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temo il risveglio, fatico ad affrontare il mondo: non i problemi, gli impegni, gli appuntamenti, piuttosto l’affollamento delle cose attorno, la miriade di ostacoli, gli innumerevoli soffocamenti. Sì, le cose, tutti questi oggetti accatastati, che fanno a gara a sopraffarsi, a togliersi il respiro; se tu li osservassi costantemente, per un periodo di tempo sufficientemente lungo, tutti si piegherebbero, gli uni sugli altri, sforzandosi di intricarsi e districarsi, non diversamente dalle piante o dai fiumi. Ogni cosa declina, cede sull’altro; anche adesso qualcuno e qualcosa soccombono, e tutto ammutolisce con un più o meno accentuato fragore. Ci sono suoni molto estesi, che rumore fa il mare! altri puntuali, acuti: il tintinno metallico di una forchetta. Viviamo nel tempo del rumore, nel manifestarsi in forma d’onda del deperire di ogni cosa. Affogo anch’io nelle mie parole, soffoco fra i miei pensieri. In definitiva non ho parola fra le mie parole. Sarebbe così semplice venire da te se fossi muto, se fossi idiota; e in fondo sarebbe assente perfino quella crudeltà che scaturisce dalle spiegazioni, dalle promesse, dalle ragioni, dalle giustificazioni. Ma ognuno di noi ha un destino, e non è vero che esista libertà. Siamo predeterminati, prima dai nostri geni, poi da tutte queste cose, non diversamente dagli accadimenti. Non ho scelto davvero; ma come sono belli i tuoi capelli! quant’è flebile, innocente e senza ripensamenti la piccola voce che arriva dall’altra stanza: “sta piovendo!” gridi. “Sta piovendo” ripeto dentro di me, come a un’altra pioggia. Ti ascolto con dolcezza seduto alla scrivania. Sto osservando un dipinto che mi piace molto, di un autore che non conosco. Sarà battuto in una prossima asta di arte contemporanea. Non posso più mostrarlo a te, avere il tuo giudizio, papà, non posso condividerla con te questa bellezza; e allora la consegno al mio diario: come altro chiamarlo; forse somiglia più a un fermacarte o a un segnalibro, come un mezzo di soffermarsi su pensieri e momenti con una persistenza definita ma instabile e smemorata, un modo di stabilire a che punto siamo, di raccogliere e mettere in ordine i fogli di un’esistenza già scritta. Ma è un diario che manca di sincerità da un bel po’ di tempo. Non c’è nulla di bello se non c’è verità. Mi vergogno di chi sono, di quello che ho fatto, di cosa sono diventato, delle cose e delle persone a cui ho rinunciato (ma per finta). Per quanto orribile e patetico sia, enunciarlo con spietatezza ne farebbe una cosa buona. E invece è ormai un diario stipato di paure, rabbia inespressa e desideri inconfessati, privo di emozione. Mi cerco dentro e trovo esattamente ciò che so di poter trovare: non come il bambino sul greto del fiume che rovescia la pietra a caccia di rane e scopre lo scorpione. Il quadro che osservo alla scrivania, nella stanzetta in cui mi rifugio oggi come quando ero bambino (ma non con la stessa pienezza), è di Gerard Garouste. Già dal nome è un artista destinato a piacermi, preannuncia una pittura che si nutre e che devasta, da locusta. Mi ricorda l’espressività di uno degli artisti che preferisco, Lucian Freud, il nipote del grande psicanalista, che si dispiega nella materia attraverso pennellate cariche di vita e di lutto. L’opera s’intitola “Nature morte à la femme en bleu”. Raffigura due personaggi, un uomo e una donna, collocati ai lati estremi della tela, rivolti verso lo spazio immaginario della realtà in cui ogni quadro è accolto. Danno le spalle l’una all’altro, il volto imprigionato dalla cornice. Immagino che entrambi sognino, ma lei è sveglia. L’uomo dorme, rimpicciolito, rannicchiato, quasi atrofizzato; ha una maglia verde, se ne sta abbandonato col braccio destro sotto l’ascella sinistra, la gamba destra sotto il ginocchio sinistro, relegato al fondo della stanza, su una poltrona; forse tiene ancora in mano un libro che stava leggendo poco prima di addormentarsi? la pagina è bianca. Nel sonno sono svanite le parole e sono diventate un ammasso materico di pittura sulla parete della stanza. Non si sognano quasi mai le parole: credo sia dovuto al fatto che la logica dei segni abbia bisogno di uno spazio lineare in cui dispiegarsi, diversamente dalle immagini che posseggono una maggiore apertura alla pluri-dimensionalità spaziale (il sogno è come una rete infinita, che va in profondità e si tira su, piena di pesci). Al centro campeggia un tavolo coperto da una tovaglia, anch’essa bianca. Sopra, alcuni oggetti: una caraffa, dell’uva verde, qualche frutto non identificabile, una tazzina di porcellana, due tovaglioli: uno attorcigliato. Mi alzo, bacio i tuoi capelli biondi, sopra la testa, arrivando da dietro. Sei piccolo, seduto al tavolo, hai la stessa posizione del personaggio nel quadro a volte mentre dormi: capita che la gamba o il braccio rimangano per troppo tempo fra i due letti che erano nostri, bambini (mio e di mio fratello), provocandoti al mattino quel formicolio che già nell’infanzia ci fa intuire quanto un corpo umano non ci appartenga. Sai stare a tavola adesso, hai il tuo posto; oppure i nostri corpi hanno il nostro posto. Chissà come sarà quando sarai grande. Nell’età adulta spesso le sedie sono vuote come in questo dipinto. Sul fondo un’altra poltrona, in velluto rosso, enorme, ha il tavolino in gola, non avrebbe spazio per una seduta. Davanti, in primo piano, ancora una sedia con la struttura in legno; mi ricorda quelle nella vecchia casa di mia nonna, forse ha il piano impagliato; ma è girata, rivolta fuori dal quadro, vuota, di lato, come se qualcuno di corsa, con impeto, se ne sia andato già da più di un’ora, sbattendo la porta, senza dire una parola, dopo aver stretto e stropicciato il tovagliolo dentro i pugni. Posizionata di sbieco non lascia spazio di possibilità e collocazione neppure all’osservatore. E pure lei, la donna, ha un’espressione così soddisfatta, tranquilla, sognante. Oppure si tratta di un’espressione crudele che le fa stringere così le palpebre? tiene fra le mani un’altra caraffa (che lo abbia appena avvelenato?); è provocante nel suo vestito blu; ha i seni girati, fino al gozzo, come da un torchio, come l’autore l’avesse dipinta sul modello del ritratto di Dora Maar, la musa di Picasso, volutamente bivalente, colta da diversi punti di vista. Forse è una donna che si piange dentro, imprigionata come Dora in una stanza che è una specie di cassa, inquadrata dallo stipite di una porta. Forse sorride al veleno della libertà, perfida come Locusta. Alla famosa avvelenatrice della Gallia furono commissionate da Agrippina e da Nerone le uccisioni prima dell’imperatore Claudio poi del futuro imperatore Britannico. Ogni casa è una prigione infida; altrettanto lo è ogni città e poi l’universo e ogni luogo; allo stesso modo lo sono le persone con cui costruiamo case e relazioni e quelle con cui non riusciamo a costruirle. Una prigione terribile dove accadono poche cose belle, in qualche caso fortuito, bellissime. E anche noi siamo la nostra prigione, ce ne accorgiamo soprattutto piangendo: le risate volano via come farfalle, in un momento; le lacrime invece scorrono sul nostro corpo come le lenzuola annodate dei carcerati, che sognano di fuggire guardando il cielo fra le sbarre, e che si spiegano sulle mura del penitenziario fin quasi a terra, pesanti, ondeggiando lente, appena, quando soffia il vento. È un quadro di prigioni individuali e di assenze e di pensieri e sogni. È un quadro del magico primario che racconta di particelle elementari (ma c’è così poco di elementare, quanta confusione e nodi invece in coppie e famiglie!). Mi fa pensare che anche tutte le sensazioni siano delle gabbie, che dei nostri corpi condividano la forma – non le sentiamo forse in tutta la nostra complessione? – e che siano altrettanti involucri impermeabili, più o meno rarefatti. Siamo esiliati dentro noi stessi, addirittura all’interno di quelle emozioni e quelle caratteristiche primarie che, se ci pensi, in via di principio, potrebbero costituire le uniche trasgressioni, il solo mezzo di libero arbitrio: il pensiero, la creatività, la poesia, la follia, il sogno, l’amore. L’amore. Ma tutto ciò che si articola e si costruisce costringe e inganna: creatività e poesia sono compiacimento e pretesa, follia e sogno placebo e sostituzione; l’amore, ai minimi termini, è eros, ai massimi puro logos. Lo so, quanti buffi pensieri! troppi! ho una testa affollata di stranezze. Brutti pensieri che mi accompagnano nella quotidianità e che non confido a nessuno, non certo a te. Abbiamo passeggiato nel castello dei Conti Guidi ieri. Com’eri contento! Lì, di fronte al castello, nella piazza principale di Poppi, c’è un busto in bronzo di Dante. Non che ancora possa interessarti! Ricorda che il conte Guido Simone da Battifolle dette rifugio al poeta in esilio da Firenze nel milletrecentodieci, per circa un anno. Si dice che qui l’Alighieri abbia composto il XXXIII canto dell’Inferno, quello del conte Ugolino (ancora una storia di relazioni, rapporti di potere, inganni, famiglia, amore): “padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. L’edera ondeggia dal pergolato, sulle nostre teste, a poche decine di metri dalla fortezza, mentre la canicola accende di luce il profilo di ogni foglia. C’è una torre, sulla destra del castello, appena passato l’accesso principale, attraversando la porta del leone, superata la cortina muraria (sovrasta la porta un imponente bassorilievo che raffigura un leone in tutta la sua potenza, simbolo della forza dei fiorentini conquistatori: gli odiati guelfi). La torre era un tempo adibita a carcere e la prima cella che si apre, saliti pochi scalini, presenta una botola sul soffitto da dove i carcerieri potevano sorvegliare i carcerati. Chissà se Dante abbia immaginato una cella simile a questa come luogo della morte per inedia del conte e dei figli, nella Torre della Muda. “Tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. Anche noi ci siamo vestiti oggi, ti ho vestito oggi: a questo genere di contenitori apparteniamo, a queste mani, nel tuo caso le mie, ai tessuti e alla carne e poi ai mattoni in cui ci siamo svegliati, a queste pietre antiche dentro cui passeggiamo; e infine, da ultimo, apparteniamo forse all’amore? che sia un altro carcere o una liberazione? che riesca davvero a spogliarci; e per chi ne saremmo disposti? l’ho sempre sperato e in fondo creduto, che potesse accadere, che fossi disposto per qualcuno, che potessi spogliarmi davvero, e che l’amore fosse un mezzo per salvarsi, che l’amore potesse farti sopravvivere anche se nudo; ma non ne sono poi più così sicuro. L’amore brucia, abbiamo la sensazione di esistere davvero solo provandolo, ma anche in quell’attimo della sensazione ho paura che esso non sia dove noi siamo; diversamente dal corpo, dai pensieri, dalle altre emozioni, anche dalla follia: tutte queste cose in qualche modo trovano posto su di noi e con noi; che siano al comando o siano comandate, ci portano da qualche parte; l’amore invece è una concupiscenza di dispersione, un succhiare pigro e grasso, ad occhi chiusi, ad una umanità sempre morente ed emaciata, in ansia per la propria contenzione, resistente purché non soffra, una diga sbrecciata di silenzi e lamenti; è un’aderenza cui partecipiamo e che ci scioglie in qualcos’altro, che ti apre verso uno stomaco di brontolii con in cima un tubo digerente; l’amore ci secca e brucia di passione come fa l’edera che avvolge le altre piante in un abbraccio asfissiante e di singhiozzi e, se lo osservi dall’esterno, appare un viluppo forte e strano e bello; e non è forse questo che desideriamo? essere spogliati, consumati di ogni superficie, vederci nudi e belli, necessari, toccati in ogni dove, soffocati; ma poi non basta, e allora essere penetrati e che il corpo s’allarghi e s’abbrutisca fino all’intestino, fino a dire qualcosa ma d’inconsulto, una lingua nuova che sia l’urto e l’urlo di ciò che non sappiamo e che preme dentro in modo da placarlo. E dunque, amare, non è dal punto di vista soggettivo solo una copertura della mancanza di una soluzione? l’inganno di scopare e provare piacere come sostituzione? non è cercare una climax, una perfezione cui si possa poi abdicare, un teatro di distruzione? e che altro facciamo, a che altro aspiriamo se non a forarci, ferirci, dimenticarci per raggiungere lo stato di quiete di quella necessità che dal vuoto sgorga dentro? Come soffiare via il vuoto dell’impossibilità della perfezione e dell’eterno! come cancellare l’impossibilità di non essere abbandonati e dimenticati! Tutto e tutti scompaiono, tutti si abbandonano alla forza della corrente: abbandonare è abbandonarsi, l’amore è un tributo vano all’amore. Che contraddizione! e com’è ambivalente! come un capezzolo che rientri nell’areola, infiammato dalla crudeltà di chi si nutre di atti d’amore. L’amore accade in uno sguainare schizzato, irrorato, umidificato, che ti fa perdere massa, che ti fa scivolare, insanguinato; e in quel momento hai l’illusione di voler sgusciare, di poter oltrepassare la soglia della resistenza che ti costringe fisicamente al di qua del desiderio, ma non fai altro di nuovo che tentare di sparire assegnando luoghi sconosciuti ai luoghi che conservi nell’anima e che non puoi abitare; l’amore di adesso è l’amore di allora, è l’amore che sarà ed è sempre una metafora, una somiglianza che disperde quei luoghi allargandone il confine dell’irraggiungibilità. L’amore non si può oggettivare perché ogni oggetto è troppo meschino, ogni appartenenza circoscritta, limitata, stretta, vuota – se non tu, che ancora non sai e sei dovunque e per questo sai tutto il mondo che devi ancora conoscere. E come sono belli i tuoi capelli! com’è bionda e fragile la tua fronte! – e perché in ognuno di noi l’amore è invece ciò che manca e che potresti comprendere solo facendolo più distante come quegli oggetti, quegli edifici così grandi, quei paesaggi così larghi di cui puoi farti un’idea e riesci ad avere una visione chiara solo osservandoli in lontananza. Ma come allontanarsi dai luoghi, dai vuoti che stanno dentro di te. Se non fosse che mi sveglio e ti vedo; ti vesto, ed è dai quei vuoti che conosco che verso di te allungo le dita. Siamo dentro il castello, io e te, allegri prigionieri, in questo cortile su cui piove, che raccoglie le acque e le monete nel pozzo, su cui aggettano scale e stemmi antichi. Al primo piano visitiamo la biblioteca rilliana. Per sorprenderti provo a leggere qualche riga da uno dei manoscritti miniati in pergamena del tredicesimo secolo, conservati dentro una teca di vetro, vergati in “littera textualis”, con penna d’oca e calamaio: è la copia di una bibbia; ne pronuncio piano le parole, quasi avessi paura di spaventarti, sottovoce: “en archè en o lògos”, “in principio era il verbo” recita l’incipit… e piuttosto che chiedermi cosa significhi (che mi sembra d’intuire d’istinto) mi chiedo se la frase esprima una verità o una bugia; forse, semplicemente, è qualcosa che non ci riguarda; e mentre tutto resta e scorre, saremo abbandonati, imprigionati in noi stessi, moriremo e rotoleremo via come la palla di sterco del coleottero: non risorgeremo. E poi ti sento vicino, ti sfioro e ti tocco: sei qui, sei reale, non hai capito o la tua è la comprensione delle formule magiche, dei mantra: non parli parole ma vita. “En archè en o lògos”, non c’è vuoto in te, tutto è naturale; e la bellezza e il mio amore sono così grandi nei tuoi capelli come è il sole nel grano alla canicola; sono così luminosi e belli nel tuo profilo d’edera che l’amore mi spoglia nel tuo corpo ossuto e liscio come l’esoscheletro di uno scarabeo.

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le nuvole dalle caviglie gonfie, legate come funamboli ai fili dell’alta tensione, connettono con violenza i poli dei miei desideri forando in sinapsi cieli rarefatti sopra alberi dai rami pungenti, incastrati fra le case come ricci di mare, spilli acuminati ammassati su calamite, disperati di essere al proprio posto. La cecità del creato incede come magma, inghiottendoci sugli orifizi, adipe sul pube, e fa dell’ozio un campo cruento, uno sterminio, un tentativo di annientamento di mosche, di desideri lascivi in cui l’oggetto del desiderio si confonde in fantasmi evanescenti e ombre, uno spazio di esperienza dove la liberazione è l’uccisione e allo stesso tempo un umano annichilimento. I millimetrici, incessanti movimenti di ogni vita che non ci riguarda ticchettano come un orologio, voluttuosamente, e conservano trascinando e straziando la vita stessa come un pasto abbondante, come si contendono un grosso, liscio e tagliente nocciolo di pesca in cerchio le formiche. Anche le tue e le mie vene sono come lumache nelle conchiglie, aggredite dalle correnti, dalle bocche affilate dei pesci, in una disperata difesa contro tutta la lacerazione intorno a chi persiste: la rimozione del paesaggio, degli oggetti dal contesto, della presenza nelle vite altrui, perfino nelle emozioni e nel ricordo; poiché la mente non diversamente è articolata dal corpo in un’essenza coesa ma provvisoria e incoerente negli accessori: sempre esposti al rischio d’intrecciarsi, all’incombere del disfacimento. Si possono eternare solo le cose senza misura, dio accade continuamente, è un perenne avvenimento, a differenza dell’umano, incostante, saltuario, verificabile solo per esempio, per campionamento, e la nostra vita è un unico interludio d’insufficienza di idee che ci lasciano inconclusi ma vivi nella rivoltante estasi di essa, nell’inappetenza sociale e consumistica costretta da bisogni e reiterata e oggettivata, che ci soddisfa a momenti ma ci assomiglia ai morti. Ogni cosa cambia ed è movimento, allo stesso tempo imprigionata nel recinto dell’ordine e del disordine; e la realtà è quello che per un po’ si trova o teniamo assieme, l’ordinaria straordinarietà della resistenza di forze che si oppongono al collasso delle mura in cui viviamo, nel focolare di un comune funerale. La continuità non passa attraverso di noi; la conseguenza è che si può morire, che ogni cosa ha un tempo fissato che svuotiamo come l’acqua di un lavandino. La volontà di vita, come descritta da Schopenhauer, è un perenne datagramma, in cui siamo nodi di un sistema reso per mezzo di essi efficiente, per quanto i nodi stessi non siano indispensabili; e i corpi sono il solidificarsi della volontà in ogni istante, il renderla tale, ma imbrigliata, legata, violentata per poco e poi buttata. Anch’io sono uno qualsiasi di questi: contengo e perdo me stesso nelle conversazioni, nelle malversazioni. Salgo la collina di piazzale Michelangelo oggi, dalla scalinata che preme su di un aggettare curvilineo che mi fa pensare al profilo dolce di una donna placidamente addormentata sulle sponde di un Arno sornione, torbido e soleggiato. Luce e ombra si accarezzano, sfiorandosi nelle gonne dei giovani spensierati e adagiandosi vicine ai piedi dei pini e dei cipressi. Quante volte sono stato qui! sù e giù dalla Costa San Giorgio, percorrendo via San Leonardo con le sue curve cieche, discorrendo appassionati dei dipinti di Ottone Rosai. Delle ragazze ballano e fanno chiasso. I turisti scattano le foto dalla balaustra del cortile di San Miniato al Monte. I capperi crescono da mura grezze, sotto ulivi che sembrano cristalli. Penso a te, al tuo sorriso complice, alla linea della tua schiena, alle tue mani ruvide papà, poi al torchio del nemico muto che preme in fondo alla discesa, ma anche all’Eldorado che ho immaginato nel tuo orecchio quando hai scostato i capelli con l’indice e il medio, mi hai sorriso con timidezza e li hai sistemati dietro, di lato. Con voi è svanita l’idea che una qualunque cosa autentica possa essere costruita e che possa durare in equilibrio; siamo in grado, possiamo fare cose belle, momentanee e belle; nel tempo, nelle dimensioni; che contraddizione che l’autenticità sia una sola o mille di esse! E mi chiedo cosa ci sia dietro la pelle, oltre la maschera delle espressioni e delle posizioni, oltre queste superfici instabili, singhiozzanti dei corpi: in essi è il volume liquido che c’inganna; su di essi non si può dire quanta aderenza ci sia al tatto; se solo fossero lastre d’acciaio, fredde e sicure, su cui poggiare la guance! se fossero vetri per gli avambracci e i polsi, trasparenti al riposo e all’abbandono! allora sì, non sarebbero scivolosi e belli come serpenti. E nonostante questo che meraviglia e che disdetta il prodigio della massa animata, del dare forma a dei vestiti e dello spostarsi qua e là, appiccicosi come stelle marine, in fondo lentamente, mal sopportando eppure sopportando, gridando forse ma nel frastuono, inascoltati: nell’impossibilità della definizione della stessa forma e del limite. E me ne accorgo, ci faccio caso che ti sfioro, che sondo il tuo margine: la maglia lillà, le cuciture e il cavallo dei pantaloni che trascorrono sull’ilio, sull’ischio, il pube; le dita della mano e il dorso con una piccola ferita, la fossa e la cresta della scapola, le vibrisse nel vestibolo delle narici, lunghe, come quelle dei gatti; lo sai? noi le usiamo per il sesso e per il cibo, i felini piuttosto per misurare l’ambiente e sentire la presenza di altri essere viventi, per la difesa e per cacciare: ma non è poi molto diverso dal nostro il loro spazio della violenza. Cerco oltre di te, e quanto sono egoista e quanto soffro nel sapere che è irraggiungibile l’attimo in cui la personalità si condensa, prima che tutto accada e che esplodiamo in rami e capelli e pensieri, nell’unica umanità che mi sia di consolazione: quella che desideriamo possedere quando facciamo sesso e immaginiamo che sia là, nel passaggio, forse solo perché è l’unico pertugio verso quel possibile momento, la testimonianza dell’avvenimento delle cose belle che poi faranno male; e dio! possibile che voglia ancora farmi male per esse, anche se poi non si riconosceranno, anche se alla fine non le riconosceremo! e comunque, che importa! mi sono punto la cornea dell’occhio con un fuscello secco nel bosco oggi: mi sono allungato con sforzo a raccogliere un asparago fra i rovi e un bimbo mi sorrideva sotto il cielo, capelli biondi fra nubi bianche dalle caviglie tozze e gonfie. Nella pienezza di vivere, innocente, dal basso, in ginocchio, la tempia sull’erba, travolto e incredulo l’ho guardato, controluce; lui confidente come un gigante e io spaurito quanto una coccinella in volo. Allo stesso modo, davanti alla porta del cielo, dove la meridiana illumina lo zodiaco nel cancro durante il solstizio d’estate, ho guardato i tuoi occhi chiedendomi di che materia siano fatte le emozioni e se la loro sostanza sia morbida come il cotone e il loro diffondersi etereo e avvolgente attorno alle cose, oppure se facciano muro, erigano barricate e dardeggino da un altissimo e inaccessibile silenzio.

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si frantuma la vita e appare come fra foglie d’ombra, in striature, per barlumi, su situazioni e posti dove forzatamente si sarà costretti a disertare. La testimonianza dei luoghi e degli spazi è la memoria, la persistenza della nostra e di ogni storia: chiara, cristallina a tratti, incompleta, oscura in altre parti. Sono questi ciglioni d’erba grassa sulle strade, i cipressi in cerchio attorno al focolare del bivacco contenitori che conferiscono un senso a ciò che è stato, non noi con la nostra vista che cattura, che è solo un mezzo di diminuzione; sulle superfici, nei terreni, lasciamo scalfitture, imprimiamo forme con passi, gesti, con avvenimenti; con la postura, l’impronta digitale del nostro essere nel mondo, come i sassi; allo stesso tempo l’epidermide delle cose, gli oggetti provocano, causano il nostro toccarsi di riflesso, per contatto; rubano, strappano via e poi conservano gelosi o erodono, facendo rotolare via ogni cosa. Cosa c’è di più assurdo, refrattario a comprendersi di quell’esistenza che si riversa dentro e non sai dove premendo dagli occhi: s’insinua, si avventura nella foresta della coscienza, cerca di crearsi un nuovo varco, si allarga in altri viaggi, narratrice solitaria; così rielaboriamo i racconti, li modifichiamo, attribuiamo vicende nuove alle nostre storie, ai sorrisi, ai baci, alle carezze. Sono racconti che, su questi sentieri di campagna, provo a far tacere. In questo modo, del silenzio dei nostri luoghi, condividiamo la sapienza; mi distendo supino, sulla stessa panca di legno dove ti ricordo a gambe incrociate, con le cuffie nelle orecchie: abbiamo scherzato sulle posizioni di yoga, sugli esercizi di rilassamento che volevi insegnarmi, su di me che fingo di chiudere gli occhi per prenderti in giro, o così sembrava a te; per me era solo poterti regalare un sorriso gratuito, che non avesse la pretesa di essere restituito indietro, e il desiderio di avere per una volta sincera la tua stima: che abbandonassi quel disprezzo che ti ha fatto sempre stare all’erta e armata nei miei confronti nel mostrarti indifesa. E poi ricordo i tuoi racconti di guerriglia e Afghanistan, come fosse un conflitto cui avessimo partecipato insieme, e li trasmuto in un ripercorrersi nella dimensione presente della realtà, nella diegesi di noi finta attraverso l’analisi e la prolessi del vissuto. Noi, fra quegli alberi dalle forti radici; chi avrebbe mai detto che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti in questa vita. Il cielo, alla punta dei cipressi, è come un dondolare di cetacei disorientati, placidamente piangenti, oggi come allora; ed è come se ti sentissi ancora sull’asfalto allegra e costretta nel tuo incedere da soldato, alzando e abbassando le lunghe leve come un uccello che atterri o spicchi il volo e dietro di te un gesticolare bianco e morbido come al mattino su un lenzuolo spiegato da risvegli e consuetudini che avremmo potuto e dovuto condividere; e il ritmo matto della natura intorno, con una febbre che formicola, striscia, brucia, barbaglia e intanto asciuga e consuma la burrasca. Chissà che dirai ora di questa guerra. Vorrei saperlo. Vorrei che la tua vita fosse un libro che scrivi tu ma che appartenesse a me, per conservarne l’intimità più preziosa, quella di ciò che possediamo ma che non si tocca, perché sappiamo di poterla tenere solo se libera. Pronunci parole cattive, mi vedo che ti osservo; il passato è la spina dorsale dei giorni che ho impiegato a ricordarti; ripenso i tuoi mille modi di essere, li sapevi ricondurre ad una dimensione propria, ad uno spettacolo, come se ogni sfaccettatura fosse il volteggiare incontrollato di ciascun coriandolo in un lancio, intenzionalmente diretto ma nelle singole componenti imprevedibile. E sono rimasto qui, nella milizia di una immaginaria frequentazione, come un fuco che non fecondi la regina, come un viaggiatore arrivato all’imbarco senza prendere la nave, in una inquieta profondità pronta agli schizzi e alle inondazioni, ma anche a chiedersi che cosa ci sia di più vero se non ciò che sfugga alla definizione, che sia andato come doveva ma senza di te, con la sensazione di essere e di non essere alla riva: d’altra parte dove sta esattamente una quantità d’acqua se non nel contenitore di se stessa e com’è che acqua sia acqua solo là dove si presupponga una vera appartenenza mentre la natura della sua mobilità è tensione e bisogno e non l’accidentalità e la fortuità del costrittore. Anche se non siamo più presenti ti raffiguro nell’immaginazione, creandoti dal ricordo; in fondo ricordare è ciò che abbiamo dimenticato per tutto il tempo che siamo stati insieme ed è come se adesso toccasse a me prendermene cura e rimediare. In alcuni momenti desidero che tu soffra, e me ne vergogno, ma poi spero anche e penso che forse il dolore è un sentimento così forte che non possa che essere un oggetto indivisibile, impossibile da spartire, e che me ne sia appropriato per toglierlo a te e sia solo io a doverlo rivoltare fra le mani, a volte come un morbido giocattolo, più spesso come un carbone rovente o un piccolo cespo di rovi al vento. Ti ascolto ancora, sebbene mi rimproveravi di non averti mai ascoltata; e questo è sempre stato il mio sentire: tutta una presenza di parole, lievi, complici, consolatorie, spiritose, intelligenti, poi gravi, dure come tronchi. Ne avverto ancora adesso la ruvidezza di corteccia, ma come da una mano tesa lontano, da un appoggio comodo; sanno di terra arida, crepata; vibrano di presenza antica. Fisso estraniato e felice i movimenti delle tue labbra, lucide e molli, come l’avvicendarsi di una fila di formiche che si biforchi di fronte ad un ostacolo, per poi ricongiungersi, una volta superato, in un tutto calmo e indaffarato. Quante cose mi dirai ancora, quante su di me dirai a te stessa; quante cattiverie, ancora, mi provocheranno lo stesso piacere; anche se non saranno dolcezze, sorrido al pensiero di quando si risolveranno nella linea di un sorriso aperto di rimprovero, domanda, attesa o stizzita incomprensione. Tu dille ancora. Bisbigliale ancora. Anche quelle che non dirai più. Avranno avuto, nell’interrompersi, la bellezza della certezza; la meraviglia dello scatto atono, dell’impeto attutito dello schiudersi della ninfea.

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mi è capitato di riflettere sul significato del sintagma “perdersi”, locuzione che frequentemente si usa nel linguaggio comune e in particolare in alcune espressioni colloquiali. “Perdersi”, nonostante dal punto di vista semantico indichi una mancanza, nel senso di perdere se stessi, forse il senno o una qualche abilità – che altro, d’altra parte, ci rende noi stessi – è un verbo dalla forma riflessiva di carattere lesivo e scindente al quale però, in questa flessione, in fin dei conti, attribuiamo con più o meno consapevolezza una connotazione positiva. “Perdersi” non è come “si è perso”, “mi sono perso”, espressioni che veicolano un senso neutro, definitivo, se non consolatorio o assolutorio, in stretta correlazione al contesto d’individualità nel quale sono enunciate. “Perdersi”, al contrario, è totalmente e completamente affermativo, infinitamente lungo e largo come uno sguardo sul mare, imperativo come chi arda per l’ultima volta; è un definirsi per dissoluzione inclusivo, esibizionista, come di scomposizioni di luce in un prisma, ma denso; un assolversi identitario in una comune presenza, performativo per protesta e per assenza. Chi lo dice, lo enuncia impersonalmente ma lo pensa di sé, ed è più vicino all’idea di uno sbriciolarsi, di un totale struggimento piuttosto che a quella di un non ritrovarsi. “Perdersi” non è mettersi in scena, è essere la scena, e credo sia il verbo che per me meglio esprime il desiderio di vivere in armonia con la propria sensibilità. Penso che riuscire ad esperire questa armonia sia uno sforzo più o meno intenso dipendentemente da diversi fattori: dalla profondità di questa sensibilità, molto dal caso, con tutto ciò che esso comprende: la razionalità, il tempo, gli affetti, quello che “va fatto”, le occasioni, gli eventi. E questa armonia, nelle varie fattispecie, può essere inquieta oppure tranquilla, più difficile quanto più profonda è la sensibilità stessa; ad ogni modo è un dono trovarla e saperla far germinare; una sofferenza invece non riuscire o non essere riusciti ad alimentarla. Perché essere in armonia o in disarmonia vuol dire assonare o dissonare, ed è in questo esistere di corde tese o lasse che si occupa uno spazio e un tempo e ad esso si aderisce e si manca, pur tuttavia non potendone prescindere. Ma l’armonia più piena e, al contempo, la sofferenza più atroce sta in quel “perdersi” che esprime la tensione di un desiderio senza oggetto poiché arriva alla superficie della bellezza e del non detto senza penetrarla mai: ne è l’aura, come una luminosità che emerga dalle cose per agnosia di sé stessa, una statua in frantumi in ogni piccolo pezzo che sia stato figura; è il libro che Flaubert ha per tutta la vita desiderato scrivere, quello che “parla di nulla” ovvero della vita; ed è proprio in quel suo essere energia in essenza, prima della costruzione e dopo il crollo, non più impiegata e quindi persa, che essa ha un reale senso vitale.  Ma la paura di perdersi profondamente è purtroppo, sovente, anche all’origine della fabbricazione dell’inganno, poiché la sopravvivenza richiede che la rappresentazione sia l’unica verità, la sola modalità, lontana il più possibile dal dolore. Ma non c’è amore dove non c’è sofferenza, non c’è assoluto senza l’esperienza del fallimento e della disintegrazione, nell’enunciazione impersonale di principi morali; avanzare la certezza opposta, quella della mancanza di senso, nella prassi è affermazione d’impersonalità, del controllo bestiale della natura, puro macchinismo, sull’uomo. Pensiamo invece il potere dell’arte, l’esprimersi più autentico degli esseri consapevoli, e in cosa consista: l’arte, e non la bellezza in senso estetico, scaturisce dove c’è contrapposizione, esprimendosi in immaginazione e struggimento, che è lavoro e consunzione; si dispiega al massimo nella cognizione e nell’appropriazione del dolore. L’arte è una volontà di potenza estremamente affine al perdersi poiché é un attacco alla propria intenzione affinché non si esaurisca nell’offesa ma torni se stessa. Essa, esacerbandosi in pathos, si ostina a colpire e a colpirsi ancora, per afferrare ancora. L’arte e gli uomini, che ne sono l’incarnazione in potenza più vorace, sono una pura fonte di energia in dissolvenza, volontà di esistere come consumazione, principio di distruzione e di auto-distruzione, azzeramento del non-senso solo dove sanno rappresentarsi per implosione, perché raffigurarsi è ingurgitarsi, è digerirsi. L’arte e tutto ciò che ci libera è una forma di perdizione, e “perdersi” è la semiosi ermetica del catturare, del comprendere in una rete i tasselli del proprio disfacimento che sono allo stesso tempo le maglie della matassa e il brillio dei pesci imprigionati dal pescatore. Solo la verità e l’essenza e la percezione del loro contrario ovvero dell’accidentalità di ogni essenza possono essere all’origine del bello artistico che non può che essere la constatazione esistenziale di una dirompente verticalità che tende all’assimilazione. Essere umani e perdersi in quanto tali significa recuperare l’emanazione di un mondo esaltato che disperde la bellezza e la forza nella moltitudine di ciò che vive.

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è stato abbattuto il nespolo che premeva il fusto sul muretto di casa. Separava il cortile in muratura dove siamo cresciuti bambini da quello sopraelevato dei vicini. Sotto quel muretto corre una sottile striscia di terra dove fanciulli, dietro i panni stesi ad asciugare come una fila di monache al sole, cercavamo i lombrichi, innaffiando e colpendo la terra con la roncola. Mamma ancora la usa per coltivare le fragole e per far transitare qualche lumaca dopo la pioggia. All’estremità sinistra, in questa poca terra, era stato piantato il nespolo. Qualcuno lo ha segato o lo ha fatto segare, forse mio zio, tuo fratello, perché danneggiava il recinto in calcestruzzo cercando di non piegarsi al peso della terra gonfia di pioggia, spostandolo, macerandosi la corteccia come un flagellante, sabotandolo a tradimento con le radici, solleticandogli i genitali; dileggiava sporcando il nespolo – ma eravamo noi ad animarlo – facendo cadere i frutti nell’altrui proprietà e nella nostra, tutti marci, dai noccioli spigolosi, quasi feci alla fine dell’autunno. Li pestavo, quando venivo a trovarti, smerdandomi le suole delle scarpe e i lacci, bestemmiavo. Era diventato un fastidio, un ingombro molesto quale eri diventato tu, negli ultimi mesi di vita, che fossimo fermi alla banchina del treno o intenti a cambiare canale nell’altra stanza carpendo le parole a volume troppo basso, per non disturbarti, mentre riposavi, o fossimo lì a tenerti la mano; ti eri fatto irascibile e sconclusionato, aggressivo, a causa del dolore e dei farmaci coi quali ci costringevano a sedarti, tacitamente ma non velatamente a ucciderti, farmaci che ti mandavano fuori di testa. Anche tu, come il nespolo, resistevi e insieme te la facevi addosso, per lo sforzo, come cacassi nespole marce, la facevi addosso a tutti noi. Offendevi mamma e i tuoi figli come non avresti mai fatto; sei stato un uomo dolce e buono, eccetto quella volta che mi picchiasti con la cinghia, ma piano. Il medico del pronto soccorso, la sera che l’inesperta dottoressa di guardia azzardò che il tumore ti fosse salito al cervello e là ti avevamo portato, ci disse che il tuo encefalo appariva alla tomografia computerizzata come una spugna bucherellata: un capo pieno di buchi, tarlato, come quello di Cristo nella visione di Maria Maddalena de’ Pazzi, proprio tante piccole stanzine identiche a quelle della testa di Gesù forata dalle punte affilate della corona di spine pensai – come racconta la santa della sua visione – ciascuna con dentro uno specchio dove guardare se stessi: nel cervello di Cristo una per ogni uomo, nel tuo una per ognuno di noi; se per il figlio di Dio affinché gli uomini specchiassero se stessi in lui, per te per riflettere e proteggere noi, la famiglia che era la cosa più importante. Ti riprendesti quella sera, avevi una voglia matta di osservarci, badare a noi ancora; mi avresti chiesto pochi giorni dopo come avresti fatto senza vederci più, come avresti potuto sopportare di non accudire più tuo nipote Niccolò, mio figlio biondo e riccio, che aveva solo quattro anni quando sei morto e che era come fosse anche tuo figlio. Dopo la dimissione, quella stessa sera, in macchina, hai riso esageratamente, strafatto dalle droghe d’ospedale; mi tenevi la mano e io partecipavo con te, ero euforico come fossimo una banda di malviventi a tutta velocità sull’autostrada che avessero appena svaligiato una banca e le stelle in cielo mi apparivano velate e fosforescenti come i canali di notte a Venezia, poi poco dopo vive e a strisce e tutte cadenti come i graffi della tigre. In pochi giorni ricominciasti a cacarti addosso e a lanciare infamie su chiunque ti toccasse o soltanto ti stesse vicino, ogni persona che tentasse di sollevarti e scuoterti dal torpore della morfina; riannodasti le paranoie su fantomatici scherzi crudeli che ti facevamo, sulle prese in giro a un corpo che muore; è tragicamente vero d’altronde che eri buffo, e forse pensavamo delirassi e invece avevi ragione: chi rideva, chi come me partecipava al riso, che era più un sorriso, e allo stesso tempo se ne ribellava e avrebbe voluto poterti vendicare, erano le stesse persone che avrebbero voluto trattenerti indietro, riscattarti dalla prigionia di una malattia meschina e che però ridevano e andavano al lavoro e si vestivano ancora e salutavano i conoscenti per strada, adempiendo con diligenza alle cose mostruose che siamo costretti a fare. Ti ricordo in piedi sullo stipite della porta del bagno, sgualcito quanto il letto, con le cimici della morte addosso, appena alzato per pisciare, mentre ti sorreggi instabile alla colonna e ondeggi come una mantide ferita aggrappata a una spiga di grano. E incredibilmente sorridi. Sorridi a noi, a un bambino biondo che gioca. Di scatto corro ad aiutarti, ti sono dietro, provo a metterti la mano sul fianco, ma è sofferenza, l’altra mano sulla spalla sinistra, ti stizzisci dal dolore, non ti potevamo toccare, e sono inadeguato, e vedo già nella memoria, in una visione, il te di prima che sorride, aggrinzisce tutto il viso in un sorriso verso di me e mamma e un bimbo biondo che gioca strisciando una macchinina sull’incerato della tavola. Emette suoni onomatopeici con la bocca, un rombo, e sono infuriato con lui che non ti guarda. Non c’è più il nespolo e con esso se n’è andato l’ultimo testimone, il compagno più assiduo e fedele delle veglie degli ultimi tuoi giorni e di quelli anch’essi ultimi della nostra fanciullezza, nostra di me, di te, di noi bambini e fratelli, di mamma. Paolo il vicino fa il merdaiolo, si definisce un addetto agli spurghi, ma noi diciamo merdaiolo o smerdaiolo – l’avresti detta così anche tu e che è un bravo ragazzo, suo padre è morto troppo presto, era una promessa del calcio – svolge il grosso tubo aspiratore dalla cisterna e lo cala nei pozzetti. Aperti e ansiosi essi lo travolgono con un getto oceanico di tanfo; lui sopporta e non fiata, tira dritto, scende le scale, è abitudine, anche passeggiare con gli stivali nell’acqua dove galleggiano gli stronzi di un cesso intasato. Paolo si alza ogni mattina per questo, in piedi alle cinque. Scende gli scalini sovrastando il nostro cortile e il nespolo che non c’è più. Paolo ha spiato ogni giorno la finestra della camera di mio padre che dà sul cortile come fosse al vetro della camera d’esecuzione, quando il nespolo c’era. E la tua era una luce accesa al confine della notte, la luce perenne dell’impossibilità di dormire: l’ha vista, non ha potuto fare a meno di vederla. Ha ascoltato i tuoi lamenti. Questa è stata la sua premura dove io al contrario ho rinunciato. Mi ha abbracciato in chiesa, al tuo funerale. Da bambino gli ho succhiato il cazzo a Paolo; poi mi ammalai di una sorta d’infezione con febbre alta, probabilmente una semplice influenza capitata per coincidenza, ma mamma sospettava qualcosa e impaurito, fraintendendo, confessai, le dissi tutto; piansi di vergogna nello stesso letto dove poi sarebbe morto mio padre. Nel letto della nuova casa invece hai dormito tu, al suo posto, ci abbiamo fatto sesso, abbiamo goduto; non te l’ho mai detto ma avrei voluto dormirci io. Pensare ogni mattino un dolore per il semplice fatto di esserne presenti. Essere vigili alla propria sofferenza, al dolore altrui. Sempre. Quasi per osmosi. Il tempo e lo spazio non sono poi così lontani dalla memoria. Paolo ha guardato la tua morte come uscisse da un bagno allagato, lui conosce com’è la merda del mondo, sa che significa una perdita. Sono invidioso di Paolo, il mio vicino, di ogni sveglia che gli ha permesso di scendere le scale oltre il nespolo mentre tu eri insonne. Sono geloso della sua vita vissuta accanto a te, del lavoro che lo fa andare così sicuro verso la latrina dopo aver guardato l’orologio. È l’ora, devo, dobbiamo andare. Dobbiamo, la strada è una linea orizzontale, per quanto giri. E poi si torna indietro, ma dove. Per la maggior parte a luoghi che non ci appartengono o solo per sbaglio e coincidenza. Lui tornava alla tua finestra in una fedele e strana e piacevole coercizione. Ogni giorno. Tu ogni giorno, a quell’ora, aspettavi di vedere Paolo salire le scale, una piccola abitudine al ritorno, non attendevi me. Sono sicuro fosse una rassicurazione, un sollievo perché una certezza. Che ti abbia fatto compagnia come il tuo nespolo insonne. Immagino ti abbia visto ancora e ancora fra le tende ricamate con motivi di gabbiani, come non ti ho visto io, penzolare alla destra del letto lievemente il braccio fino a toccare il freddo marmo. Come Cristo nella pietà di Michelangelo, il corpo così emaciato, la mamma tanto silente ma vigile, addolorata dal non saperti aiutare. L’incontinenza ha colpito anche lei, le fanno la stimolazione elettrica sui pesi vaginali. Macchia di feci le mutande. Prepara il pranzo. Lava. Non credo abbia compreso l’essenza di quell’immagine sacra. Mamma non prega, ma ogni tanto va in chiesa; le piace la madonna. Continuiamo a fare le stesse cose mostruose. Ti fa visita al cimitero, innaffia, sistema i fiori. Sulla tua tomba semplice, come la volevi tu, una croce di pietra su una lastra di pietra; tanti sassolini bianchi e un vaso con un piccolo ulivo. Quante volte hai raccolto le olive col cappello calato sulla fronte e un filo d’erba in bocca! Ogni cosa l’hai fatta per la casa del nespolo e i sassi che la circondano. Avresti potuto essere centenario quanto l’albero ma siete entrambi stati assassinati da una provvidenza che non provvede a nessuno se non nella ristretta superficie dello scoglio dove siamo caduti, se si è fortunati. Non è bastato il tuo essere resistente come una piramide. Hai tentato ma non eri sufficientemente tagliente per liberarti. La malattia ha fatto del tuo letto un imbuto verso la morte. Scivolavi di schiena, sulla pancia del mondo, e somigliavi ad un naufrago, su una scialuppa di fortuna, e tutti noi per te credo fossimo onde, a volte gentili, altre volte inquiete, cui affidare una stanca mano o da maledire. Che io sia maledetto! Ti ho visto affogare, ma non ho fatto niente per poterti salvare. Se non assistere al tuo corpo come si guarda dal molo una nave fantasma fra la nebbia, un tronco muto alla deriva. Ma non ci sono porti da cui uscire all’unisono, solo buche strette in cui si casca, ubiquità non duali e fuori sincronia. Torno spesso qui, nel luogo dove sei sprofondato; come altro definirlo; vi sono tornato spesso. Quando moriamo forse non è come ci hanno raccontato in chiesa la domenica, che l’anima ascende in cielo. Forse si può essere allo stesso tempo più materiali e rarefatti? Incapaci di sussistere qui, nel letto, e sulla terra e tuttavia maggiormente soggetti alla forza gravitazionale? Per molti giorni ho annusato il guanciale e il materasso e ho sentito il tuo odore. È stata una sensazione così fisica! Come averti ancora fra noi. In fondo è vero che la morte è l’esaurirsi di tutti i sensi, non solo di quelli di chi muore ma anche di coloro per i quali sei morto, e quanto è altrettanto vero che finché ne resta anche uno solo questo si amplifica e usurpa tutta la forza degli altri. Quell’odore era tutto te. Ma ho smesso di farlo, di annusarti; ancora non lo faccio; per paura di non sentirlo più il tuo odore. Così adesso ti vedo, non reale ma inconsumabile. Il mattino rompe un uovo di luce fra le foglie del nespolo, avvicina la guancia e la approda sulle rugose e raggrinzite coperte stanche. La tua pancia è un’arca, un castello combusto, una scatola di fiammiferi in fiamme. Un corpo confuso fa confusione fra le lenzuola, sconclusionato come un uccello che abbia disimparato a volare. La pelle è soffice e liscia sulla fronte, una vizza burrasca la increspa fra le cosce, all’inguine e sulle braccia; il pene giace stravolto, rivolto, abbandonato fuori dalla patta sbottonata come fra le fauci di un coccodrillo morto d’inedia, poi all’improvviso si anima come una biscia, una pompa sfuggita di mano al pompiere. Il ventre è una chiesa a tre navate col tetto crollato e ci si addentra dentro fino alla sala ipostila, al volto dalla barba ispida, il luogo pubblico e più segreto della tua personalità. Boccheggi, fai smorfie di dolore. Gorgoglia l’ossigeno, la morte cuce a maglia. Dormi, ti svegli, ansimi, ti agiti, dormi ancora. Lei cuce sbattendo piano i ferri come un norcino che lavori carne di muscoli tesi sulla testa del maiale. Intanto una bestia grufola, ti grugnisce dentro, ti sbuffa fuori dalla bocca e dalle tessere mancanti fra i denti, come da un recinto sconnesso e pieno di assi spezzate da cui siano fuggiti i cavalli. Sputi nella sputacchiera. Tossisci, hai l’urto del vomito. Ormai non ti sta più dentro, l’animale ti mangia per farsi spazio, non c’entra più nel tuo corpo. Sgobba, straborda, svasa, raglia; muggisce come il Minotauro. Lo inghiottisci, lo deglutisci. Posso vederne i lunghi peli neri che ti escono dalle narici, setole bipenni. Uno scalpiccio biondo, furioso e innocente spia curioso dallo spiraglio della porta, tutt’occhi, vita, azzurri; fa irruzione, pesticcia sul lungo manto nero della morte lì seduta, impolverandole il vestito, è una furia. Sorridi, quasi accarezzi tuo nipote; sollevi l’avambraccio ma cade giù e non ce la fai. Per qualche secondo sei di nuovo te stesso; sorridi ancora con indicibile dolcezza, il battito del cuore rallenta o così immagino io, il tempo si dilata. Lei s’interrompe, smette di cucire. Impallidisce, stufata. Così anche noi? Noi tuoi cari: per il timore di somigliare a lui, abbiamo finito per essere come lei. Aspettavamo, dove lui non aspettava. Attendevamo la compieta, il suono delle campane, il compimento di qualcosa che era diventato nostro. Noi stavamo portando a termine la tua morte secondo il rito, non eri tu che stavi morendo. E se noi pensavamo alla morte Niccolò non pensava, voleva, pretendeva la vita: la sua e la tua. Poi il bimbo scappa, ti dimentica. La nera signora riprende a tessere con nuova lena. Cose da fare; che altro sono anche la mia e la tua morte: questa la massima profondità di pensiero di un figlio al capezzale. Non ti stavo aiutando a vivere o a sopravvivere, ma a morire, ed era un’esperienza; insieme, come quando andavamo alle mostre dei quadri dell’amata arte contemporanea, o a raccogliere i funghi nel bosco di via delle selve o gli asparagi e i frutti del rovo sui prati del sassoforte. Abbiamo fatto così poche cose insieme! E che questa, la morte, sia una in più, è alla fine consolatorio. Ma è andata bene solo a me, come non dovrebbe essere, papà. Non è sufficiente a sé stessa la condivisione quando non sia totale. Collaborazione è il termine esatto. Ho partecipato, collaborato a farti morire. E mi vedo. Sto seduto di fronte al tuo letto, accomodato su una delle poltrone che hai fatto ribattere allo zio, il fratello tappezziere; “lavori di artigianato artistico che non si fanno più” ti sarebbe piaciuto ancora dire. Il nespolo fuori fa ombra, anticipa la sera. Aspettiamo. Mamma ti tiene la mano sinistra; Alessio, l’altro figlio, mio fratello, la destra. Sei già nelle braccia di Morfeo e della morfina. La notte imbastisce, arriccia, filza. Poi tutti se ne sono andati e ci sono solo io sul letto. Non ricordo esattamente cosa ti ho detto, tenendoti la mano, ma forse queste stesse cose: le pastoie di un rosario dichiaratamente fragile per trattenerti. Guardo i tuoi occhi morenti, torbidi. Quanti pochi abbracci! Quante poche parole nel tempo della tua malattia! Avevo pensato che il dolore ci avrebbe avvicinati rompendo la paura di un’esistenza in bilico e invece ti aveva reso un riccio di mare, incagliato fra gli scogli, impossibile da sfiorare, il fuoco di un canneto mai così basso e poco ardente da consentire di toccare un lago calmo di parole. Eppure hai saputo dirmi in pochi istanti non chi ero, questo non è importante e soprattutto mai autentico, ma chi ero io per te: “una brava persona”, “un bravo padre”. Grazie papà. Hai messo le cose a posto come hai potuto e al meglio, come io non ho saputo né so fare. E se non parlavamo molto, tuttavia negli ultimi anni avevamo in qualche modo iniziato a stemperare in una stessa foce, come di due fiumi provenienti dalla medesima sorgente, il tuo dalle acque più chiare, il mio più torbide e inquiete; così come nel nome delle cose, l’Eufrate e il Tigri. Abbiamo condiviso l’amore per l’arte, per la bellezza; partecipavamo ai nostri luoghi; insieme; è un fatto di sangue e poi di chi sei e dove sei stato tu. Ricordo poche cose di quando ero piccolo e stavo con te ma le sento decise come pugnalate, così come le sentivo allora: un istante che il sole ci ha illuminato fra le querce, sulla scalinata di pietra con accesso al mare nel giugno della nostra Quercianella, il pallone fra i pini, la pesca dallo scoglione, le dighe di sassi e la ricerca degli ossi di seppia e della pietra pomice, i tentacoli del polpo sui miei piedini bianchi, le lucciole sotto al bicchiere, le risate coi nonni, la tua camicia a righe affaccendata fra i tegamini e il mio presiedere la tavola con le posate tenute dritte come baionette, l’altalena e tu che cantavi, gli abbracci forti, poderosi, sul divano e la passione dei Maya, dei film western e delle leggende degli animali e degli indiani, e le tante sere che venivo ad aspettarti quando tornavi da lavoro e, sceso dal treno, mi gettavo nella tua tuta calda di fibre d’amianto. “Trattate bene la mamma”, questo, già lo so, me lo rimprovererai. Forse la tratto così come non vorresti per un motivo inconscio che mi piace raccontarmi: per stare ancora una volta in tua compagnia, fosse solo per essere sgridato. Un mesotelioma desmoplastico, la placenta pungente come uno spinacristo di una diavolessa che abbia partorito il tuo cuore; un raro squalo dalla grande bocca che si aggirava invisibile fra le lenzuola e fra i tuoi giorni ha portato via mio padre. È arrivato fino a riva dove era piacevole stare a prendere il sole confidenti, stesi sui grandi scogli sotto al castello di Sonnino. È arrivato da lontano, dalle profondità, e là è tornato, strappandoti. Nell’estensione squarciata di un morso, nel suono distante che fa eco e nel segno solo mi è possibile rielaborare l’accaduto. La morte scivolosa, viscida dentro di te, sottile come un ago, affilata fuori in denti, ha smesso di cucire; adesso avanza meccanica come un carro di carnevale; e tu te ne vai via in una visibile deriva, scoperto e digerito nel tubo dell’intonaco di quattro mura. Ormai più piccolo della cruna dell’ago. La vita viscosa al contrario trattiene, scherma, nasconde il tuo partire, confonde le trappole del vivere e del morire. E nonostante tutto esisto, abitudinariamente persisto, ma non so se il solco aperto faticosamente sulla sabbia dalla chiglia della tua nuca trascinata sia di una barca che parte o che arriva. Solleviamo il lenzuolo ai due lati e ti facciamo rotolare su uno per liberarti dalla merda. L’impresario funerario ti rivolta come un costato di maiale. Sigilla il rito. A casa si sciacqua la faccia, slega i lacci della scarpa, se la sfila a fatica incrociando la caviglia sinistra col ginocchio destro, si addormenta, stanco e contento al lume di una fioca lampada. È notte. La tua presenza non separa più teneramente le strade. Stringo la mano di mamma, nello stesso letto, questa volta sono io ad essere te. Nella bara accarezzo le tue ginocchia nodose come il bambù, pizzico con la punta delle unghie il bozzolo rivestito di pelle sulla pietra della fronte. Non tremi, non ti faccio male, non più. Ti dò l’ultimo saluto. Stai per ritirarti in letargo, dopo aver indietreggiato come una locusta. Il male ti ha infilzato, come una croccante cavalletta. Sistemo una melagrana proprio sotto al collo e alla testa, fra le falde bianche sotto il cuscino. L’abbiamo colta dal melograno che ha accompagnato i giochi della nostra infanzia. È un simbolo di martirio, quello che hai subito, come Cristo trafitto dalla lancia nel polmone sinistro, e un augurio di resurrezione. Pochi giorni dopo avrò occasione di vedere una tua foto in bianco e nero, un po’ sgualcita, in cui avrai tre o quattro anni, non di più, e sei con tuo fratello e tua sorella maggiore nei campi dall’erba alta che mi hai sempre raccontato, scenario delle tue marachelle, dietro l’abside della chiesa di San Martino a Gangalandi. Poche decine di metri da dove stai adesso papà, al cimitero della misericordia. Quanto ti sarebbe piaciuta la tavola con la Madonna della melagrana del nostro Botticelli! Il piccolo Gesù sei tu che benedici, sei tu bambino che mi saluti. Odoro i tuoi capelli fini che sapevano di borotalco. Chiudo gli occhi e sono con te: ci siamo dentro come i granelli di sabbia nell’onda del mare, sbattuti, ciechi di cataratta come l’ostrica nella conchiglia. Sogno che soffio nel tuo tumore, in una enfiagione di cielo e lui scoppia e si disperde come per artificio un fuoco, come per l’afflato nel soffione che ridevi a tuo nipote ricci biondi dopo la raccolta delle more e non sapevi della morte, ma solo dell’amore. Non ci sono molti altri ricordi oltre questi, se non un’oscurità polverosa e l’intuizione di nespole carnose, gialle e arancioni, fra foglie pelose. Gli alberi invernali infilano diti umidi in bocche di cielo. Il prete bisbiglia una litania che non comprendo. La dice. Il muschio s’imperla di nuovo di brina. Sei la tua bara. La terra ti ha accolto e a suo modo ha risolto il disordine di una persistente assenza. Ma non in me. Il pensiero della tua morte è di me che manco un appuntamento importante, che ho il passo troppo lungo verso l’oltre, un indugiare pavido dentro la trincea, e ti vedo un istante dal finestrino di un treno sbagliato che incrocia il tuo veloce nell’opposta direzione. Ora che è vuoto mi sembra così piccolo questo letto per contenere l’uomo che eri. Ti parlo ma non ci sono risposte. Scrivo. Abbiamo ceduto e questo è solo uno dei tentativi di rammendare i miei ai tuoi giorni. È tutto quello che posso fare ormai in questa vita. A chi ti ha conosciuto hai lasciato il ricordo della tua sensibilità e la gentilezza della riservatezza del tuo dolore. A me, di più, la confusione del tuo non essere più. E forse non ti troverò, ma mi rincuora la morte come fosse un fosso da saltare, e poi ti posso cercare.

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