234

tutto ciò ch’è dentro
fu aperto
da ciò ch’è fuori
in fuga

voli d’ibis tra le tresche
delle ciglia

e turbarsi in volti i sogni:
punti inaccessibili di una soglia
d’ogni mattino che mulina;

tutto è estraneo,
(con tutto me stesso)
tutto cede all’incontro,
tutto all’oblio

anche io per te:

palmi bianchi di nuvole
le tue mani

ma per raggiungerti
non basta il cielo al volo
non basta alla memoria
il ricordo, non ha bastioni
il corpo non basta
all’assedio dell’anima.

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233

accade comunque
l’emblema
nella dimenticanza
di un volto

ne brucia il limite
in etna di sangue
la potenza

ne increspa di voglie
l’urgenza, e langue

è in un eccomi
tutto il senso…

è un eccomi tutto
il senso in cui
ti ho sempre cercata

così ti ho creata, anima!

(che te te stessa a me fidata creda)

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232 (A Mara)

Alla festa di paese bambini ballano e vecchi guardano lontano,
gli avventori passano; scambi due parole davanti a un caffè.

Ti ho vista.

“Più tardi cammineremo all’aria aperta” — hai detto —
“tenendoci per mano,

come foglie cadute dagli alberi
quando settembre porta luglio via da sé”.

“Nella memoria c’è un ritmo, lo senti?”
dici —
(la 126 di zia Deda che tossisce piano)

“ogni cosa sbrilluccica
se le si sorride…
è un samba tutto quel che è!”

“Stringi forte” — sussurro —
“tutto muore senza far rumore”.

Ma tu sorridi:

“non aver paura.
Il mondo cambia:
nascere e morire
sono solo due modi dell’amore”.

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231

Vivemmo;
fu semplice:

affrontammo l’onda
della porta
e del lavandino,
l’onda dell’albero,
quella, più grande, del cielo

il nostro corpo
fu un piccolo veliero
in balia;

crescemmo insieme,
crescemmo le nostre rose
insieme: qualche seme difficile
nella sabbia.

Sfiorimmo l’eterno all’estremità,
dov’è che nasce la vita e sfiorisce:
per me sangue dal braccio (esce)
gambe gonfie per te (senza sensitività).

È un ricamo sottile la memoria
adesso, come di vecchie
donne che sferruzzano:
due cose strette
…
fummo noi i ferri.

Chi più soffrì?
Chi fu più crudele?

Ce ne vestirono;
ce ne siamo vestiti:

logorando
chi non se ne veste più
chi ancora.

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230

Il ragazzo cel camioncino della bofrost
aspetta, un sorriso di denti grossi
nel vetro spesso del furgone;
il villoso braccio fuori
dal finestrino, con torbida ostinazione.

Anche tu aspetti, occhiali altrettanto
spessi, gomiti affondati nell’apocalisse
di sole della tovaglia coi limoni;

che cos’è che sostieni? con una mano
sul mento le cateratte del tempo,
nell’altra il momento, di un cartoccio
di latte lo sgretolarsi obliquo.

E mentre parliamo del conto
e della prossima miniserie alla tv
mi accorgo delle cose che non sono (e che saranno)
e di come la vita, anche oggi nascosta,
sia il corredo comune
da portare in dote alla vita.

Sul pavimento poggia la spesa, come
sospesa
alla dogana della morte.

Restano solo cinque foglie sul pero
(in cortile)
felicità è rimanere un po’ più a lungo.

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