temo il risveglio, fatico ad affrontare il mondo: non i problemi, gli impegni, gli appuntamenti, piuttosto l’affollamento delle cose attorno, la miriade di ostacoli, gli innumerevoli soffocamenti. Sì, le cose, tutti questi oggetti accatastati, che fanno a gara a sopraffarsi, a togliersi il respiro; se tu li osservassi costantemente, per un periodo di tempo sufficientemente lungo, tutti si piegherebbero, gli uni sugli altri, sforzandosi di intricarsi e districarsi, non diversamente dalle piante o dai fiumi. Ogni cosa declina, cede sull’altro; anche adesso qualcuno e qualcosa soccombono, e tutto ammutolisce con un più o meno accentuato fragore. Ci sono suoni molto estesi, che rumore fa il mare! altri puntuali, acuti: il tintinno metallico di una forchetta. Viviamo nel tempo del rumore, nel manifestarsi in forma d’onda del deperire di ogni cosa. Affogo anch’io nelle mie parole, soffoco fra i miei pensieri. In definitiva non ho parola fra le mie parole. Sarebbe così semplice venire da te se fossi muto, se fossi idiota; e in fondo sarebbe assente perfino quella crudeltà che scaturisce dalle spiegazioni, dalle promesse, dalle ragioni, dalle giustificazioni. Ma ognuno di noi ha un destino, e non è vero che esista libertà. Siamo predeterminati, prima dai nostri geni, poi da tutte queste cose, non diversamente dagli accadimenti. Non ho scelto davvero; ma come sono belli i tuoi capelli! quant’è flebile, innocente e senza ripensamenti la piccola voce che arriva dall’altra stanza: “sta piovendo!” gridi. “Sta piovendo” ripeto dentro di me, come a un’altra pioggia. Ti ascolto con dolcezza seduto alla scrivania. Sto osservando un dipinto che mi piace molto, di un autore che non conosco. Sarà battuto in una prossima asta di arte contemporanea. Non posso più mostrarlo a te, avere il tuo giudizio, papà, non posso condividerla con te questa bellezza; e allora la consegno al mio diario: come altro chiamarlo; forse somiglia più a un fermacarte o a un segnalibro, come un mezzo di soffermarsi su pensieri e momenti con una persistenza definita ma instabile e smemorata, un modo di stabilire a che punto siamo, di raccogliere e mettere in ordine i fogli di un’esistenza già scritta. Ma è un diario che manca di sincerità da un bel po’ di tempo. Non c’è nulla di bello se non c’è verità. Mi vergogno di chi sono, di quello che ho fatto, di cosa sono diventato, delle cose e delle persone a cui ho rinunciato (ma per finta). Per quanto orribile e patetico sia, enunciarlo con spietatezza ne farebbe una cosa buona. E invece è ormai un diario stipato di paure, rabbia inespressa e desideri inconfessati, privo di emozione. Mi cerco dentro e trovo esattamente ciò che so di poter trovare: non come il bambino sul greto del fiume che rovescia la pietra a caccia di rane e scopre lo scorpione. Il quadro che osservo alla scrivania, nella stanzetta in cui mi rifugio oggi come quando ero bambino (ma non con la stessa pienezza), è di Gerard Garouste. Già dal nome è un artista destinato a piacermi, preannuncia una pittura che si nutre e che devasta, da locusta. Mi ricorda l’espressività di uno degli artisti che preferisco, Lucian Freud, il nipote del grande psicanalista, che si dispiega nella materia attraverso pennellate cariche di vita e di lutto. L’opera s’intitola “Nature morte à la femme en bleu”. Raffigura due personaggi, un uomo e una donna, collocati ai lati estremi della tela, rivolti verso lo spazio immaginario della realtà in cui ogni quadro è accolto. Danno le spalle l’una all’altro, il volto imprigionato dalla cornice. Immagino che entrambi sognino, ma lei è sveglia. L’uomo dorme, rimpicciolito, rannicchiato, quasi atrofizzato; ha una maglia verde, se ne sta abbandonato col braccio destro sotto l’ascella sinistra, la gamba destra sotto il ginocchio sinistro, relegato al fondo della stanza, su una poltrona; forse tiene ancora in mano un libro che stava leggendo poco prima di addormentarsi? la pagina è bianca. Nel sonno sono svanite le parole e sono diventate un ammasso materico di pittura sulla parete della stanza. Non si sognano quasi mai le parole: credo sia dovuto al fatto che la logica dei segni abbia bisogno di uno spazio lineare in cui dispiegarsi, diversamente dalle immagini che posseggono una maggiore apertura alla pluri-dimensionalità spaziale (il sogno è come una rete infinita, che va in profondità e si tira su, piena di pesci). Al centro campeggia un tavolo coperto da una tovaglia, anch’essa bianca. Sopra, alcuni oggetti: una caraffa, dell’uva verde, qualche frutto non identificabile, una tazzina di porcellana, due tovaglioli: uno attorcigliato. Mi alzo, bacio i tuoi capelli biondi, sopra la testa, arrivando da dietro. Sei piccolo, seduto al tavolo, hai la stessa posizione del personaggio nel quadro a volte mentre dormi: capita che la gamba o il braccio rimangano per troppo tempo fra i due letti che erano nostri, bambini (mio e di mio fratello), provocandoti al mattino quel formicolio che già nell’infanzia ci fa intuire quanto un corpo umano non ci appartenga. Sai stare a tavola adesso, hai il tuo posto; oppure i nostri corpi hanno il nostro posto. Chissà come sarà quando sarai grande. Nell’età adulta spesso le sedie sono vuote come in questo dipinto. Sul fondo un’altra poltrona, in velluto rosso, enorme, ha il tavolino in gola, non avrebbe spazio per una seduta. Davanti, in primo piano, ancora una sedia con la struttura in legno; mi ricorda quelle nella vecchia casa di mia nonna, forse ha il piano impagliato; ma è girata, rivolta fuori dal quadro, vuota, di lato, come se qualcuno di corsa, con impeto, se ne sia andato già da più di un’ora, sbattendo la porta, senza dire una parola, dopo aver stretto e stropicciato il tovagliolo dentro i pugni. Posizionata di sbieco non lascia spazio di possibilità e collocazione neppure all’osservatore. E pure lei, la donna, ha un’espressione così soddisfatta, tranquilla, sognante. Oppure si tratta di un’espressione crudele che le fa stringere così le palpebre? tiene fra le mani un’altra caraffa (che lo abbia appena avvelenato?); è provocante nel suo vestito blu; ha i seni girati, fino al gozzo, come da un torchio, come l’autore l’avesse dipinta sul modello del ritratto di Dora Maar, la musa di Picasso, volutamente bivalente, colta da diversi punti di vista. Forse è una donna che si piange dentro, imprigionata come Dora in una stanza che è una specie di cassa, inquadrata dallo stipite di una porta. Forse sorride al veleno della libertà, perfida come Locusta. Alla famosa avvelenatrice della Gallia furono commissionate da Agrippina e da Nerone le uccisioni prima dell’imperatore Claudio poi del futuro imperatore Britannico. Ogni casa è una prigione infida; altrettanto lo è ogni città e poi l’universo e ogni luogo; allo stesso modo lo sono le persone con cui costruiamo case e relazioni e quelle con cui non riusciamo a costruirle. Una prigione terribile dove accadono poche cose belle, in qualche caso fortuito, bellissime. E anche noi siamo la nostra prigione, ce ne accorgiamo soprattutto piangendo: le risate volano via come farfalle, in un momento; le lacrime invece scorrono sul nostro corpo come le lenzuola annodate dei carcerati, che sognano di fuggire guardando il cielo fra le sbarre, e che si spiegano sulle mura del penitenziario fin quasi a terra, pesanti, ondeggiando lente, appena, quando soffia il vento. È un quadro di prigioni individuali e di assenze e di pensieri e sogni. È un quadro del magico primario che racconta di particelle elementari (ma c’è così poco di elementare, quanta confusione e nodi invece in coppie e famiglie!). Mi fa pensare che anche tutte le sensazioni siano delle gabbie, che dei nostri corpi condividano la forma – non le sentiamo forse in tutta la nostra complessione? – e che siano altrettanti involucri impermeabili, più o meno rarefatti. Siamo esiliati dentro noi stessi, addirittura all’interno di quelle emozioni e quelle caratteristiche primarie che, se ci pensi, in via di principio, potrebbero costituire le uniche trasgressioni, il solo mezzo di libero arbitrio: il pensiero, la creatività, la poesia, la follia, il sogno, l’amore. L’amore. Ma tutto ciò che si articola e si costruisce costringe e inganna: creatività e poesia sono compiacimento e pretesa, follia e sogno placebo e sostituzione; l’amore, ai minimi termini, è eros, ai massimi puro logos. Lo so, quanti buffi pensieri! troppi! ho una testa affollata di stranezze. Brutti pensieri che mi accompagnano nella quotidianità e che non confido a nessuno, non certo a te. Abbiamo passeggiato nel castello dei Conti Guidi ieri. Com’eri contento! Lì, di fronte al castello, nella piazza principale di Poppi, c’è un busto in bronzo di Dante. Non che ancora possa interessarti! Ricorda che il conte Guido Simone da Battifolle dette rifugio al poeta in esilio da Firenze nel milletrecentodieci, per circa un anno. Si dice che qui l’Alighieri abbia composto il XXXIII canto dell’Inferno, quello del conte Ugolino (ancora una storia di relazioni, rapporti di potere, inganni, famiglia, amore): “padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. L’edera ondeggia dal pergolato, sulle nostre teste, a poche decine di metri dalla fortezza, mentre la canicola accende di luce il profilo di ogni foglia. C’è una torre, sulla destra del castello, appena passato l’accesso principale, attraversando la porta del leone, superata la cortina muraria (sovrasta la porta un imponente bassorilievo che raffigura un leone in tutta la sua potenza, simbolo della forza dei fiorentini conquistatori: gli odiati guelfi). La torre era un tempo adibita a carcere e la prima cella che si apre, saliti pochi scalini, presenta una botola sul soffitto da dove i carcerieri potevano sorvegliare i carcerati. Chissà se Dante abbia immaginato una cella simile a questa come luogo della morte per inedia del conte e dei figli, nella Torre della Muda. “Tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. Anche noi ci siamo vestiti oggi, ti ho vestito oggi: a questo genere di contenitori apparteniamo, a queste mani, nel tuo caso le mie, ai tessuti e alla carne e poi ai mattoni in cui ci siamo svegliati, a queste pietre antiche dentro cui passeggiamo; e infine, da ultimo, apparteniamo forse all’amore? che sia un altro carcere o una liberazione? che riesca davvero a spogliarci; e per chi ne saremmo disposti? l’ho sempre sperato e in fondo creduto, che potesse accadere, che fossi disposto per qualcuno, che potessi spogliarmi davvero, e che l’amore fosse un mezzo per salvarsi, che l’amore potesse farti sopravvivere anche se nudo; ma non ne sono poi più così sicuro. L’amore brucia, abbiamo la sensazione di esistere davvero solo provandolo, ma anche in quell’attimo della sensazione ho paura che esso non sia dove noi siamo; diversamente dal corpo, dai pensieri, dalle altre emozioni, anche dalla follia: tutte queste cose in qualche modo trovano posto su di noi e con noi; che siano al comando o siano comandate, ci portano da qualche parte; l’amore invece è una concupiscenza di dispersione, un succhiare pigro e grasso, ad occhi chiusi, ad una umanità sempre morente ed emaciata, in ansia per la propria contenzione, resistente purché non soffra, una diga sbrecciata di silenzi e lamenti; è un’aderenza cui partecipiamo e che ci scioglie in qualcos’altro, che ti apre verso uno stomaco di brontolii con in cima un tubo digerente; l’amore ci secca e brucia di passione come fa l’edera che avvolge le altre piante in un abbraccio asfissiante e di singhiozzi e, se lo osservi dall’esterno, appare un viluppo forte e strano e bello; e non è forse questo che desideriamo? essere spogliati, consumati di ogni superficie, vederci nudi e belli, necessari, toccati in ogni dove, soffocati; ma poi non basta, e allora essere penetrati e che il corpo s’allarghi e s’abbrutisca fino all’intestino, fino a dire qualcosa ma d’inconsulto, una lingua nuova che sia l’urto e l’urlo di ciò che non sappiamo e che preme dentro in modo da placarlo. E dunque, amare, non è dal punto di vista soggettivo solo una copertura della mancanza di una soluzione? l’inganno di scopare e provare piacere come sostituzione? non è cercare una climax, una perfezione cui si possa poi abdicare, un teatro di distruzione? e che altro facciamo, a che altro aspiriamo se non a forarci, ferirci, dimenticarci per raggiungere lo stato di quiete di quella necessità che dal vuoto sgorga dentro? Come soffiare via il vuoto dell’impossibilità della perfezione e dell’eterno! come cancellare l’impossibilità di non essere abbandonati e dimenticati! Tutto e tutti scompaiono, tutti si abbandonano alla forza della corrente: abbandonare è abbandonarsi, l’amore è un tributo vano all’amore. Che contraddizione! e com’è ambivalente! come un capezzolo che rientri nell’areola, infiammato dalla crudeltà di chi si nutre di atti d’amore. L’amore accade in uno sguainare schizzato, irrorato, umidificato, che ti fa perdere massa, che ti fa scivolare, insanguinato; e in quel momento hai l’illusione di voler sgusciare, di poter oltrepassare la soglia della resistenza che ti costringe fisicamente al di qua del desiderio, ma non fai altro di nuovo che tentare di sparire assegnando luoghi sconosciuti ai luoghi che conservi nell’anima e che non puoi abitare; l’amore di adesso è l’amore di allora, è l’amore che sarà ed è sempre una metafora, una somiglianza che disperde quei luoghi allargandone il confine dell’irraggiungibilità. L’amore non si può oggettivare perché ogni oggetto è troppo meschino, ogni appartenenza circoscritta, limitata, stretta, vuota – se non tu, che ancora non sai e sei dovunque e per questo sai tutto il mondo che devi ancora conoscere. E come sono belli i tuoi capelli! com’è bionda e fragile la tua fronte! – e perché in ognuno di noi l’amore è invece ciò che manca e che potresti comprendere solo facendolo più distante come quegli oggetti, quegli edifici così grandi, quei paesaggi così larghi di cui puoi farti un’idea e riesci ad avere una visione chiara solo osservandoli in lontananza. Ma come allontanarsi dai luoghi, dai vuoti che stanno dentro di te. Se non fosse che mi sveglio e ti vedo; ti vesto, ed è dai quei vuoti che conosco che verso di te allungo le dita. Siamo dentro il castello, io e te, allegri prigionieri, in questo cortile su cui piove, che raccoglie le acque e le monete nel pozzo, su cui aggettano scale e stemmi antichi. Al primo piano visitiamo la biblioteca rilliana. Per sorprenderti provo a leggere qualche riga da uno dei manoscritti miniati in pergamena del tredicesimo secolo, conservati dentro una teca di vetro, vergati in “littera textualis”, con penna d’oca e calamaio: è la copia di una bibbia; ne pronuncio piano le parole, quasi avessi paura di spaventarti, sottovoce: “en archè en o lògos”, “in principio era il verbo” recita l’incipit… e piuttosto che chiedermi cosa significhi (che mi sembra d’intuire d’istinto) mi chiedo se la frase esprima una verità o una bugia; forse, semplicemente, è qualcosa che non ci riguarda; e mentre tutto resta e scorre, saremo abbandonati, imprigionati in noi stessi, moriremo e rotoleremo via come la palla di sterco del coleottero: non risorgeremo. E poi ti sento vicino, ti sfioro e ti tocco: sei qui, sei reale, non hai capito o la tua è la comprensione delle formule magiche, dei mantra: non parli parole ma vita. “En archè en o lògos”, non c’è vuoto in te, tutto è naturale; e la bellezza e il mio amore sono così grandi nei tuoi capelli come è il sole nel grano alla canicola; sono così luminosi e belli nel tuo profilo d’edera che l’amore mi spoglia nel tuo corpo ossuto e liscio come l’esoscheletro di uno scarabeo.