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le nuvole dalle caviglie gonfie, legate come funamboli ai fili dell’alta tensione, connettono con violenza i poli dei miei desideri forando in sinapsi cieli rarefatti sopra alberi dai rami pungenti, incastrati fra le case come ricci di mare, spilli acuminati ammassati su calamite, disperati di essere al proprio posto. La cecità del creato incede come magma, inghiottendoci sugli orifizi, adipe sul pube, e fa dell’ozio un campo cruento, uno sterminio, un tentativo di annientamento di mosche, di desideri lascivi in cui l’oggetto del desiderio si confonde in fantasmi evanescenti e ombre, uno spazio di esperienza dove la liberazione è l’uccisione e allo stesso tempo un umano annichilimento. I millimetrici, incessanti movimenti di ogni vita che non ci riguarda ticchettano come un orologio, voluttuosamente, e conservano trascinando e straziando la vita stessa come un pasto abbondante, come si contendono un grosso, liscio e tagliente nocciolo di pesca in cerchio le formiche. Anche le tue e le mie vene sono come lumache nelle conchiglie, aggredite dalle correnti, dalle bocche affilate dei pesci, in una disperata difesa contro tutta la lacerazione intorno a chi persiste: la rimozione del paesaggio, degli oggetti dal contesto, della presenza nelle vite altrui, perfino nelle emozioni e nel ricordo; poiché la mente non diversamente è articolata dal corpo in un’essenza coesa ma provvisoria e incoerente negli accessori: sempre esposti al rischio d’intrecciarsi, all’incombere del disfacimento. Si possono eternare solo le cose senza misura, dio accade continuamente, è un perenne avvenimento, a differenza dell’umano, incostante, saltuario, verificabile solo per esempio, per campionamento, e la nostra vita è un unico interludio d’insufficienza di idee che ci lasciano inconclusi ma vivi nella rivoltante estasi di essa, nell’inappetenza sociale e consumistica costretta da bisogni e reiterata e oggettivata, che ci soddisfa a momenti ma ci assomiglia ai morti. Ogni cosa cambia ed è movimento, allo stesso tempo imprigionata nel recinto dell’ordine e del disordine; e la realtà è quello che per un po’ si trova o teniamo assieme, l’ordinaria straordinarietà della resistenza di forze che si oppongono al collasso delle mura in cui viviamo, nel focolare di un comune funerale. La continuità non passa attraverso di noi; la conseguenza è che si può morire, che ogni cosa ha un tempo fissato che svuotiamo come l’acqua di un lavandino. La volontà di vita, come descritta da Schopenhauer, è un perenne datagramma, in cui siamo nodi di un sistema reso per mezzo di essi efficiente, per quanto i nodi stessi non siano indispensabili; e i corpi sono il solidificarsi della volontà in ogni istante, il renderla tale, ma imbrigliata, legata, violentata per poco e poi buttata. Anch’io sono uno qualsiasi di questi: contengo e perdo me stesso nelle conversazioni, nelle malversazioni. Salgo la collina di piazzale Michelangelo oggi, dalla scalinata che preme su di un aggettare curvilineo che mi fa pensare al profilo dolce di una donna placidamente addormentata sulle sponde di un Arno sornione, torbido e soleggiato. Luce e ombra si accarezzano, sfiorandosi nelle gonne dei giovani spensierati e adagiandosi vicine ai piedi dei pini e dei cipressi. Quante volte sono stato qui! sù e giù dalla Costa San Giorgio, percorrendo via San Leonardo con le sue curve cieche, discorrendo appassionati dei dipinti di Ottone Rosai. Delle ragazze ballano e fanno chiasso. I turisti scattano le foto dalla balaustra del cortile di San Miniato al Monte. I capperi crescono da mura grezze, sotto ulivi che sembrano cristalli. Penso a te, al tuo sorriso complice, alla linea della tua schiena, alle tue mani ruvide papà, poi al torchio del nemico muto che preme in fondo alla discesa, ma anche all’Eldorado che ho immaginato nel tuo orecchio quando hai scostato i capelli con l’indice e il medio, mi hai sorriso con timidezza e li hai sistemati dietro, di lato. Con voi è svanita l’idea che una qualunque cosa autentica possa essere costruita e che possa durare in equilibrio; siamo in grado, possiamo fare cose belle, momentanee e belle; nel tempo, nelle dimensioni; che contraddizione che l’autenticità sia una sola o mille di esse! E mi chiedo cosa ci sia dietro la pelle, oltre la maschera delle espressioni e delle posizioni, oltre queste superfici instabili, singhiozzanti dei corpi: in essi è il volume liquido che c’inganna; su di essi non si può dire quanta aderenza ci sia al tatto; se solo fossero lastre d’acciaio, fredde e sicure, su cui poggiare la guance! se fossero vetri per gli avambracci e i polsi, trasparenti al riposo e all’abbandono! allora sì, non sarebbero scivolosi e belli come serpenti. E nonostante questo che meraviglia e che disdetta il prodigio della massa animata, del dare forma a dei vestiti e dello spostarsi qua e là, appiccicosi come stelle marine, in fondo lentamente, mal sopportando eppure sopportando, gridando forse ma nel frastuono, inascoltati: nell’impossibilità della definizione della stessa forma e del limite. E me ne accorgo, ci faccio caso che ti sfioro, che sondo il tuo margine: la maglia lillà, le cuciture e il cavallo dei pantaloni che trascorrono sull’ilio, sull’ischio, il pube; le dita della mano e il dorso con una piccola ferita, la fossa e la cresta della scapola, le vibrisse nel vestibolo delle narici, lunghe, come quelle dei gatti; lo sai? noi le usiamo per il sesso e per il cibo, i felini piuttosto per misurare l’ambiente e sentire la presenza di altri essere viventi, per la difesa e per cacciare: ma non è poi molto diverso dal nostro il loro spazio della violenza. Cerco oltre di te, e quanto sono egoista e quanto soffro nel sapere che è irraggiungibile l’attimo in cui la personalità si condensa, prima che tutto accada e che esplodiamo in rami e capelli e pensieri, nell’unica umanità che mi sia di consolazione: quella che desideriamo possedere quando facciamo sesso e immaginiamo che sia là, nel passaggio, forse solo perché è l’unico pertugio verso quel possibile momento, la testimonianza dell’avvenimento delle cose belle che poi faranno male; e dio! possibile che voglia ancora farmi male per esse, anche se poi non si riconosceranno, anche se alla fine non le riconosceremo! e comunque, che importa! mi sono punto la cornea dell’occhio con un fuscello secco nel bosco oggi: mi sono allungato con sforzo a raccogliere un asparago fra i rovi e un bimbo mi sorrideva sotto il cielo, capelli biondi fra nubi bianche dalle caviglie tozze e gonfie. Nella pienezza di vivere, innocente, dal basso, in ginocchio, la tempia sull’erba, travolto e incredulo l’ho guardato, controluce; lui confidente come un gigante e io spaurito quanto una coccinella in volo. Allo stesso modo, davanti alla porta del cielo, dove la meridiana illumina lo zodiaco nel cancro durante il solstizio d’estate, ho guardato i tuoi occhi chiedendomi di che materia siano fatte le emozioni e se la loro sostanza sia morbida come il cotone e il loro diffondersi etereo e avvolgente attorno alle cose, oppure se facciano muro, erigano barricate e dardeggino da un altissimo e inaccessibile silenzio.

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