Ho sognato una poesia già scritta:
l’ho vista dall’alto, comprendendola,
con tutti i versi; era bella nella forma
del tuo corpo addormentato.
Capelli crespi erano la calligrafia
e rime gli occhi, i seni, le braccia
i fianchi, le gambe, i piedi.
Era scritta nella lingua dei muti,
mimava lussurie in volute di dita.
Possedeva nello sguardo lo scempio
molle degli amanti non corrisposti.
Bendati di sacrificio i seni
ne raccontavano la passata pietà,
la promessa, il nutrimento.
Le braccia e i fianchi inarcavano
reciproche carezze,
le gambe e i piedi alitavano
allitterando il rumore dei tuoi passi.
E anche adesso che sei svanita,
che è fuggita la gioia che nuda
donasti dal pietoso seno al prigioniero
(io il vecchio Cimone, tu la figlia Pero);
anche adesso che finito è il sogno,
pur sempre alle estremità
sui bordi dell’assenza
la poesia resta,
ferma come una libellula
sulle punte sottili
sui fili d’oro dei desideri;
e nelle scintille ardenti dell’apoteosi
del focolare della notte
comunque ancora brilla la tua chioma,
Berenice, e con te dal cielo in terra
muove la musica traditrice
di chi in un soffio ti perse:
è uno squillo di minuscoli monili
che ha un’ineluttabile dolcezza,
è un tintinnio d’orecchini
sui delicati flauti del vento,
ogni giorno che trascorre
è un sistro che accompagna
questo freddo inverno;
ad ogni istante è per me il sonaglio
di come si lega il piccolo all’eterno.