si frantuma la vita e appare come fra foglie d’ombra, in striature, per barlumi, su situazioni e posti dove forzatamente si sarà costretti a disertare. La testimonianza dei luoghi e degli spazi è la memoria, la persistenza della nostra e di ogni storia: chiara, cristallina a tratti, incompleta, oscura in altre parti. Sono questi ciglioni d’erba grassa sulle strade, i cipressi in cerchio attorno al focolare del bivacco contenitori che conferiscono un senso a ciò che è stato, non noi con la nostra vista che cattura, che è solo un mezzo di diminuzione; sulle superfici, nei terreni, lasciamo scalfitture, imprimiamo forme con passi, gesti, con avvenimenti; con la postura, l’impronta digitale del nostro essere nel mondo, come i sassi; allo stesso tempo l’epidermide delle cose, gli oggetti provocano, causano il nostro toccarsi di riflesso, per contatto; rubano, strappano via e poi conservano gelosi o erodono, facendo rotolare via ogni cosa. Cosa c’è di più assurdo, refrattario a comprendersi di quell’esistenza che si riversa dentro e non sai dove premendo dagli occhi: s’insinua, si avventura nella foresta della coscienza, cerca di crearsi un nuovo varco, si allarga in altri viaggi, narratrice solitaria; così rielaboriamo i racconti, li modifichiamo, attribuiamo vicende nuove alle nostre storie, ai sorrisi, ai baci, alle carezze. Sono racconti che, su questi sentieri di campagna, provo a far tacere. In questo modo, del silenzio dei nostri luoghi, condividiamo la sapienza; mi distendo supino, sulla stessa panca di legno dove ti ricordo a gambe incrociate, con le cuffie nelle orecchie: abbiamo scherzato sulle posizioni di yoga, sugli esercizi di rilassamento che volevi insegnarmi, su di me che fingo di chiudere gli occhi per prenderti in giro, o così sembrava a te; per me era solo poterti regalare un sorriso gratuito, che non avesse la pretesa di essere restituito indietro, e il desiderio di avere per una volta sincera la tua stima: che abbandonassi quel disprezzo che ti ha fatto sempre stare all’erta e armata nei miei confronti nel mostrarti indifesa. E poi ricordo i tuoi racconti di guerriglia e Afghanistan, come fosse un conflitto cui avessimo partecipato insieme, e li trasmuto in un ripercorrersi nella dimensione presente della realtà, nella diegesi di noi finta attraverso l’analisi e la prolessi del vissuto. Noi, fra quegli alberi dalle forti radici; chi avrebbe mai detto che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti in questa vita. Il cielo, alla punta dei cipressi, è come un dondolare di cetacei disorientati, placidamente piangenti, oggi come allora; ed è come se ti sentissi ancora sull’asfalto allegra e costretta nel tuo incedere da soldato, alzando e abbassando le lunghe leve come un uccello che atterri o spicchi il volo e dietro di te un gesticolare bianco e morbido come al mattino su un lenzuolo spiegato da risvegli e consuetudini che avremmo potuto e dovuto condividere; e il ritmo matto della natura intorno, con una febbre che formicola, striscia, brucia, barbaglia e intanto asciuga e consuma la burrasca. Chissà che dirai ora di questa guerra. Vorrei saperlo. Vorrei che la tua vita fosse un libro che scrivi tu ma che appartenesse a me, per conservarne l’intimità più preziosa, quella di ciò che possediamo ma che non si tocca, perché sappiamo di poterla tenere solo se libera. Pronunci parole cattive, mi vedo che ti osservo; il passato è la spina dorsale dei giorni che ho impiegato a ricordarti; ripenso i tuoi mille modi di essere, li sapevi ricondurre ad una dimensione propria, ad uno spettacolo, come se ogni sfaccettatura fosse il volteggiare incontrollato di ciascun coriandolo in un lancio, intenzionalmente diretto ma nelle singole componenti imprevedibile. E sono rimasto qui, nella milizia di una immaginaria frequentazione, come un fuco che non fecondi la regina, come un viaggiatore arrivato all’imbarco senza prendere la nave, in una inquieta profondità pronta agli schizzi e alle inondazioni, ma anche a chiedersi che cosa ci sia di più vero se non ciò che sfugga alla definizione, che sia andato come doveva ma senza di te, con la sensazione di essere e di non essere alla riva: d’altra parte dove sta esattamente una quantità d’acqua se non nel contenitore di se stessa e com’è che acqua sia acqua solo là dove si presupponga una vera appartenenza mentre la natura della sua mobilità è tensione e bisogno e non l’accidentalità e la fortuità del costrittore. Anche se non siamo più presenti ti raffiguro nell’immaginazione, creandoti dal ricordo; in fondo ricordare è ciò che abbiamo dimenticato per tutto il tempo che siamo stati insieme ed è come se adesso toccasse a me prendermene cura e rimediare. In alcuni momenti desidero che tu soffra, e me ne vergogno, ma poi spero anche e penso che forse il dolore è un sentimento così forte che non possa che essere un oggetto indivisibile, impossibile da spartire, e che me ne sia appropriato per toglierlo a te e sia solo io a doverlo rivoltare fra le mani, a volte come un morbido giocattolo, più spesso come un carbone rovente o un piccolo cespo di rovi al vento. Ti ascolto ancora, sebbene mi rimproveravi di non averti mai ascoltata; e questo è sempre stato il mio sentire: tutta una presenza di parole, lievi, complici, consolatorie, spiritose, intelligenti, poi gravi, dure come tronchi. Ne avverto ancora adesso la ruvidezza di corteccia, ma come da una mano tesa lontano, da un appoggio comodo; sanno di terra arida, crepata; vibrano di presenza antica. Fisso estraniato e felice i movimenti delle tue labbra, lucide e molli, come l’avvicendarsi di una fila di formiche che si biforchi di fronte ad un ostacolo, per poi ricongiungersi, una volta superato, in un tutto calmo e indaffarato. Quante cose mi dirai ancora, quante su di me dirai a te stessa; quante cattiverie, ancora, mi provocheranno lo stesso piacere; anche se non saranno dolcezze, sorrido al pensiero di quando si risolveranno nella linea di un sorriso aperto di rimprovero, domanda, attesa o stizzita incomprensione. Tu dille ancora. Bisbigliale ancora. Anche quelle che non dirai più. Avranno avuto, nell’interrompersi, la bellezza della certezza; la meraviglia dello scatto atono, dell’impeto attutito dello schiudersi della ninfea.