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guardo il Tajo nel mattino incandescente, affacciandomi dalle finestre del colonnato sulla terrazza del Miraduro di Santa Luzia, nella città in cui si perse ogni fondamento quando il primo novembre millesettecentocinquantacinque una forte scossa di terremoto, e poi un maremoto, distrussero gran parte della città di Lisbona, uccidendo decine di migliaia di persone. Le case degradano da sinistra, inseguite dal Castello di São Jorge, imponente, fino ad Alfama, col suo intrico di viuzze che mi ricordano la magia dei paesi sui porti nei dipinti di Ubaldo Oppi: un labirinto di vite che ora sono mie, per un po’ sospese, ma che non conosco. Quante stanze, quanti angoli e strade, scorci d’ombre e sole! Quanti sopravvissero, quanti furono sopraffatti dal mare, dalla terra quel giorno. Oggi come allora anche i vivi sono inghiottiti là in tanti modi: nelle cabine precise come fori di risonanza delle grandi navi da crociera, attraccate al porto – immagino di poterne sentire la voci -; nel vano della stanza dell’artista che appare al balcone con l’organetto cantando Frank Sinatra, ad occhi chiusi, rapito dalla passione: recupera il lento secchio di pochi spicci appeso con una fune alla balaustra in stile liberty, in ferro battuto, del balcone, poi sparisce al buio della propria camera di marijuana; “all of me”, e se lo dico penso tutto di te, non di me, e ti sento ma non so come e con che cosa e se ne sia la mente capace se non c’è più il cuore: “your goodbye / left me with eyes that dry / how can I / get along without you / you took the part / that once was my heart”; le sento le esistenze inghiottite, nella musica dei suonatori di fado che chiudono strascinando le note con un sorriso triste; nelle vite di chi vive la propria vita che comunque vada è un destino di solitudine. Tutto di me e tutto di te in ogni cosa e di ciascuna vita in ciascuna cosa, come di questi locali bianchi i negozianti di ceramica artistica, indaffarati a produrre i celebri azulejos, proprio dietro, a poca distanza da quello sulla parete del monastero che racconta la storia di Martim Moniz (durante l’assedio di Lisbona, nel 1147, interpose il suo corpo, sacrificandosi, per tenere aperto il passaggio che consentì ai cristiani di rientrare in città e sconfiggere i musulmani): file di mattonelle numerate, geometrie blu, sardine dalle variopinte decorazioni floreali, appese, appoggiate alle pareti; la storia è la vita e la vita fa la storia anche qui, persa con eroismo offrendo il proprio corpo alla volta di una portone che protegga una fortificazione, ma anche dove si facciano piccoli segni, decisi, su cui i volti s’illuminano, s’adombrano alla luce di una lampada, e nei giorni si perdono piano. Si dipinge, si scrive, si suona per nascondersi, per creare un pergolato sotto cui ripararsi, accanto a qualcuno, per ancorarsi, al fresco di una casa intonacata, in un ricordo. I miei qui si aprono come fisarmoniche, ad ogni passo sdrucciolo sulla calçada portuguesa, fra momenti di spensieratezza e di inquietudine che mi fanno temere di sparire al prossimo istante, come una di quelle piccole pietre quadrate che compongono il mosaico illeggibile della pelle della città, divelta. Come sono attaccato alla vita e quanto mi ripugna esserlo! come lo sono a tutte quelle cose che ho sciupato! a tutte quelle che ho paura di toccare come lo scolaro più impressionabile il cuore del maiale nel laboratorio di anatomia. Quanto ho paura dei tuoi seni sfibrati che cedono, quanto schifo e rabbia per i capelli perduti a terra, aggrovigliati a intasare i tappi a griglia del lavello dell’acquaio, del lavandino. Vorrei essere molto più lontano o ancora più vicino così da non vedere, ma non sono mai alla giusta distanza. E non ho pace: a casa i disegni si staccano dalle mensole cui li abbiamo appiccicati insieme col nastro adesivo; i libri si opprimono sulla scrivania, tagliandosi a vicenda, con i bordi delle pagine, lame affilate; le cose mi feriscono irrisolte passando troppo distanti, sfuggenti, vicine, lasciandomi le mani in tasca, la pancia sulla pancia. Se cammino, spesso il corpo è solo una maschera con dei fori e posso dimenticarlo: e sono una realtà, una sostanza che è uno specchio fluido dove deformarsi; ma poi la presenza torna nei bagliori delle mani di un insonne che batte la stanza nella notte, in rua de Glória, lungo la circonferenza, e ha un terremoto dentro al petto e si chiede com’è che si senta il battito di un cuore che hai tu. Abbiamo affittato un grande appartamento all’ultimo piano di un edificio situato su una delle rampe d’accesso principali che portano il tram al bairro alto. Mi sveglio e cerco di non farmi sentire, di nascondere quell’ansia che mi fa sbattere ai muri. Il problema dell’ansia è che non ha un vero oggetto in termini di motivazione, e neppure puoi giustificarti nascondendoti dietro la rivendicazione della percezione della precarietà degli affetti e, per analogia, di tutte le cose: non è comunemente comprensibile ciò che è così ovvio e banale; o almeno così è naturale dire. Salgo le scale fino alla terrazza all’ultimo piano, quasi un rooftop (come i tuoi) a cui si accede da una portafinestra bassa, da gnomi: una pioggia lieve è la partitura del cielo; la vita si rannicchia come un topo, scoscende con uno scrosciare, rosicchia le case, le strade, i cortili. Ripenso ogni singola giornata, questa di oggi e le altre, ogni singolo gesto, e mi meraviglia quanto ciascuno somigli ad ogni altro; e tutte le persone che ho conosciuto e le espressioni e le esperienze che ho vissuto è come se fossero scie di un vivere su una superficie impressionabile e che la vera bellezza stia in questa disfatta di luce, nel lampo, in un nido fragile di sterpi tessuto di parole, di risate, sospese lassù, sulle telecabine della funivia del Parco delle Nazioni che si snoda dal Passeio de Neptuno fino alla Torre Vasco da Gama. Avvistamenti di pantagrueliche meduse (a volte sembra che ci siano esseri viventi in cui la vastità abbia confinato tutto il dolore); sbandati che recuperano ciclopiche lenze. Edifici dismessi, mercatini di fortuna a galla sull’indaffararsi di uomini e donne emaciate, dagli occhi vitrei e con il fuoco nelle vene. Guardo fuori e cos’è che sto fingendo? quale realtà è autentica se posso distinguere l’allegria fuori da quella dentro, se queste sensazioni non sono un tutt’uno ma solo si somigliano? e così penso che probabilmente dentro di me c’è solo una tensione che in quella esterna trova pace o guerra; come in te, nel pensiero di te, cerco un dolore che mi avvicini a quel dolore dentro. Perché forse è proprio il centro delle distanze ormai incolmabili a non svanire. In fondo non posso vivere se non per mancanze e per illuse appartenenze. E mi viene in mente quella poesia impressa sul segnalibro nello scaffale del piccolo negozio di cianfrusaglie per turisti, scoperto per caso nella salita verso il castello di São Jorge, acquistato assieme a tre piccoli portachiavi che fanno tintinnare all’unisono le stampe in metallo di un cuore e di tre carrozze colorate del tram: “the poet is a faker / who’s so good at his act / he even fakes the pain / of pain he feels in fact”. L’ho regalato a te quel libro, a cui tenevo tanto, e che tu hai tenuto chiuso sul comodino, chissà per quanto, ma adesso non più. Era “il libro dell’inquietudine” e te l’ho dato allora fingendo di liberarmene in parte, come un diario segreto da condividere, e che oggi m’illudo tu conservi così da poterci scrivere ancora. Alimentare il dolore sarebbe poter fare di più di noi stessi. Ma sono certo che l’unico dolore che si possa capire sia quello gemellare, della carne condivisa, e noi alla fine non eravamo fratelli neppure di sesso; e non è forse solo un rapporto carnale che cerchiamo negli amanti? non si tratta anche fra essi di corpi in fiamme che si avviluppano e si dividono mentre le emozioni e i pensieri ne scaturiscono come le scintille? di cadaveri di fratelli sul campo di battaglia, cosparsi della stessa storia e dello stesso sangue? Non c’è amore dove non ci sia ossessione di corpi! Tutti i sentimenti autentici sono ossessivi: così è la vera umanità, e l’egoismo è in realtà di quelli che i sentimenti li stritolano come noci in uno schiaccianoci; mentre il rifiuto dell’impossibilità, dell’assurdo, qualunque cosa dicano, è il rifiuto di se stessi. Amare è non essere disposti a lasciare, non poter smettere di odiare. Amare è accogliere l’inquietudine, raccogliere i capelli a terra. Eteocle usurpò il regno del fratello Polinice che gli mosse guerra. I due morirono uccidendosi sul campo di battaglia, ma solo uno di loro fu sepolto. La sorella Antigone sfidò Creonte affinché Polinice ricevesse onorate esequie ma, condannata a morte, si suicidò prima di vedere le fiamme delle pire adiacenti dei due fratelli separarsi perfino mentre le loro spoglie venivano bruciate. I veri fratelli si odiano anche nella morte per rispetto della carne; i veri amanti lo fanno in vita, a costo di quello stesso odio, di quella stessa morte. Così, anche se ti amo, se ti odio, so che l’amore tuttavia non era, e che mi hai dimenticato; e che questa vita, per questo, può continuare, senza la vita, che nei corpi come all’inguine si dispera. È ora di tornare, l’aereo ci aspetta; guardo il cielo e quanti altri aerei e scie che l’attraversano! Ogni volta che le vedo il ricordo di te sopraffà il ricordo di te. Sto seduto sugli scalini d’entrata alla navata centrale della chiesa del convento del Carmo, a Lisbona; è l’ottobre del duemilaventidue, il tetto crollò durante il terremoto del millesettecentocinquantacinque: gli archi gotici, privi di volta, sorreggono le nuvole, instabili, scostanti. Dopo il tragico evento la regina Maria I ordinò che la chiesa fosse ricostruita, ma l’opera non fu mai completata, e nell’ottocento, in pieno romanticismo, si pensò che il monumento fosse più bello e poetico lasciato alla sue rovine, come una barca in panne in mezzo alla tempesta in un dipinto di Aivazovsky. Sono anni che non ti vedo ma non è cambiato niente se non ciò che si struscia adesso per caso sui gomiti. Sulla zattera della medusa alcuni sono morti, altri hanno mangiato gli altri: anch’io sono sopravvissuto così? Le chiome degli alberi si vestono di migliaia di cucchiai di metallo: catturano, inghiottono la luce. Anche se tutto cade, si fonde e si travolge, su tutto ciò che non finisce comunque il cielo resta. Osservo ed è un altro modo di toccarti. Nei sogni hai il mio stesso inquieto, azzurro respirare.

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