207

e un’altra volta ci siamo ritrovati per celebrare le nuove distanze, nella chiesa dell’ex convento camaldolese di sant’Apollonia, a Firenze. Alla martire furono cavati i denti, ad Alessandria d’Egitto, nel terzo secolo dopo cristo, durante la rivolta dei pagani contro i cristiani. Anche questo esistere qui sembra essere qualcosa del genere: cavarsi il dente dei cambiamenti, delle vicissitudini di come la vita si svolga, uccidersi nella memoria del dolore dell’abbandono; ma anche sollevarsi, rendere prosaici i vecchi addii reiterandoli, in modo che facciano meno male, che provochino una minore impressione. Delle tenaglie in oro sono state intagliate sul soffitto a cassettoni della chiesa, azzurro, a eterna memoria. Vicino si allarga il chiostro della Badessa; sotto i portici è stato allestito il pranzo. I camerieri si muovono indaffarati, tenendo con una mano i vassoi, vuoti, all’orlo, senza guardarti in faccia. Tira un vento freddo sulle erbacce che disseminano il prato, verde, giallo, a chiazze. Il cielo è fosco, impaziente. Vecchie scritte con la bomboletta spray sono state tracciate sull’intonaco, rosse. Non riesco a decifrarle: caratteri che somigliano a cerchi di fuoco per leoni, al circo. Sembra impossibile siano state lasciate ai muri, in un edificio storico di tale importanza, di tanta bellezza. Le persone si sfiorano, si urtano, si abbracciano, si scansano, e qualcosa mi si sposta dentro come una marea che non si governi. Oltre le pareti, a poca distanza, le luci illuminano fioche il grande affresco dell’ultima cena di Andrea Del Castagno. Giovanni dorme ed è come se questa mia sensazione di sospensione fosse il suo sogno. Due sfingi, corpo di leone, ali d’uccello e volto di donna, segnano il confine alle estremità della panca su cui siedono gli apostoli. Giuda, al centro, alla destra di Cristo, dall’altra parte del tavolo, barbuto, ha lo stesso profilo di un satiro. La scena, ambientata in un triclinio, mi sembra raccontare l’eterna lotta fra bene e male, il conflitto di chi tradisce e di chi è fedele, con l’amore e il dolore che ne consegue, la sofferenza e il piacere. È una raffigurazione drammatica, in cui l’enigma è a portata di mano, sul limine ideale che separa la vita vissuta ed esperita da un ideale desiderabile che è pura aspirazione. Giovanni dorme, beatamente; ha bevuto troppo vino, o semplicemente non gl’interessa sapere, ed è meglio così. I fiori sbocciano ovunque fra gli scranni, allargano i petali, bianchi; alla pareti tarsie marmoree realizzate con una policromia violenta, espressionista: marezzature ctonie che spaccano la terra, venano le galassie, intorbidano l’universo, lavico. Il pittore fiorentino ha rappresentato in quest’affresco l’esistenza, penso, e in essa quella parte consapevole che non non sappiamo chiamare se non “storia”, uno spazio da cui in fondo siamo esclusi e al quale torniamo a partecipare soltanto nel momento in cui tutto è finito, come si torna alla vita dopo una celebrazione. Giovanni è giovane, è un uomo, oppure è una donna; Giuda sbircia sul suo collo bianco, con concupiscenza, lubrico; Gesù invece benedice, incrociando le dita, confidente, con un gesto apotropaico contro il male: Giuda, l’aquilino; osserva anch’egli Giovanni, o è androgina la Maddalena? e non so cogliere se ci sia sorpresa, insofferenza o benevolenza nel suo sguardo: sorpresa per i forti che si credono deboli, insofferenza per chi non sa ascoltare il male (nell’iconografia cristiana Giovanni poggia la testa sul petto d Gesù – “in verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” – a chiedere chi sia che tradirà), insofferenza per chi sogna e non sa affrontare la crudeltà o, allo stesso modo, ancora benevolenza per lui, o forse è lei, dal collo bianco, che ora dorme e sogna. Non è diverso il nostro convito di oggi da questa scena intonacata, e forse è a questo che serve l’arte: a farci capire il senso delle occasioni, a spremere il succo delle contraddizioni in ciò che stiamo facendo, a essere consapevoli e sempre presenti a quello che è stato, al garbuglio delle proprie emozioni, alle persone, alle sospensioni; e al fatto che tutto passa, e che non si tratta di non farcela perché si é deboli, ma tutto il contrario, perché si é forti: nell’impulso vitale di ciascuno di noi, di chi carezza, concupisce, mastica, sogna, dorme. Ogni cosa in fondo è un mezzo per agire sulla realtà, per consumarla e poi chiudersi in se stessi: aprendo mani, braccia, bocca, gambe; e ogni estensione, ogni soddisfazione, ogni raggiungimento è una misura. Milioni di passi e abbracci ci separano adesso da coloro ai quali eravamo così vicini, e invece pochi, uno tre cinque, da tutte queste persone che mi sfrecciano accanto e che nel frattempo sono state così lontane, ad ogni angolazione. La verità è che utilizzo ogni esperienza, ogni scheggia di realtà per pensare a te, per tornare a te con nuovi colori, da diverse prospettive, riprendendo il filo del gioco, così da consentirmi di vivere; e questa non è una sala di corpi ma un bosco di tronchi dove ci siamo persi e ti chiamo, e nel quale mi sento vivo perché di corpo sto cercando il tuo. Un’identità e un corpo in fondo si tengono insieme solo se trovano superfici abbastanza consistenti da non lasciarsi disperdere; ed è la tua ricerca e la carica che conferisci alla superficie di ogni occorrenza a rappresentare per me una tenuta stagna alla delusione, all’irrealizzato, all’insoddisfazione. E come te, che vivi laggiù, lontana, e certamente avrai messo sù il tuo piccolo orto casa, la tua barchetta di legno intessuta di buoni propositi e convinzioni sulla sostenibilità, tra un volo e l’altro di pensieri, da questa piccola città alla grande mela, dallo Space Electronic all’Electric Circus, ormai chiuso, nell’East Village, fino ad oggi 13 novembre 2022, al Cinéapolis Luxury Center, dove sorridi, un po’ impacciata, alle domande degli spettatori; come te, anch’io qui ho il mio paesaggio radicale, anche se ormai solo della mente: vi si sorride poco, ma a volte mi convinco che non ci sia bisogno di esternazione e clamore o addirittura allegria per ricondurre l’eccezionale al prosaico. E quale sarà mai il senso: se i paesaggi radicali siano quelli che mettono o che strappano radici, o luoghi che abbiano l’intransigenza delle scelte fatte, che maturino in sé un po’ di bellezza a costo di tanta crudeltà. Nella mia testa, attraverso gli occhi: premi dentro di me, nell’intercapedine dove la vita s’alza e s’abbassa; premi su di me, verso un occhio che è un piccolo spiraglio, un organo tanto brulicante che ti chiedi come possa non cambiare; ma forse ogni cosa, anche un occhio, ha un segreto che tiene, che esiste anche dove ciò che si cattura si perde, come in un fuoco di crepitii, in una vita di addii, nel passare di queste persone che sorridono sopra lo straboccare della delusione. Il mio pensare a te non cambia, si muove continuamente con la stessa mutevole forma, come i gesti in una individualità. E credo che la perseveranza degli affetti e del ricordo sia il campo d’espansione nel quale prima o poi riuscire a sentirsi; in esso non c’è peccato né tradimento, non c’è accadimento che non trovi pacificazione. Giovanni dorme e sogna, nell’affresco del refettorio di Sant’Apollonia, realizzato alla fine del quattrocento da Andrea Del Castagno, pittore fiorentino; poggia la testa su un lenzuolo bianco; chiudendo gli occhi, tappando le orecchie sconfigge i trionfi di Cristo, la malignità di Giuda. Sopra Gesù, che si piega a guardarlo, ambiguo, la terza tarsia marmorea produce un’onda di forze che ripercorre il profilo della schiena di Giovanni, terminandola in una spaccatura formata da bande di colore concentriche che aprono a una galassia di senso, a un trasferimento che riassume tutto in un altrove dove il rito e il significato nasconde la sua essenza. Dentro di me tutto è risolto della battaglia. Un’essenza non può che essere lontana dove non si trovi pace. E l’amata, l’amante non sono altro che i due aspetti surrogati della vita che è, di quella che si aspetta e non sarà; il reciproco allentarsi di paura e desiderio. In mezzo alla folla, sotto il portico del convento, così piccolo e basso da soffocare sotto le schiene altrui, rivestite di giacche pesanti, sensibile al tanfo del sudore dell’umanità, della mia propria, e al fetore dei sorrisi dai denti marezzati di cibo degli astanti, mordo, articolo parole di circostanza, trattengo la minzione, mi annoio; faccio tutto sopra il ricordo della tua nudità, un po’ tozza, lignea, proporzionata ma dionisiaca; e poi eccoti, un’idea, i tuoi capelli a ondate, gialla come un cipresso, e noi in quella stanza con te che dai le spalle alla luce come dal fondo di un pozzo, e il tutto brutale e gli spigoli che si muovono all’assalto; ma veramente guardavi me, così invisibile, sognante addormentato? era la luce al principio del cielo che ti penetrava da dietro come nell’affresco quella di lato del Falterona? Ed ero proprio io nella tua camera come un eunuco costretto, come un’ostia sfatta? Mentre percorro il dromos che porta al tumulo etrusco di Montefortini dove passo un’altra Domenica penso al tempo, a te, alla sacralità del tutto, alle impressioni, all’ubi sunt delle poesie a cui mi appassionavo a scuola. Mio padre mi ha insegnato a dipingere i cipressi gialli da piccolo, con le tempere, picchiando le setole del pennello forte sulla carta; li facevamo tutti giovani, mi accorgo ora. Chissà quanto di quel colore bisogna consumare, per morire.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

206

guardo il Tajo nel mattino incandescente, affacciandomi dalle finestre del colonnato sulla terrazza del Miraduro di Santa Luzia, nella città in cui si perse ogni fondamento quando il primo novembre millesettecentocinquantacinque una forte scossa di terremoto, e poi un maremoto, distrussero gran parte della città di Lisbona, uccidendo decine di migliaia di persone. Le case degradano da sinistra, inseguite dal Castello di São Jorge, imponente, fino ad Alfama, col suo intrico di viuzze che mi ricordano la magia dei paesi sui porti nei dipinti di Ubaldo Oppi: un labirinto di vite che ora sono mie, per un po’ sospese, ma che non conosco. Quante stanze, quanti angoli e strade, scorci d’ombre e sole! Quanti sopravvissero, quanti furono sopraffatti dal mare, dalla terra quel giorno. Oggi come allora anche i vivi sono inghiottiti là in tanti modi: nelle cabine precise come fori di risonanza delle grandi navi da crociera, attraccate al porto – immagino di poterne sentire la voci -; nel vano della stanza dell’artista che appare al balcone con l’organetto cantando Frank Sinatra, ad occhi chiusi, rapito dalla passione: recupera il lento secchio di pochi spicci appeso con una fune alla balaustra in stile liberty, in ferro battuto, del balcone, poi sparisce al buio della propria camera di marijuana; “all of me”, e se lo dico penso tutto di te, non di me, e ti sento ma non so come e con che cosa e se ne sia la mente capace se non c’è più il cuore: “your goodbye / left me with eyes that dry / how can I / get along without you / you took the part / that once was my heart”; le sento le esistenze inghiottite, nella musica dei suonatori di fado che chiudono strascinando le note con un sorriso triste; nelle vite di chi vive la propria vita che comunque vada è un destino di solitudine. Tutto di me e tutto di te in ogni cosa e di ciascuna vita in ciascuna cosa, come di questi locali bianchi i negozianti di ceramica artistica, indaffarati a produrre i celebri azulejos, proprio dietro, a poca distanza da quello sulla parete del monastero che racconta la storia di Martim Moniz (durante l’assedio di Lisbona, nel 1147, interpose il suo corpo, sacrificandosi, per tenere aperto il passaggio che consentì ai cristiani di rientrare in città e sconfiggere i musulmani): file di mattonelle numerate, geometrie blu, sardine dalle variopinte decorazioni floreali, appese, appoggiate alle pareti; la storia è la vita e la vita fa la storia anche qui, persa con eroismo offrendo il proprio corpo alla volta di una portone che protegga una fortificazione, ma anche dove si facciano piccoli segni, decisi, su cui i volti s’illuminano, s’adombrano alla luce di una lampada, e nei giorni si perdono piano. Si dipinge, si scrive, si suona per nascondersi, per creare un pergolato sotto cui ripararsi, accanto a qualcuno, per ancorarsi, al fresco di una casa intonacata, in un ricordo. I miei qui si aprono come fisarmoniche, ad ogni passo sdrucciolo sulla calçada portuguesa, fra momenti di spensieratezza e di inquietudine che mi fanno temere di sparire al prossimo istante, come una di quelle piccole pietre quadrate che compongono il mosaico illeggibile della pelle della città, divelta. Come sono attaccato alla vita e quanto mi ripugna esserlo! come lo sono a tutte quelle cose che ho sciupato! a tutte quelle che ho paura di toccare come lo scolaro più impressionabile il cuore del maiale nel laboratorio di anatomia. Quanto ho paura dei tuoi seni sfibrati che cedono, quanto schifo e rabbia per i capelli perduti a terra, aggrovigliati a intasare i tappi a griglia del lavello dell’acquaio, del lavandino. Vorrei essere molto più lontano o ancora più vicino così da non vedere, ma non sono mai alla giusta distanza. E non ho pace: a casa i disegni si staccano dalle mensole cui li abbiamo appiccicati insieme col nastro adesivo; i libri si opprimono sulla scrivania, tagliandosi a vicenda, con i bordi delle pagine, lame affilate; le cose mi feriscono irrisolte passando troppo distanti, sfuggenti, vicine, lasciandomi le mani in tasca, la pancia sulla pancia. Se cammino, spesso il corpo è solo una maschera con dei fori e posso dimenticarlo: e sono una realtà, una sostanza che è uno specchio fluido dove deformarsi; ma poi la presenza torna nei bagliori delle mani di un insonne che batte la stanza nella notte, in rua de Glória, lungo la circonferenza, e ha un terremoto dentro al petto e si chiede com’è che si senta il battito di un cuore che hai tu. Abbiamo affittato un grande appartamento all’ultimo piano di un edificio situato su una delle rampe d’accesso principali che portano il tram al bairro alto. Mi sveglio e cerco di non farmi sentire, di nascondere quell’ansia che mi fa sbattere ai muri. Il problema dell’ansia è che non ha un vero oggetto in termini di motivazione, e neppure puoi giustificarti nascondendoti dietro la rivendicazione della percezione della precarietà degli affetti e, per analogia, di tutte le cose: non è comunemente comprensibile ciò che è così ovvio e banale; o almeno così è naturale dire. Salgo le scale fino alla terrazza all’ultimo piano, quasi un rooftop (come i tuoi) a cui si accede da una portafinestra bassa, da gnomi: una pioggia lieve è la partitura del cielo; la vita si rannicchia come un topo, scoscende con uno scrosciare, rosicchia le case, le strade, i cortili. Ripenso ogni singola giornata, questa di oggi e le altre, ogni singolo gesto, e mi meraviglia quanto ciascuno somigli ad ogni altro; e tutte le persone che ho conosciuto e le espressioni e le esperienze che ho vissuto è come se fossero scie di un vivere su una superficie impressionabile e che la vera bellezza stia in questa disfatta di luce, nel lampo, in un nido fragile di sterpi tessuto di parole, di risate, sospese lassù, sulle telecabine della funivia del Parco delle Nazioni che si snoda dal Passeio de Neptuno fino alla Torre Vasco da Gama. Avvistamenti di pantagrueliche meduse (a volte sembra che ci siano esseri viventi in cui la vastità abbia confinato tutto il dolore); sbandati che recuperano ciclopiche lenze. Edifici dismessi, mercatini di fortuna a galla sull’indaffararsi di uomini e donne emaciate, dagli occhi vitrei e con il fuoco nelle vene. Guardo fuori e cos’è che sto fingendo? quale realtà è autentica se posso distinguere l’allegria fuori da quella dentro, se queste sensazioni non sono un tutt’uno ma solo si somigliano? e così penso che probabilmente dentro di me c’è solo una tensione che in quella esterna trova pace o guerra; come in te, nel pensiero di te, cerco un dolore che mi avvicini a quel dolore dentro. Perché forse è proprio il centro delle distanze ormai incolmabili a non svanire. In fondo non posso vivere se non per mancanze e per illuse appartenenze. E mi viene in mente quella poesia impressa sul segnalibro nello scaffale del piccolo negozio di cianfrusaglie per turisti, scoperto per caso nella salita verso il castello di São Jorge, acquistato assieme a tre piccoli portachiavi che fanno tintinnare all’unisono le stampe in metallo di un cuore e di tre carrozze colorate del tram: “the poet is a faker / who’s so good at his act / he even fakes the pain / of pain he feels in fact”. L’ho regalato a te quel libro, a cui tenevo tanto, e che tu hai tenuto chiuso sul comodino, chissà per quanto, ma adesso non più. Era “il libro dell’inquietudine” e te l’ho dato allora fingendo di liberarmene in parte, come un diario segreto da condividere, e che oggi m’illudo tu conservi così da poterci scrivere ancora. Alimentare il dolore sarebbe poter fare di più di noi stessi. Ma sono certo che l’unico dolore che si possa capire sia quello gemellare, della carne condivisa, e noi alla fine non eravamo fratelli neppure di sesso; e non è forse solo un rapporto carnale che cerchiamo negli amanti? non si tratta anche fra essi di corpi in fiamme che si avviluppano e si dividono mentre le emozioni e i pensieri ne scaturiscono come le scintille? di cadaveri di fratelli sul campo di battaglia, cosparsi della stessa storia e dello stesso sangue? Non c’è amore dove non ci sia ossessione di corpi! Tutti i sentimenti autentici sono ossessivi: così è la vera umanità, e l’egoismo è in realtà di quelli che i sentimenti li stritolano come noci in uno schiaccianoci; mentre il rifiuto dell’impossibilità, dell’assurdo, qualunque cosa dicano, è il rifiuto di se stessi. Amare è non essere disposti a lasciare, non poter smettere di odiare. Amare è accogliere l’inquietudine, raccogliere i capelli a terra. Eteocle usurpò il regno del fratello Polinice che gli mosse guerra. I due morirono uccidendosi sul campo di battaglia, ma solo uno di loro fu sepolto. La sorella Antigone sfidò Creonte affinché Polinice ricevesse onorate esequie ma, condannata a morte, si suicidò prima di vedere le fiamme delle pire adiacenti dei due fratelli separarsi perfino mentre le loro spoglie venivano bruciate. I veri fratelli si odiano anche nella morte per rispetto della carne; i veri amanti lo fanno in vita, a costo di quello stesso odio, di quella stessa morte. Così, anche se ti amo, se ti odio, so che l’amore tuttavia non era, e che mi hai dimenticato; e che questa vita, per questo, può continuare, senza la vita, che nei corpi come all’inguine si dispera. È ora di tornare, l’aereo ci aspetta; guardo il cielo e quanti altri aerei e scie che l’attraversano! Ogni volta che le vedo il ricordo di te sopraffà il ricordo di te. Sto seduto sugli scalini d’entrata alla navata centrale della chiesa del convento del Carmo, a Lisbona; è l’ottobre del duemilaventidue, il tetto crollò durante il terremoto del millesettecentocinquantacinque: gli archi gotici, privi di volta, sorreggono le nuvole, instabili, scostanti. Dopo il tragico evento la regina Maria I ordinò che la chiesa fosse ricostruita, ma l’opera non fu mai completata, e nell’ottocento, in pieno romanticismo, si pensò che il monumento fosse più bello e poetico lasciato alla sue rovine, come una barca in panne in mezzo alla tempesta in un dipinto di Aivazovsky. Sono anni che non ti vedo ma non è cambiato niente se non ciò che si struscia adesso per caso sui gomiti. Sulla zattera della medusa alcuni sono morti, altri hanno mangiato gli altri: anch’io sono sopravvissuto così? Le chiome degli alberi si vestono di migliaia di cucchiai di metallo: catturano, inghiottono la luce. Anche se tutto cade, si fonde e si travolge, su tutto ciò che non finisce comunque il cielo resta. Osservo ed è un altro modo di toccarti. Nei sogni hai il mio stesso inquieto, azzurro respirare.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

202

Dormi in un campo di sepoltura
in una terra di passaggio che dirada,
il pianto su ogni tua immagine dura
come veste il cipresso la rugiada

l’unico senso sta a margine
di queste mura se il tuo riso
collima al riso l’immagine
il pianto al pianto sul tuo viso

che il tempo perpetuo abiura.
Così specchia nella vespa che affoga
quella ch’è viva l’acqua scura
che dall’ombra del cipresso sfoga.

È una tortura ogni somiglianza
che la morte porta al tuo proscenio,
ma se indiviso da questa coltre s’alza

il ricordo, schiuso libera il tuo viso
come intatto la galbula l’achenio.

Mio padre si chiamava Silvano. È morto il 14 settembre 2017, sul letto della casa dove sono cresciuto bambino. È stato assassinato: un’altra morte sul lavoro, come direbbero frettolosamente al telegiornale utilizzando un eufemismo che vada bene sia a pranzo che a cena (e poi è noto, quando ci sono di mezzo i potenti o lo stato, è sempre meglio non compromettersi). Adesso giace nel campo di sepoltura, lotto numero 3, piano terra, del cimitero di San Martino a Gangalandi, nella frazione di Ponte a Signa. Il cimitero fu fatto costruire e donato alla pieve di San Martino dalla venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze, quando, a metà ottocento, fu emanato un divieto di seppellire i morti all’interno della pieve. Ponte a Signa è un piccolo quartiere di case residenziali abitate da gente comune, nel comune di Lastra a Signa, in provincia di Firenze. Gli edifici sono per lo più costruiti su un poggio che scende dal bosco delle Selve all’Arno, una collina di pietra calcarea, detta Sassoforte, che ha per confine i torrenti Fontepatri e Rimaggio: nomi di piccole fonti che mi ricordano le stagne di plastica bianca con un grande tappo avvitante e stampata di lato la capacità: cinque, dieci, quindici, venti, cinquanta litri; e le lunghe attese – la cannella di ferro buttava così piano, e com’era fredda l’acqua! – eravamo forse seduti su una panchina di pietra? oppure su di un semplice sasso piatto? Rivedo le mie gambine con i piedi che si incrociano come quelli di un giocattolo, di una marionetta, e non toccano il suolo – si librano in aria all’improvviso e poi s’accavallano ancora, le ghette si sciolgono – e accanto le tue, forti sulle ginocchia, in pantaloni di velluto; e l’andirivieni delle facce di tutti quegli anziani sorridenti, che avevano tanto vissuto e che chiamavi per nome, e salutavi col sorriso, con dolcezza – com’eri tu – e che adesso, come te, sono morti. Siamo di passaggio sulla terra ma questa, nella località di San Martino a Gangalandi, lo è di più – tanti ci sono passati – lo è di più per la storia e per il nome che di quella storia tiene memoria: “Gangland”, dal tedesco “terra o paese di passaggio”, a caratterizzare un territorio fin dall’antichità collocato sulla via principale che porta da Firenze a Pisa: la via pisana. Silvano riposa qui – riposi qui – al campo di sepoltura n. 3, nel cimitero comunale, sotto al cimitero più antico, progettato e costruito dall’architetto Angiolo Ciappardi, anche lui là sepolto, insieme ai nonni, Vittoria e Renzo. I nonni riposano in una cappella d’angolo, nel campo rettangolare di destra, appena attraversata la grande facciata in stile neogotico a cui si accede da un lungo viale di ghiaia – il vento alza la polvere – leggermente in salita. Nonno non l’ho mai conosciuto; lo ricordo solo da quella fotografia fissata sulla tomba ma anche da quella in una cornice sul cassettone della camera della nonna, quanto tempo che non entro in quella stanza! il volto acuto, un po’ stempiato, la cravatta mal portata, le spalle rigide e ampie, come avessero del cartone sotto; me ne hai parlato come di un uomo riservato e buono. La nonna anche era dolce, con lo sguardo inquieto, incerto fra l’amore e la paura, con occhi cangianti come qualche goccia d’acqua quando ci versi sopra qualche goccia d’olio. Anche i tuoi occhi erano così, instabili come una lucertola, papà. Nonna scriveva un diario, come me. L’ha fatto soprattutto negli ultimi anni, su quadernoni a quadretti, come quelli dei bambini. Qualche volta a noi nipoti leggeva qualche pagina. Parlava sempre del tempo che le sarebbe mancato, e mi sembrava ne fosse fiera. Forse è la stessa cosa che faccio anch’io e ogni storia si ripete e ci sono delle affinità che si rincorrono al pari dei profili dei nasi, delle bocche, delle orecchie, della conformazione delle ossa delle dita. Tutti gli steli dei fiori in un campo in fondo si piegano allo stesso modo quando vi trascorre una folata di vento, hanno solo un diverso intervallo. Tutti i lombrichi nella terra sono lo stesso lombrico come centinaia di anelli d’oro e argento cangianti sotto la luce. Allo stesso modo il gesticolare prosaico delle persone: ma di queste, colpevoli di nascondersi nella consapevolezza, nella ragione, in una presunta certezza tradita al proprio interesse, mi piace ricordare solo quelli inconsulti, inadeguati, i gesti piegati da un sussulto d’affetto, sincero, e il fatto che sogni ciascuno la propria verità e monili di ragazze e stare guancia a guancia; la tua come bucava, papà! Proprio come buca la mia, adesso, sulla tua. C’è anche una parte dedicata ai bambini al piano superiore del cimitero di San Martino a Gangalandi: si trova sotto il loggiato interno del campo rettangolare di destra, accanto alla sezione dedicata agli onori dei capi di guardia deceduti della confraternita della misericordia, lo stesso campo dei nonni. Oggi, per quasi un’ora, ho letto i ricordi dei genitori, dei fratelli, delle sorelle, scolpiti sulle lastre tombali. Ho pianto per queste morti precoci, morti di bimbi innocenti quasi sempre vittime di malattia fra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento; un bimbo era stato investito dalle ruote di un carro. Non usa più ricordare i morti in modo così personale e allo stesso tempo pubblico; credo che sia un peccato perché la bellezza di quei sentimenti è rimasta e ancora oggi mi ha trafitto il cuore. Nascondiamo la verità, che è soprattutto sofferenza (la vita), ci vergogniamo di chi muore come di chi indugia: come a dire “poche storie, questo è quanto va fatto”. Mi è venuta l’idea di fare qualche foto agli epitaffi più belli e riportarli qui, ma poi non l’ho fatto: ho avuto pudore e paura come stessi violando un giardino botanico e stessi calpestando piante rarissime e fragili, e ho pensato che quelle frasi di saluto, quelle parole di pace erano appunto destinate a quella pace, e che quel modo di sopravvivere fosse appropriato solo per il contesto per il quale era nato come frutto delle emozioni di coloro che quei bimbi avevano amato. Proseguendo il loggiato dagli archi a sesto acuto mi sono poi imbattuto, fra le altre, in un’altra lastra tombale, forse di un lontano parente, probabilmente me ne avevi già parlato tu papà: “qui ebbe modesto sepolcro Antonio, uomo per bontà e integrità di carattere più unico che raro – il 27 maggio 1907 colpito da apoplessia rendeva l’anima a dio – la consorte Rosa a memoria imperitura del caro compagno della sua vita pose”. E penso che Rosa fosse davvero la compagna che Antonio meritava perché in questa frase si è ricordata di mettere da parte se stessa, sottolineando la modestia e l’inadeguatezza della tomba riservata all’amore della sua vita, e allo stesso tempo lo ha celebrato nella sua bontà – quale virtù le è superiore in un mondo di lupi – a fronte della miseria degli uomini ma anche della grettezza dell’esistenza, questa davvero troppo ‘modesta’, come una tomba, per accogliere la provvisorietà di un così grande amore. Mi manca un amore così, una passione quieta ma che faccia idoli di questi corpi di sangue e pensieri. Li guardo vicini e nella memoria e tutti mi sembrano come sacche per trasfusioni. Appese a lunghe cannule da esse pendono le braccia degli ammalati, i tubi sottili poi si fanno vene, e non le so da quelli distinguere: ed è come se dentro, nelle sacche e nei tubi, per il principio dei vasi comunicanti, ci fosse una forza in contrasto e in equilibrio, e non ci scorressero dentro farmaci, ma una specie di coscienza molle, e poi pianto, litri di pianto, ed è come se tutti quegli esseri vi partecipassero; e poi, per analogia, penso a San Giorgio e alla sua lunga lancia nel collo del drago e alla figura della bestia e del santo e a come al contempo siano inestricabilmente avviluppati omicidio e sopravvivenza, fame e nutrimento, malattia e guarigione, eventi ed eternità, morte e amore. Noi siamo forse come il drago, accidenti della terra, destinati a perire? oppure uccidiamo con la vita i nostri corpi per partecipare ancora della vita che ci è mancata? So solo che al mattino mi sveglio dal tuo letto e osservo in alto, sopra la spalliera dorata di testa, lo sportello di destra di quella icona greca – la comprammo ad un’asta di Farsetti Arte, a Prato; uscimmo felici sulla piazzetta, lì ho fatto l’amore in auto con quella ragazza che ho inseguito, anni dopo, fino a Saint Germain des Prés, tu non l’hai saputo; ed è molto bella – dov’è raffigurato il santo, sul suo cavallo bianco, che trafigge il mostro che si attorciglia, elicoidale, in una smorfia di dolore; guardo le due figure e mi sento forte e colpevole come se San Giorgio e il drago fossimo io e te, poi io e lei, nella vita, e fosse appunto la vita che uccide se stessa rappresentata, dove i figli e gli amanti, per natura, uccidono ancora e poi ancora gli amati e i padri. Così nel X libro delle Metamorfosi Ovidio racconta come Ciparisso, il più bel fanciullo della gente di Ceo, nelle campagne di Cartea, durante una battuta di caccia, uccise per errore, scagliando il giavellotto, l’amato cervo addomesticato, compagno di giochi di tutta la gioventù, che riposava nell’erba, godendosi la frescura all’ombra di alcuni alberi. Profondamente addolorato il ragazzo decise di lasciarsi morire e supplicò Apollo di fare in modo che egli potesse piangere per sempre l’amato animale. “Iamque, per immensos egesto sanguine fletus, / in viridem verti coeperunt membra colorem, / et modo, qui nivea pendebant fronte capilli, / horrida caesaries fieri sumptoque rigore / sidereum gracili spectare cacumine caelum. / Ingemuit tristisque deus “Lugebere nobis, / Lugebisque alios aderisque dolentibus”, inquit”. “Così sfinite dall’inconsolabile pianto / le sue membra iniziarono a trascolorare verdi / e i capelli in bilico sulla fronte di neve / a infoltirsi in una chioma ispida / assottigliandosi in cima verso un cielo fitto di stelle. / Gemette il dio e sconsolato disse: ti piangeremo / e tu, dove gli altri soffrono, piangerai gli altri”. Fu così che Ciparisso fu mutato in un cipresso, l’albero sempre verde che van Gogh assomigliava ad un obelisco egizio, simbolo di struggimento e tensione verso l’ignoto, tentativo di perforare il cielo, di aprire in cielo un orecchio affinché i defunti ci possano ancora sentire. L’albero che produce resina dalla corteccia – ne puoi vedere spesso le goccioline vischiose scendere giù, lentamente, come un pianto – resina che, proprio come noi facciamo delle lacrime, il cipresso usa per cicatrizzare le ferite – chissà se ha smesso di piangere adesso il riccio che guarda la luna che ho inciso per te sul cipresso vicino a casa tua – e per allontanare i parassiti e gli insetti più fastidiosi e letali: gli afidi, le formiche, le mosche – ricordi l’artista delle cancellature? tutte quelle formiche sulle parole illeggibili di due pagine aperte delle scritture eterne, la Bibbia! – per noi la metafora della morte. E tanti cipressi trovo qui che mi consolano papà, nel cimitero comunale, e mi conducono dal cancello d’entrata al lotto n. 3, in fondo al viale di ghiaia a sinistra, dove riposi sotto due metri di terra – ci saranno le conchiglie? -; mi portano come un corteo nero, assieme alle mie eterne risse e le mie grida disperate ma taciute nel petto. E ho un ricordo felice di quella poesia che ascoltavi fiero da un bimbo adolescente che aveva appena imparato a recitarla tutta quanta a memoria (la poesia di Carducci, Davanti a San Guido). Mi fa immaginare di essere là, con te, a Bolgheri, fra le due file di cipressi alti e schietti che corrono via mentre passeggiamo davanti all’oratorio di San Guido. Come facevamo la domenica, davanti alla chiesa di San Martino. Qui, oggi, mi piace scendere giù dalla piazzetta su cui svetta il campanile, costeggiare l’alto muro dove la strada si piega a spirale da un lato, verso la chiesa – da sopra, accovacciati, tiravamo con la cerbottana alle rificolone dei bambini, ogni 7 settembre, nel giorno della natività di Maria (mi fa ridere oggi pensare all’etimologia del nome: il 7 settembre in piazza Santissima Annunziata arrivavano in città per la “fiera” le “culone” della vicina campagna, le “fiericulone”: nella celebrazione della ricorrenza saranno poi rappresentate dalle lanterne di carta con dentro una candela portate in processione, e che bucavamo, facendole incendiare) – e osservare il circolo della chiesa, dall’altro, in basso, dove abbiamo calciato tanti palloni e tu venivi a tirarmi per le orecchie ogni volta che mi azzuffavo con qualche compagno di gioco. E a quel punto della strada ho uno dei ricordi più chiari e felici della mia infanzia mentre nel dopo scuola, per qualche motivo, – era forse la terza elementare – la maestra, suor Annina, mi accompagnava da qualche parte, stringendomi forte la mano (ero un bimbo sensibile e lei aveva avvertito questa fragilità). Scendevamo da quella strada che degrada insieme alla campagna che oggi come allora dirada: le case si rarefanno, il terreno coltivato – mamma si serve ancora dal contadino – si fa incolto e s’infittisce di rovi – le more pendono enormi sul viale in quest’agosto torrido attanagliato dall’arsura – e io oggi dalla stessa da solo vengo a farti visita dove allora andavamo assieme a trovare i nonni. Percorro il viale e sono impaziente di avere un momento di solitudine con te e soprattutto di adempiere la preparazione a quel momento: non si tratta di una visita ma di un rito che ho inventato e che condividiamo, come una cosa intima, un po’ bizzarra e in fondo – chi se ne frega! – non è che me ne vergogni, ma rimango deluso se non sono da solo, se qualcun altro passeggia, muove i fiori, bisbiglia, fa conversazione a voce alta, o anche solo se prega le tombe degli altri morti. Sistemo i miei fiori, ripulisco i sassolini bianchi che riempiono l’incavo della tua tomba, su cui è collocato al centro un vaso che contiene un piccolo ulivo; li libero dalle foglie secche e dalle zollette di terra e radici; innaffio (s’innaffiano quasi sempre fiori secchi o già recisi, è una metafora? stiamo ravvivando un piccolo fuoco destinato a spegnersi? I monumenti funebri: hanno una vita di dieci anni nei cimiteri comunali). Poi, più volte, riempio il recipiente d’acqua e la verso su tutta la superficie della tomba, come un’abluzione, come se potessi spogliarti, darti sollievo, iniziarti; come potessi in questo modo rendere molle al tatto la carne del tuo corpo che s’è fatta fredda e la terra, impenetrabile. Per farlo utilizzo uno dei recipienti di plastica messi a disposizione dagli impiegati comunali: hanno un piccolo foro sul manico che serve per appenderli ad un supporto metallico con dei ganci ad angolo retto, che spuntano ad intervalli regolari, posizionato sotto il muretto che regge il terrapieno del lotto n. 3; danzano come pellicani in fila quando io o uno degli altri visitatori li riponiamo al loro posto. Hanno un lungo beccuccio e stretto che serve a direzionare il flusso d’acqua in modo preciso. Le persone, da lontano, con l’innaffiatoio in mano, di più se si tratti di qualche anziana vedova con il capo coperto da un fazzoletto nero, somigliano a profili di merli che nutrano piccoli disperati e urlanti infilando becchi gialli che imprigionano sulla cima lombrichi terrosi e attorcigliati sul fondo della loro gola. Pigolano, chioccolano; ma tu non parli, e neppure quelle – chissà qual’è il loro dialogo coi morti, se hanno parole d’affetto o di dispetto – e neppure io so che parole ho io con te. La rugiada veste di goccioline le foglie sui rami dei cipressi come un velo di cristalli sullo scheletro di supporto di un lampadario; ne abbiamo uno così che pende sul letto della camera da letto della casa dove vivevamo quando ero piccolo e dormivo ancora con voi; adesso lo associo alla carne bianca della tua mano con il palmo aperto sul tavolino in ceramica decorata che hai modellato (eri un bravo ceramista): è la base di una colonna corinzia, ha un piano in vetro, occupa il centro del salotto. La luce passa dappertutto, dal vetro, dalla tua mano, dai cristalli sugli alberi, ed è come se graffiasse un te che si è fatto d’oro. Graffiavano di piacere gli sfioramenti lievi dei tuoi tendini, i tocchi leggeri delle dita della tua mano, nelle carezze, nei piccoli spostamenti: tu che mi liberi la fronte, io che faccio scorrere in alto la cerniera – fa freddo a Trento – fino alla tiroide e al tuo sorriso. Mentre noi, papà, tiravamo il pallone, in camera, sfiorando il lampadario; mamma ci rimproverava, i cristalli sbattevano gli uni sugli altri ondeggiando, provocando rumori e musica. Così s’inoltra il giorno e si perde la rugiada: per scrollamenti del vento, fischi d’uccelli, spostamenti d’aria, della mano, sversamenti, inaridimenti, come il mio pianto d’oggi, fino a domani. Ed è un attimo, una visione e poi non si muovono più i cristalli; sparisce l’impronta della tua mano; si ergono dritti, asciutti, verde chiaro i cipressi nell’aria; con indifferenza adesso. Non facciamo più gli stessi giochi. Ma questo assiduo lamento resta, resta il pianto: il mio, di ogni giorno, quando sono qui e appoggio la guancia sul lato superiore della croce di pietra che decora la tua tomba; e quello simile, al mattino, della rugiada sui cipressi. Resta il pianto oppure è semplicemente un piano quel che rimane, un aggiustamento, un tentativo di sopravvivenza, giornaliero: che sia un’intenzione? una volontà? e quanta distanza c’è fra quanto accade, le somiglianze, le speranze, le lusinghe, il desiderio e ciò che è stato? Quanto me, quanto io e te; quanto me in me ed io e te in me e te. Se considero il mondo e la nostra storia mi rendo conto non che tutto si collega ma che tutto ciò che siamo è un tentativo di collegare tutto a un centro che per noi abbia significato. Il mio sei tu, insieme a ogni altra assenza; e tutto ciò che sta fuori da queste mura dove riposi, e che a te rimanda, per te e per quest’assenza acquista un senso: ogni riso che mi ricorda il riso sul tuo viso, ogni pianto il pianto di te sul mio viso. Di più, per essi, questo e il tuo perdura nonostante un tempo dalle ali fredde che ritratta sempre sé stesso: nella vita e fuori, nella presenza e dopo; e ciascuno ha il suo ma poi lo condividiamo ed è lo stesso, ed è il principio di tutti noi come qualcosa di contiguo su cui appoggiamo, ma se non in noi qual’è la sua coscienza e il suo tempo. Così le somiglianze e i ricordi, a margine, sono il “segno intellegibile” di questo che è un gioco di corrispondenze, nella vita che continua e mantiene la vita perduta nell’analogia, in una nebbia di fantasmi in cui riconoscere e poi riconoscersi. Ma è nell’acqua della fontanella posta di lato all’entrata del lotto n. 3, alla fine della fila di annaffiatoi che in sequenza si tuffano come delfini, che tutto diventa più chiaro. Sotto l’ombra del cipresso l’acqua residua nel piccolo bacino è opaca, ma è giorno, e ancora riflette. Una nuvola di vespe svolazza frenetica attorno e sopra la superficie, sulle mie braccia, attorno alle gambe. Riempio il secchio, guardo giù. Sfrecciano, ronzano, sbattono sul ferro e sulla pelle; si tuffano in acqua restando sospese. Le vespe, come altri insetti, durante l’estate, hanno bisogno di acqua per mettere in atto un meccanismo di termoregolazione della propria temperatura corporea da un lato e dell’alveare dall’altro. In particolare, nella stagione più calda, il continuo sbattere delle ali durante il volo genera una quantità di calore in eccesso che viene difficilmente dispersa; inoltre anche la temperatura nell’alveare tende a salire, dato che comunque le vespe sono insetti ectotermi, che cioè adattano la propria temperatura a quella dell’ambiente, temperatura che, già alta, di conseguenza aumenta a causa della densità degli animali nel nido. Lo stratagemma che le api usano per abbassare la temperatura all’interno dell’alveare è di far evaporare dell’acqua all’interno delle celle. Alla raccolta dell’acqua provvedono le cosiddette vespe ‘bottinatrici’ che ne vanno alla ricerca (quelle che d’estate vediamo affollarsi sulle pozze d’acqua, nei canali, attorno ai fontanelli appunto). L’evaporazione avviene attraverso il movimento della ligula (la proboscide) della vespa che vi fa scorrere l’acqua in piccole quantità esponendola al calore. E mi viene da pensare che in fondo anche far visita ai morti nei cimiteri sia una sorta di attività di termoregolazione, e che non si tratti di misericordia ma di sopravvivenza, compensazione di una mancanza, una specie di medicina illusoria e di poco prezzo, un placebo, e che non sia affatto una “celeste dote” degli umani come avrebbe detto il magniloquente Foscolo. Vengo al cimitero quando ho bisogno di pace, di allontanarmi dal rumore degli uffici, di liberarmi dalla frenesia delle attività, dalla ricorrenza delle banalità, per poi tornarvi finché quel peso non gravi ancora. Venire sulla tua tomba, distratto da ogni scintilla di rimembranza, significa aver accettato, aver superato, aver fatto del tuo ricordo una nebbia indefinita che si possa ricreare ad arte; e mi sento in colpa. Poi sbraccio, le colpisco col dorso della mano (le vespe), ma lo sciame infittisce in aria e sulla grata dove l’acqua riflette e loro s’incurvano come cammelli, appiccicose: il mio volto, il cipresso, il getto d’acqua che sgorga dalla cannella, le vespe stesse; ma è l’ultimo colpo con il dorso della mano che scopre la verità degli animali in quello specchio: il riflesso non segue, la colpita schizza ma una di quelle vespe resta immobile in basso; e mi rendo conto che gli insetti sono molti di più di quanto avessi immaginato poiché quelli numerosi che ho pensato in aria, e che ho creduto in basso un riflesso, sono in realtà sommersi sotto il velo dell’acqua, morti, affogati in un magma di pungiglioni, zampe, antenne, ali. Illusione e verità: le somiglianze a margine sono il desiderio di averti qui, di possederti fisicamente, una voglia di vita; non diversamente dall’estetica di un frustrato desiderio sessuale: quanto ti somiglia ogni cosa che vorrei ma non posso avere! quanto somiglio a te in questa foto sulla tua lastra tombale, quanto tengo alla carne che ho perso, che è destinata a perdersi ma che ancora so di avere! Sei morto, nonostante ogni riflesso. Con te muore anche la mia vera essenza? l’uomo muore nell’uomo come la vespa nella vespa? E che cos’è che di noi continua? In questa foto sei davanti alla reggia di Versailles, nei giardini; è un momento della gita a Parigi che abbiamo fatto insieme, l’unica dell’adolescenza: hai i miei stessi tratti del viso, lo stesso modo di stare in piedi con disillusa consapevolezza e stufa ma dolce arrendevolezza. In quest’immagine cerco te vivo; allo stesso tempo cerco me morto. Ed è uno specchio questo stazionare ai piedi delle tombe, proprio come lo è l’acqua per quelle vespe vive fintamente riflesse in quelle vespe morte, affogate, ma uguali; e la sola differenza è questa superficie solida di terra e sassi invece che, per quegli imenotteri, l’ombra molle dell’acqua nel bacino della fontanella. La morte è uno specchio: ci somigliamo molto, siamo quasi identici dalle due parti opposte. E quanto somiglia il tempo alla morte e a questa linea di specchiatura infinita, orizzontale e verticale, che non ha tacche di minuti ma di uomini e vespe! Questa verità mi appaga più di quei segni, di quei falsi addii e partenze, di quelle finte presenze, dei riflessi: è guardando la terra e la tua immagine che meglio riesco a vederti in me, è questa somiglianza di geni che ha meno tortura e tensione, che già posseggo come un seme che tu mi hai donato. Osservo i cipressi altissimi, le ombre sulla tua pietra; poi quelli bassi, più giovani. Quest’ultimi hanno già i frutti: piccole sfere di colore verde chiaro, bitorsolute e dure; sono dette galbule e sono degli strobili legnosi e squamati che pendono dai rami, a gruppi. Hanno un periodo di maturazione di un paio d’anni durante i quali si colorano di marrone e le squame tendono ad aprirsi lungo le fenditure finché non fanno cadere gli acheni: piccoli semi alati, non come quelli del tarassaco che soffiavi, ma con un pericarpo più duro, detto sàmara, che forma delle ali che consentono la cosiddetta dispersione anemocora del seme, cioè ottenuta attraverso l’utilizzo della forza del vento. Il tuo ricordo in me si comporta allo stesso modo: non come un desiderio, una nebbia, ma come un seme. Quando sono qui, sulla tua tomba, so che la tua coltre non è diversa dalla galbula di quelle conifere, e che anch’io non lo sono. La tua è già marrone e dischiusa in me. La mia aspetta d’aprirsi. Ma porta il tuo seme. Ogni volta aspetto sia la volta di farti volare.

201

Ogni qualsivoglia luogo, ogni animale, ogni evento, tutti i refoli di vento, la nube incerta, il volo del più piccolo uccello, lo sbattere d’ali d’ogni minimo insetto, i sorrisi, gli sguardi, i passi dovrebbero avere un nome: non un nome comune ma un nome proprio. Dovrebbe averlo anche ogni istante, così da poterlo chiamare e fermare. Resta da discutere se debbano essere nomi su cui si concordi, fatto impossibile quanto al tempo e al luogo e alla possibilità di convenirne; o se invece debbano esistere solo nella vita di noi, ciascuno separatamente. In questo modo potrei con un legno secco tracciarne i confini sulla sabbia e potrei farne prigione o cielo; potrei riconoscere la nube nelle sue trasformazioni, gli animali ad uno ad uno, ciascuno con il suo linguaggio; così tu non avresti sorriso o pianto ma saresti ogni sorriso che è stato e ogni tuo pianto, e tutti arriverebbero fin qui; ogni momento non passerebbe il testimone all’altro ma sarebbe come il tasto di un pianoforte premuto durante l’esecuzione di una sonata che vada dal larghissimo al prestissimo; ogni tuo sguardo continuerebbe a guardarmi e ogni tuo passo sarebbe e farebbe rumore anche dove non siamo arrivati; così potrei anche meglio ricordare a chi ho fatto involontariamente male, le cose che ho trascurato o peggio rotto; chi ne ha fatto, anche solo passando, voltandosi o senza voltarsi, a me. E pure le persone, e qualche volta gli oggetti d’appartenenza, hanno già questi nomi, ma per assurdo, proprio in essi, sono così insensibili, smarriti o allo stesso modo presenti nella stalagmite o nel magma della pienezza di sé da usarli come per antonomasia: perché, mi dici, anche tu sei un uomo; e tu sei una donna, le ali dei coleotteri si sclerotizzano, il tempo passa, il vento spira anonimo anche dove non sei, e un cane è un cane.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

200

Non sapere più niente, non conoscere più alcuna cosa conosciuta; tornare alla nascita, a idee bianche, labili, indefinite, ancora prima che si intraveda una possibilità di potenza; gli uomini poi sono ombre nere, concrete, definitive, brutte copie di quell’istante primario poiché esistite in un mondo che è stato e che è presente e prende forma nel degrado e per imperfezione. Purezza in origine è ciò che siamo, eppure è proprio per essa che siamo inetti a vivere; impariamo a farlo conoscendo, ideando, facendo prove, forgiando, fabbricando, producendo, conducendo le cose e i sentimenti; e inevitabilmente ci sporchiamo, elaboriamo compromessi, esercitiamo la forza e la violenza, ci appropriamo di ogni cosa che si presenta e non ci appartiene. Ed è la competenza e l’articolarla in lingua che consente alla vita l’ausilio a uno scopo, a una ragione; ma il bisogno di uno scopo è al contempo la domanda dialettica e spirituale sulla necessità di superamento di un disagio laddove alla soddisfazione del desiderio subentri un nuovo stato di necessità. E il possesso stabilisce la conoscenza relativa, che è pari alla forza con cui esso si esprime; lo stesso vale per l’amore e per la ragione che catturano la presenza dell’altro; non per il sentimento e il sogno, che non hanno bisogno di relazione, che non consumano l’oggetto, come fanno la conoscenza (e l’amore), ma al contrario si applicano e crescono in nomi, e idee e immaginazione e fabbricano oggetti di desiderio che dimidiano in se stessi, ingurgitandosi e aumentando, quale cosa in sé, quanto più ne siano privati. E infine la follia, che altro non è la pazzia se non la tensione al controllo di sé stessi, delle cose e degli altri in nome di un’espressione senza briglie, scaturigine di una pura vitalità di natura. Che giudizio di valore trarre da queste considerazioni? e che cos’è il valore? forse un affermarsi positivo di moralità? Sentimento e sogno (inteso come l’idealizzazione del desiderio), pur se si alimentano indipendenti, tuttavia anch’essi sono pulsione al possesso e aspirazione all’infinità di potenza, ma nondimeno si fondano come verità nel fatto di essere entrambi totalmente, consapevolmente ed eternamente delusi. Parimenti, sentimento e sogno sono le uniche componenti che rendono più vicino alla verità, per quanto ancora assai distante, il linguaggio: che è un tentativo d’ottenimento di banalità eccetto qualora, attraverso di essi, non fiorisca nella propria sostanza, in quest’ultima evenienza perfezionando un completo e consapevole auto-inganno. Perché un’esistenza piena è l’inganno di una verità velata e parzialmente palesata. E le parole sono come i muri, strumenti di prigionia e al contempo di contiguità, di soddisfazione tramite tocco, sfioramento, sostituzione; ma anche pareti di celle che guardano uomini carcerati, ossessioni sferiche d’occhi: ci respingono mentre ci dicono dove siamo, cosa ci appartiene e a chi apparteniamo ma il significato non è in esse, almeno quanto non è nella realtà. E allora alcune nascondono oppure si possono percorrere ma solo in parte o con l’immaginazione: “lontano”, “una foresta”; altre ci sostengono in sovrastrutture: “adesso”, “io”. Talune sono grandi, lisce, piacevoli al tatto, sfere perfette, ma troppo grandi, inattingibili, tanto pericolose da poterti schiacciare senza che tu riesca a scalfirle, di tal fatta sono “odio”, “amore”. Con quante di queste parole abbiamo giocato oggi, scritte su etichette da universitari o su antichi cartigli di studiosi, zoologi, paleontologi, entomologi, attraversando i locali della Certosa di Calci, meticolosi e attenti come certosini, monaci conversi: mille i nomi dei minerali, dei mammiferi imbalsamati, dei pesci d’acqua dolce, di ogni osso di scheletro di balena: le ganasce del capodoglio spiaggiato a Populonia nel 1714, e poi gli innumerevoli biglietti sotto ogni piccola mensa che sorregge qua una collezione di lumache, là che pende da ogni spillo di una collezione di farfalle; e infine la meraviglia della bibbia atlantica miniata del 1168 e la stanza delle meraviglie dove ciascun oggetto si vanta di farsi nominare (la wunderkammer seicentesca del Granduca di Toscana): il cranio con corallo, la collana di denti di scimmia, piccoli animali estinti, conchiglie fossili, fiori secchi, scatole di germogli, ancora una manina di corallo, il cranio dell’uccello esotico Bucero, la testa della presunta Araba fenice, un entozoo denominato “corno di cervo”. Ma in ogni cosa: chi non siamo e cosa sono le parole se non una momentanea presa, un camminamento sulla superficie, una modalità fra le tante possibili, un percorso limitato e imperfetto, un’articolazione di casualità, equilibri e disequilibri, armonie e disarmonie: quante case, quanti gatti, un albero e poi un altro ancora sul ciglio della strada e poi via, dove sei tu, chi sono io. Non il nominarsi ma il darsi è l’unico modo di agire sulla propria essenza, non la rete dei pensieri come le luci della città ma la fessura del cuore da dove erutta il sentimento e il sogno come il vulcano; e la si può realizzare annullandola, auto-distruggendola, ed è l’unica possibilità di essere completamente, di appartenere per osmosi e inglobamento, squagliandosi. Forse le parole sono il rumore che emaniamo quando qualcuno cerca di raggiungerci, di scalfire il nostro corpo, la teca di vetro opaco in cui siamo rinchiusi. Confusi attribuiamo questi suoni a qualunque cosa somigli purché si possa toccare. Forse c’è una verità che bussa alla nostra porta a cui per incapacità o paura non apriamo; oppure sei tu che bussi (ma è un altro sogno). Forse siamo l’ossessione irrisolta di chi vorrebbe spiegarci l’esistenza e le nostre parole non ne sono che un’interpretazione fallita, la lettura impossibile di un frammento di geroglifico. Potremmo essere l’oggetto di desiderio di qualcuno che ci costruisce attorno un muro di parole che risuoni; potremmo brancolare su un abisso di corde vocali cui per fortuna siamo rimasti legati e che ci tenga in bilico sull’orrore della realtà – orsi, lupi, i diorama di Paolo Savi – e ci consenta di costruire una forma di persistenza e bellezza; in equilibrio instabile su una gola di morte, anch’essa irreale ma presente e soprattutto vissuta nella sua massima espressione quanto più sia la contiguità di superficie. Ma dove sei! dov’è il tuo pugno nel petto! dov’è il tuo cuore! e come stringere la tua mano! Come essere sbranati da queste bestie e come possa qui restare anche il mio cranio! Perché, contrariamente, la distinzione è il principio del sé: in natura dove comunichiamo attraverso buchi, scambiandoci lo spazio d’occupazione di piccole stanze di buio, sempre piene di nient’altro che dei propri odori, del proprio tanfo e dei propri peli, inarticolati, o di quelli dello schifo altrui; e nelle società dove lo stesso buio occupa le stanze che abitiamo: separati da muri come da denti; suonando la chitarra, litigando nei condomini; e le voci nell’appartamento a fianco come nella memoria, e quel tentativo di esprimere tutto, quelle sensazioni confuse, con più confuse parole: ed è un compromesso, un’approssimazione, una disfatta, mentre perdiamo la capacità di vedere, di tenere ferma la mano e il nostro invecchiare, soli o insieme, è il fallimento del ritratto che ogni istante facciamo di noi stessi. Un campanello d’appartamento con il nostro nome: animali in via d’estinzione; placidi mammiferi in gabbia, bestie domate, d’appartamento. Che altro sono le nostre rughe se non un adattamento alla realtà, rivoli in cui defluiamo, pieghe di forza nello spazio-tempo che scivolano via noi stessi da noi stessi dentro masse di autocoscienza che non sono diverse da altri buchi neri e che possiamo concettualizzare ma non decifrare; e ne siamo inghiottiti, in un diniego della realtà che afferma la fuga e l’impossibilità della fedeltà a se stessi e agli altri, nel passato come nel presente, e l’assurdità dell’utopia: quel piccolo contenitore di energia che hai avvertito nella pienezza della nascita e in quei rari sentimenti dell’età adulta, e che sono ma non avrebbero potuto che essere destinati a essere taciuti perché incondivisibili se non in qualche rigo di penna; con essi sarà un’altra stanza di buio, rumori e silenzi anche la morte? la morte e le sue intermittenze e al contempo essere ed essere stati, e non siamo altro che scatole, non siamo stati altro che scatole e poi altre scatole con degli indirizzi di destinazione, animali imbalsamati dentro vetrine, pesci dentro vasche in un acquario, ossa di mammiferi d’acqua in un’antica masseria dove passeggiano i turisti come i monaci quando piove: tutto è contemporaneamente acceso e spento, vero e falso, tutto cozza e si fraintende; e là fuori? Il sole, il giardino, il vento, la prima tua voce e poi ancora l’ultima, e le speranze? e tu mi senti? sto ripetendo le tue parole? Le possibilità sono il paradosso della realtà risolto solo nella realtà e in ogni misera parola; e non ci resta che sigillare tutto, e dimenticare. Affinché passi e sia eterno, come il gatto di Schrödinger; affinché vivo o morto emetta un suono che non si possa sentire. Come nello scarabattolo di Domenico Remps: uno specchio a sfera, uno strumento scientifico in vetro soffiato, bronzetti, una lente, un termometro ad alcool, una pistola, un orologio da tasca, conchiglie, un calamaio con due penne d’oca, minerali, un coltellino, nastri rossi, quindici mini-dipinti, una stampa, due grosse medaglie, cammei, vasetti di avorio tornito, rami di corallo nero e rosso, scarabei, nessun rumore, nessun boom, alcun ticchettio e ancora un cartiglio; infine un cranio umano con un corallo rosso sulla sommità: che sia “naturalia” o “artificialia”? Ma hanno scoperto che è una montatura: in fondo nella simbologia cristiana il corallo (dal greco koraillon: scheletro duro) rappresentava il sangue di Cristo e con esso la passione e la resurrezione, e dunque il doppio stato, la contraddizione della meraviglia che partorisce sé stessa, si sacrifica, si salva e non si spiega, se non in quell’iscrizione “Gesù Nazareno Re dei Giudei” (INRI).

Pubblicato
Categorie: Pensieri