello di densità e di scambio nelle emozioni, quanto possa un capro sbattere le corna allo steccato senza rimanere incastrato fra le assi, nelle maglie della rete, senza morire. Alla rete dei campi da calcio, con le dita aggrappate a fili di ferro rivestiti di vernice verde, scrostata, con gli occhi di un orso nella trappola, lungo i treni in partenza con la loro pelle di pubblicità, quanti strati ho? e dov’è che fa male l’epidermide, fuori o dentro? Me lo chiedo, e non so, e le cose non rispondono e se ne stanno tutt’orecchie come piccole scimmie sceme con i piatti. Alla superficie di ogni cosa provo così tanta passione che mi fa dire che “non importa”, non importa più che tu ti sia nascosta dietro la banalità del male solo per essere banale. Poi urla, grida, risa. Anche gli artigli ritratti del gatto sono piccole radici, e tutto rinasce. Non vedo l’ora che finisca il Natale: è come qualcuno che venga a svegliarmi dal torpore per dirmi che ritorni e che non riesce a convincermi che non torni da me. Intanto scrivo un biglietto di auguri per il tuo compleanno, mamma. Il tredici dicembre hai compiuto ottant’anni. Ho acquistato quattro biglietti per due spettacoli al Teatro della Pergola (quante volte ci sono stato nel corso di questa vita! e che dolcezza pensare agli amici, agli anni del liceo! tutti andati per sempre), quattro biglietti perché qualcuno ti possa accompagnare, ma non so per chi oltre a te (non io, rovinerei le tue serate); e sapevo già cosa avresti risposto, che non ci saresti andata, che non ci era mai andata neppure con nostro padre, ma mi ero illuso che saresti stata felice, almeno un po’. Danno “Il Berretto a Sonagli” di Pirandello con Gabriele Lavia e poi un classico di Goldoni “La bottega del caffè” con Michele Placido. Mi faceva piacere pensare che avresti fatto qualche sorriso, che avresti assentito sorniona quando ci sarebbe stato da dare una giratina allo strumento, alla “corda civile” per cercare di dissuadere Beatrice dallo svelare la tresca del marito, il cavalier Fiorica, con Nina, la moglie del suo scrivano Ciampa. “CIAMPA: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. (Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l’indice e il pollice una chiavetta, fa l’atto di dare una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra). La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. – Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. – Non si può. – Io mi mangerei – per modo d’esempio – il signor Fifì. – Non si può. E che faccio allora? Dó una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: «Oh, quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”. Scrivo gli auguri con mano incerta, sul volante dell’auto, con una penna di fortuna, al buio, poco prima di consegnarti i biglietti; penso di scrivere in stampatello così che tu riesca a leggere – “un piccolo regalo affinché tu possa passare qualche ora speciale” – ma poi è troppo impersonale, e allora scriverò in corsivo – penso -, eppure è questa personalità che non puoi capire, che non hai mai capito; e forse non riusciresti neppure a leggere tanto è involuta la mia scrittura. Apri il biglietto ma non leggi e lo riponi sullo scaffale; mi giustifico – “non importa” -, penso che in fondo, anche volendo, ti mancherebbe la vista su quel viso distorto, di prugna. Un fischio, uno scalpicciare veloce di scarpe, l’acqua sotto le suole, l’acqua che corre sull’erba e sui gradoni della tribuna, e nella memoria un lampo della sagoma notturna della torre idrica del Chianti. In quel parcheggio, sotto la torre che accumula le acque, per un attimo ci siamo ritrovati. Sorridevamo. Ridevo sotto al fiato caldo e di vino che mi annebbiava la vista. Una particella del nostro vapore potrebbe essere ancora là dentro, nella cisterna. Poi torno in me e silenzio; dalla rete dei campi da calcio i calci dei bambini alla schiena pigra delle cose e le nuvole dei loro, dei nostri respiri.