la statua di terracotta
che in dono mi hai lasciato
adesso è dell’anima un suono notturno.
Evoca dappertutto il contorno
di vita che hai modellato,
costretta com’era a guardarci
da sopra a dove arde il focolare:
è l’estro di una gioventù
sconosciuta, e poi morta;
è Afrodite e non sai se si copre o si snuda.
È una presenza che buca
come l’urlo di un chiurlo.
Un bimbo l’ha rotta
nella sua lotta
lanciando una palla
di vita sfuggita.
Lo spazio rimasto è una bocca,
un vuoto che tocca,
che sgorga sguardi e parole.
Amante è una conchiglia tradita
che fa eco del mare.
Un padre e un altro, bambino,
la trovarono increduli
giocando felici
nei campi, sotto le zolle
nei fianchi di via Salaiola.
Alla statua caduta
ora parla, e a un nuovo bambino,
in un bisbiglio di sale.
E a te è accaduta
la tua bocca?
e l’hai finita?
Non ti lascio da sola
nella tua veglia.
Nel buio ancora hai un volto,
ancora hai delle orecchie,
sei figura di labbra e di dita;
della tua bocca
l’attesa nel giorno
continua singulti e parole.
Ricompongo i pezzi,
come faresti tu, papà,
in silenzio;
ma la crepa rimane
col suo crepitare,
la terra si slabbra,
e la palla di nuovo un bambino
balocca, la conchiglia fa eco del mare…
e anch’io dal silenzio ancora
troverò cosa dirti.
Serve di parole una vita
per finire una bocca.