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Lamiere sfrecciano e bagliori
di lampioni intorno, occhi
e denti di animali selvaggi
nei recessi

il sole è un testicolo:
pende nel cielo
su siringhe di grano,
punture d’oro e d’intenti,
verso una terra che attende.

Esiste una frontiera
che continua se si ritrae:
dal liquido amniotico
dell’atmosfera,
dal mare
da una pancia
dalla secca del renaio,
dallo scolo
verso il centro della via,
dal rossore della tua guancia;

t’immergi in acqua
e provi ad ascoltare
fuori, taciute, le parole

dietro il gioco, sotto,
la violenza spinge:

tutto è perduto,
(non potresti comunque sentire)
ma non basta a recidere;

un vento scuro veste il cielo,
freddo, coprendolo
di ditate,
tirando gli ultimi lacci:
le foglie, le farfalle;
distante il cavallo scalcia
lontano il cane latra

oltre… un rumore lieve
di scarpe e il battito
nelle vene:
è il luogo irraggiungibile
di una solitudine
che a te appartiene;

…e qualche volta sento
una tale gentilezza
in essa, in te,
in ciò che passa
e non riaffiora,
nei suoni muti;
una tale comprensione
nell’oscurarsi,
e nelle scatole,
nei piccoli oggetti rimasti

c’è una tale arrendevolezza in me
(di te non so)
in ciò che si contiene,
e nella lontananza,
nell’abbandono
di chi soccombe, urlato…
che nulla si muove
nulla si risolve
e nulla soffre.

Lamiere sfrecciano
e con esse bagliori;
riemergi e sorridi,
io fingo le parole
che indovini

è un inganno forse,
ma anche la consolazione
di un facile sollievo

fa pensare che siano le cose
più vicine,
le più crude,
le più comuni,
le più inermi
indifese
a poterci salvare.

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Categorie: Poesie

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