In questa pompei di vigneti
dove la terra si frattura
e frana sul dominio
della ribellione della terra
c’è un dio che unisce
e separa l’ingenuità della tua
sulla mia pancia.
Qui l’oreficeria del creato spasima
senza clemenza e i tralci
s’annodano in cornamusa,
else su spade di filari
comandano una mania di rovi e spine,
mentre volute di cielo trascinano
uccelli feroci in caduta.
Il piccolo cimitero serra
lapidi che pungono come rose,
il campanile veglia circonciso
su chi per la fede perì decollato;
grasse cavallette soffocano gli sterpi
e né morti né feriti restano
ma solo le pietre affilate della battaglia.
Da questa officina nuda dell’estate,
dal frantume, in mezzo al rollio
delle farfalle quel giorno di quarzi
sei apparsa facendo con le tue ossa
il rumore di chi emerga
da una cortina di steli di bambù.
Cristo è una santa confusione,
tira sàrtie di silenzi sull’abisso;
è un totem d’estinzione che unisce
e separa la carne dalla carne.
Dal cielo all’oceano
l’ammutinato cede al creato.
Chiudo le palpebre: amor vincit omnia
e i tuoi occhi sono la luce
nelle pieghe della luce.