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in discesa sulla teleferica del Montjuïc ti osservo le spalle appena ti volti a guardare il mare all’orizzonte, sul porto nuovo, oltre la torre di San Sebastià; mi soffermo sugli spazi bui, le caverne e gli antri fra le volute dei capelli, chissà quanto è bianca la tua nuca là sotto, con un misto di dolcezza e foia come un Pèrseo che avesse deciso di risparmiare la Gorgone e prenderla da dietro, tenendola per le spalle esili; eppure non vieni dai margini dell’Oceano, non hai serpenti per capelli; non hai tentato di pietrificarmi anche se per ogni momento passato insieme l’hai fatto; sì, lo ammetto, inconsapevolmente; e quasi ti sfioro con la mano adesso come allora, la mano che invece indugia per non svegliare quell’inquietudine che sempre ci trattiene fra la soglia dell’incanto e del disincanto e che, in quei giorni, avevamo dimenticato. La ritrovo adesso e capisco che era essa a guidarci dal castello al monte degli ebrei e poi al teatro greco dove, in fondo, pur se inaccessibile il proscenio, ho scoperto me stesso, come Edipo, non sapendo ancora che saresti stata tu che mi avresti accecato; no, non tu con le tue mani ma io, poi, con le fibbie con le quali mi avevi legato a te. E ancora adesso sto aggrappato come un trapezista alle aste del tuo costato: sogno che ti ho tolto i vestiti, violentemente, e che vi sbircio dentro ad ogni balzo, ad ogni sussulto che mi faccia schizzare il cuore in gola; spio fra asta e asta, dentro al petto, che prima è torace, come dentro ai riquadri di un’acheropita che racconti di una discesa agli inferi, un’immagine sacra con attorno le grandi feste della nostra appassionata agiografia. A Trento ti spingo sul letto; cadi supina; il tuo torace alto, ampio, importante, è la prima vera caratteristica fisica di te che ho notato: il ventre morbido come una lingua di balena, come la polpa di un caco maturo che onduli dentro la sua buccia. La prima voglia sarebbe stata quella di infilarci entrambe le gambe, come nell’abitacolo di una macchina da corsa di altri tempi, e scappare via, sentendomi protetto, ma non era certo una metafora che avrei potuto proporti o un’idea balzana da raccontarti se non l’avessi accompagnata da un beffardo sorriso. Sei così fiera del tuo femminismo, di quelle idee che ti fanno appartenere: al mondo, al luogo in cui vivi, la città che non dorme mai, alla memoria di essere stati e che pensi sia il fondamento, costituisca i mattoni della costruzione di un sé desiderabile e soddisfacente o forse meglio i gradini di un’ascesa alla chiara visione di pensiero che desideri avere. A Trento il tuo torace sul letto, sotto la maglietta che si ritirava verso il seno come la risacca, era un gabbiano ad ali spiegate, era clavicole in croce di un Cristo di intimità e consolazione, ma anche un pesce gatto dalla grande bocca con un lumino di bisbigli al fondo della pancia. Da Barcellona a Trento, ancora sulla funivia, fino a Sardagna dove si celebra il culto di Mitra, non lo sapevamo allora ma anche la nostra era la celebrazione di una sorta di alleanza, un patto torbido con cui si sublima la fedeltà. E l’esorcismo della volgarità è ciò che avremmo dovuto mettere in atto per sperare in un reale. Adesso immagino la tua vagina sfondata forte come una cassa, in una cassa di silenzio, con una ritrosa deflagrazione; le mammelle che coprono e mi ammaliano il senno; ed è pulsione di sevizie vive per avvelenare il sangue di cui si pasce il tempo; è pene che inveisce come un aratro nella fica, contro la terra che è esistenza; come una ghigliottina, contro l’ingiustizia che è vita; come un mantice per una globale combustione. Superiamo un’altra stazione; acceleriamo e poi di nuovo giù; è un’onda; ti volti di profilo e sorridi, spingi la pupilla all’angolo estremo come un camaleonte; schiuma; è molle; ti lecco; è muta, è pelle di biscia, è un singhiozzo; sono libero e sogno sogno l’avventura di un avvenire di armonia e ritmo. Risuonano ancora e ancora questi pensieri perché anch’io cerco di rivivere i ricordi, o forse è meglio dire le situazioni, che per loro natura sono delle grandi bocche di suono; ma non li lascio sopravvivere, non ne faccio tesoro, li pungolo e raschio come il tartaro dai denti, li torturo come insetti sotto al bicchiere fino a smembrarli, a vederne le interiora; cerco di fare chiarezza fra le memorie che rafforzano le memorie, quelle che hanno sopraffatto altre memorie, setacciandole indietro, e non è un’abiura del presente il mio procedere a ritroso poiché essere se stessi non è per me un percorso teleologico o finalistico; magari è successo, per caso, ed è necessario spulciare à rebours, scartabellare come antiquari o rigattieri, e sorridere ancora di ogni fragile scoperta, specialmente per chi trova un se stesso autentico negli sprazzi subitanei della turbolenza di un amore che ci è connaturato ma che continuamente si tradisce. È strano da pensare, ma più ti avvicini alla profondità, più pensi di comprendere l’umanità, o meglio ciò che ci accomuna, più ti rendi conto di stare guardando solo il ritratto di te stesso, quella forma d’arte che credi non invecchi mai e sia sempre più espressiva; come quando appressi un lago, uno specchio d’acqua lucida, e vedi il tuo riflesso fra le canne e l’erba alta, mentre l’ape ti ronza all’orecchio e ti distrae e il sole ti acceca, e tu procedi sempre più vicino, e quasi ci puoi sbattere il naso se ti chini, se non ti scivolano le ginocchia sulla sponda sdrucciola e non si rompe l’incantesimo; e pensi “quanto siamo importanti”, e “forse ho capito” dici, ed esclami quanto tu sia in pace col mondo; ma poi un dito puntato ti cancella, e nemmeno toccando, ma solo provando a farlo: nella realtà, nel passato, nello scimmiottamento di ogni esperienza sei tu che schermi te stesso, in una visione di te che non puoi possedere e non ti appartiene, una parte che hai diviso in te stesso, per quanto vera, per quanto sentita. Sentire la divergenza, nonostante una sensazione o un sentimento sia stato bello o incredibilmente piacevole oppure duramente doloroso, è comunque ancora sofferenza. E nella consapevolezza di questa ferita sta il senso. Vivere da scuoiati vivi, come diceva Ionesco, ma contrariamente a ciò che voleva dire il grande drammaturgo, in questo scoprire l’unico modo di vivere autenticamente dentro la propria individualità. La malvagità alligna in noi, nell’incapacità di ogni comunicazione che vada oltre l’appagamento, al di là dell’adattamento a se stessi, nell’avarizia del perduto. Ma se non esistono ideali che prescindano dal sé tuttavia restiamo delle ulcere semoventi, delle possibilità, bellissime in quanto tali, dischiuse contraddizioni. Nel vivere questa discrasia, nel non decidere mai, nella sofferenza, nel guardarsi vivere e nell’essere vissuti, nell’ustionare il presente partecipo dell’unica verità. Anche questo l’ho fatto con te.

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un cielo dalla pelle di fiume si dilata da dove a dove, fratturandosi, in balia di un naufragio di bianchi cetacei, disorientati, piangenti, sacche ovipare in un gozzo torrenziale: lì allignano le esistenze; altro non sono che sversamenti, scavalcamenti di confine; spirano da sotto i venti laminari, si liberano del guscio di un uovo, si districano da un bozzo di farfalla, evacuano il ventre materno. Il cenacolo del cielo orchestra il contrappunto di ciò che si contiene e vive in continua malversazione con le sue sorde ditate: la lacrime sbordano, tracimano; piove nei canali di scolo, le fogne si otturano di aghi di pino; gli escrementi schizzano, sbottano; gli affioramenti, i riflessi, i particolari di un viso, i movimenti in grande di una vita o in piccolo di una parte di essa, fisici, corporali, morali, sociali, ideali, metereologici muovono lentiggini d’impazienza su un epidermide che è crosta terrestre: si librano le rondini nella risaia, cadono abbattute; rotolano, s’incastrano, si spaccano le pietre nella pietraia; meraviglia di un distacco immutabile delle cose dalle cose. Ogni angolo di terra coltivata, ogni campo di grano, ogni piana punteggiata di girasoli persiste in uno stato al di fuori di se stesso anche quando è già passata la lama raccoglitrice della mietitrebbia; i corpi si sfaldano in una rotondità abitata di creste, urli d’anatra, strilli di cicala; piccole spine di fichi d’india sulle dita, come una possibilità pungente e attuata della memoria; e l’analogia rende tutto simile alle stelle, alla maschera della luna strappata da un volto pudico e sgretolata sotto l’assalto di un sole violentatore. La luna silenziosa che fuggendo, notte dopo notte, inciampa, e poi ancora, più volte, sulla terra scura, meno e più coperta nel suo cappotto nero; la luna che si rialza e striscia, che gattona, raggrinzendo con le ginocchia la superficie del mare, spingendo le onde, gonfiando i seni in una lingua di sabbia che li elide nel clamore di uno smodato silenzio. Come lei compiamo ogni passo sulla punte, su un arco di melma e vetro, affondando forte le dita dei piedi dalle unghie d’aquila, oppure senza lasciare una scalfitura, come pettirossi, ma non possediamo la forza di sfuggire una bellezza che c’inghiotte schiumando, stringendosi in colline, vagendo a se stessa. Conserviamo invece la confidenza di pensare che ci sia sempre qualcos’altro a sostenere il presente prima che collassi, prima che tutto si accartocci sulla scelta del fatto e del non ancora fatto. Continuo a chiedermi se possa esistere, se possa sostenersi una continuità stabile dell’inadempienza da cui si possa emergere e finalmente si sappia parlando di cosa stiamo parlando o se il massimo che sia possibile fare per evitare la dispersione sia raccontare se stessi ai minimi termini della piena espressione. Che altro è una maschera se non un racconto, anche muto, una completa, puttana e costretta inclusione della rivolta di poter essere più di questo; che cos’altro se non lo spazio che contiene la distruzione che si apre nel movimento, nell’ostruzione dell’atomo con l’atomo, nella decostruzione del mito e nella nudità prima di ogni veste, come il dolore della verità sotto la tunica di Nesso; la veste che mi hai regalato, che hai cucito del tuo racconto. Quanto ci sia del rito in ogni mito, quanta liturgia ci appartenga e sia da noi creata e quanto sia imposta agli umani. Quale sia il nesso fra il sesso e Nesso. Sto con le cosce strette come tronchesi sulle tue ali di farfalla imbalsamate, irrigidite, agganciato per l’ardiglione, un fenicottero rosa col lungo becco nello stagno, poi immerso fra le volute di due grandi zolle di terra, ginocchia di titani, marchiando in te l’ulcera del territorio, due teste lucide appena rivolte con l’aratro, schizzate, turgide, molli, di carta vetrata; affondato, obnubilato come un oggetto, un assemblaggio sbagliato e strano ma miracolosamente artefatto in una temporaneità solida e stabile, due maschere di pelo che si guardano ma bifronti, suppellettile inutile che si lacera e lacera un’inconoscibile identità. La rappresentazione di un fottuto esorcismo della natura ha fatto di me un crisma scaturito da un’estasi in cui non si è se stessi e mi ha reso oggetto di sopraffazione. Mi ha vinto il sesso sgretolato con la sua arma sgretolante; il tuo sesso verde e traslucido; la tua fica lucertola di campagna. Io e te, come ogni altro io e te, siamo il sole e la luna bagnati di sperma come di parole: risuonano allo stesso modo nella relazione che rafforziamo ogni giorno facendo o non facendo le cose, scopando o impossibilitati a scopare, discorrendo o tacendo, ma vigorosamente, vicini o irrimediabilmente lontani, nell’amore che è il circolo più ristretto e banale della facoltà d’espressione. Ed è questo il vero fallo, il mio dildo d’auto-erotismo, la diabolica santa auto-masturbazione di pensieri di fronte alla storia, poiché per noi uomini il cui vezzo è chiamarsi uomini niente è più reale delle idee e dell’eterno che altro non sono se non la realtà che contiene e circuisce il reale, la circostanza di esso; proprio quella sostanza che aleggia intorno: il tuo profumo, i tuoi passi nell’altra stanza, non importa quanto distante, poiché è la vera realtà dove io sono; il suono che è altrove ma batte dentro, il rumore del tuo pianto che si allontana da te ma mi permette di raggiungerti, l’odore della tua carne che tu non avverti ma che percorre e irradia le stanze del mio silenzio; Deianira.

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la strada, in salita, curva dopo curva, sfrangia la montagna. Ne scavalchiamo i dossi, prepotenti, facendo schizzare i sassi; la polvere alza una coltre di canicola sulle colline aride di Pelago come una barca issi la sua vela, sopra e sotto dove tutto si fonde e si confonde, mentre mastichiamo le paure. Non ci siamo ancora chiesti quanto sarà lunga la prossima separazione. Tutto già tace e noi avari, noi inconsapevoli, noi ridenti, ignari, noi che le buchiamo il fianco che rotola secca la sua mela. È un fianco cristiano dove improvvisi e sanguigni crescono i filari. Foglie di viti che grattano, rastrellano la terra. Una terra scavata, lavorata, bagnata, viva d’insetti, che s’inclina, c’inghiotte, s’arrovella, ci disperde. Poco prima il vento ha soffiato inquieto sui cipressi neri dell’isola dei morti a lato di un modesto altopiano dove la pieve si erge misteriosa cercando il cielo d’arenaria con la punta della torre. Vicino pascola e grufola il cinghiale, irsuto, notturno, sulla collina rigata e lesa; bofonchia nella mota, segnata dalla Pesa e dal Virginio. È dal Serraglio al Bacio, fino ai nostri baci, nati di pochi giorni, di vita breve; è dal Serraglio al Bacio un tragitto d’appartenenza che è la crepa stretta di ogni istante, punto di repere di sopravvivenza; ma anche larga abbastanza, fragile e instabile quanto basti a poter sprofondare, ad agonizzare in una melma densa. Esci e non sai, esci e chiedi. Hai bagnato di pianto le foglie degli ulivi e il vento, incredula dici. Mi chiedi perché. È perché insieme ho bagnato di pianto il tuo petto, e non so, non rispondo; ma è stato bello immaginarlo dormire, scoprirlo sotto un’ombra di seta dai bordi di ostrica, sorvegliato da un sorriso d’oriente, appena sveglio e dolcemente schiuso, morente. E curva dopo curva si sfrangia la montagna che muore in un sorriso indolente. Al castello senza pozzo saliamo di più, attraversando una bassa trincea, fino al punto più profondo del cassero, oltre il fossato, sotto ogni crollo, in una luce crocifissa, toccando quasi la croce all’estremità del campanile, abbracciando con lo sguardo tutta la corte d’armi, ogni mucca che beve, le nuvole ombrose, la collina lieve, i tetti bagnati di brina, e lontano nel paesaggio fin dove si svolge col suo corso la Sieve. E lì dove termina il passaggio in una casa di scacchiera io sono l’alfiere e tu la donna, tu lo stratega dalle molteplici direzioni, il visir che decide e io di un semplice segnavento il portabandiera. Alzi le mani, gesticoli, ti abbandoni. Ridi. Ridi ancora e ancora, mi baci. Intirizzisci i capezzoli. Abbassi lo sguardo. Mi baci. È breve, è per poco. Bucano il petto. Scuoti la testa e ridi. Bagliori come lucertole fra i nidi intricati dei capelli. Arrossisci. Ti stringo le ginocchia con le ginocchia per cercare di trattenerti. Bevi. Mi baci. Mi piego. Perdiamo l’equilibrio. Formicolo. Mi abbandono. Sei resina d’Aleppo. Ti bacio. Ti abbandoni. Mi abbandoni. Mi abbandoni. Ridi. Decidi. Decidi. Poi scendiamo le scale, ripercorriamo a ritroso il cammino. Seguono il vino, le radici di campo mangiate all’enoteca il Quartino; quasi un pranzo da asceti, radici che invitano a sperare in ogni cosa che sia; su sgabelli di legno, all’ombra di tendoni colorati che mi ricordano gli ombrelli e ombrelloni che coprono a mosaico, a filo dei tetti, le strade nella municipalità turca di Nicosia. Tendoni che sono un velo per coprire i nostri cuori, un voto sacro al dio degli amanti. E non battiamo i piedi, anzi tocchiamo tutto in punta di dita; non ci guardiamo negli occhi: che non si scoprano i nostri cuori segreti, che non sia nudo il petto, che non ci sia un’emozione che sia finita, una sensazione che vada tradita. Ma c’è sempre qualche curva che segue un’altra curva. Sulla frangia della montagna. La montagna che si consuma. Dove stai bocconi su un lenzuolo bianco, sporco, mentre l’autunno solletica e liscia le cime degli alberi con le piante dei piedi in una corsa incerta e leggera. Dove buca una terra di more e lamponi, che premi coi capezzoli; che qualcuno coltiva da anni ad abeti nani, ordinatamente, con la cura di un barbiere. Penso che sia un buon auspicio, una corrispondenza che capiti di fare l’amore fra alberi simboli di fertilità, sempreverdi come forse saremo noi, annuncio della lunga vita che ci aspetta. Ma non ho riconosciuto in te la dea Inanna, già nuda agli inferi spogliatasi di sette me con le sue mani, né posso come Gilgamesh rifiutare il tuo amore e riuscire a vivere più dell’indomani. E tutto si riduce alla sola risata della realtà, di una disillusa consapevolezza. Perché i programmi e i sogni non si realizzano mai e il giorno dell’indipendenza alla fine, in un modo o nell’altro arriva, ma non scommetteresti mai da cosa. Perché l’erba cresce e muore ovunque e non sai mai da dove, non sai mai per dove. E l’erba cresce verde e forte anche dove ti tocchi le grandi labbra. Dove ti tocco le grandi labbra. Grandi labbra di pesce. T’infilo il pollice nell’ano e l’indice nella vagina, come il becco l’albatros nel calamaro. Poi l’indice e il medio in bocca, facendo pressione all’interno della guancia sinistra, in un desiderio di prenderti all’amo. Tu frizioni con le dita per riuscire a venire, dalle tue grandi labbra, mentre ti penetro da dietro, con i piccoli peli biondi dell’avambraccio, con un piccolo chiodo conficcato nel ventre, con un nerbo, una frusta, tenace, ispido come un ago, fra strobili allo stesso modo eretti, ansimando verso il ragno che come me è intento a venire e che fila dalle filiere la sua tela orbicolare. E tutto gira. Ma tu non te ne stai addolorata come la vergine, come una maddalena; non mi guardi con occhi languidi di fontana. Tutto gira e confonde preda e predatore, non mare e sole, e non c’è consolazione: io distratto e tu sconosciuta, persa in un folto cespo d’infiorescenza d’aglio, in caramellati ciuffi ondivaghi di capelli sulla nuca. Ed è strano che sia tua e non mia la carezza sui peli del tuo pube, che non succeda di vedere esattamente il posto dove proviamo piacere come fosse una stanza cui non abbiamo accesso, dove faccia paura entrare; non diversa dalla stanza delle blatte dove t’immagino appassionata, ridente ed eccitata, bocconi sul materasso, con la testa alzata e i gomiti ad ali d’uccello, sotto la tendina dei capelli, attenta a cambiare a due mani i dischi al giradischi. E in quel momento penso che forse sia pur sempre la vita con i suoi momenti fatta di tante stanze così, e che sia solo questione di vicinanza di luogo e tempo, consapevolezza dell’accadere, distanza o comunanza di sensi e sentimenti, inquietudine, ansia, rabbia, quantità di auto-partecipazione, amore se tu possa ricordare di esserci stato. Schiacciamo i ciuffi d’erba, gli sterpi, i funghi; appiattiamo i nostri corpi e le nostre teste come cani bastonati ad ogni rumore di camion, macchina e moto che ci possa sorprendere, ad ogni grido d’insetto o lamento d’uccello; ascoltiamo in una placenta di suono come un flebile vagito, l’omen pungente di chi nasca o muoia; e in quei momenti una calma d’immobilità sferza l’aria, calma tesa come il bucato ad asciugare dove bucano i rovi, dove cantano le cicale; è così che ogni mugolio strozzato confluisce nel crepitio del sottobosco, che il cambiare di collocazione e ordine inverte la circolazione delle cose e ci permette di entrare nel vivo di una vita dove i lombrichi mangiano, saccheggiano una terra indigesta. Rubiamo l’uno all’altra, in un abbozzo, nell’ipocrisia del non risolvibile, nella bruma di un consenso d’incredulità, nella sensazione di avvertimento di una più vera e parallela ambiguità. Serpi e lucertole si muovono adesso sotto alla nostra coperta scoperta; ansimano nelle anse, le zecche saltano in festa; serpi ancora stanno avvinghiate alla base di ogni ebete fusto d’abete, serpi che ci guardano contemplative come bimbi a cavallo di giostre coi cavalli. Ascoltano la nostra nenia affamata e satanica, come uno sbiascichio di capre, giù nei meandri di ogni conseguenza a venire, senza mutande, cantilena di vendite, commerci e inappartenenza. Ti rivesti, corriamo. Scappi. Giù in discesa. Poi lontano, sempre più lontano, fino a Savannah e poi dove arriva la ferrovia, dall’Atlantico al Pacifico, inghiottita dentro alla città bassa dalle colline dei druidi. E forse il te che è andato non l’ho conosciuto ma credo che esistano disposizioni di coscienza adatte anche a sopravvivere, non solo a morire, ma non uniche esistenze; e anche se a volte capiti che i cuori siano in anticipo e sia troppo tardi per tenere fede alle fedi infrante, l’attesa di una ulteriore attesa ti ferma e stringe a chi ti costringe in una cartilagine di ricordi; ti ferma e tende in una vigile, voluta e continua testimonianza a se stessi di una dolorosissima e meravigliosa inquietudine. Adesso tutto già tace e non mi chiedo quanto sarà lunga la prossima separazione. Però mentre cerco di risalire l’ordine dell’assuefazione mi domando se per te le mie parole circoscrivano i sentimenti in un vuoto suono oppure se innocenti e incredule, inscritte in essi, in me non possano che restare ammutolite da un sussulto d’invincibile, incomprensibile, irragionevole amore; da un moto sommesso e ostinato di comprensione, paura e fragilità.

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La morte fa rumori di calcagno, sciaguatta un po’ nelle scarpe e se ne va. Piove e i canali sono stracolmi d’acqua che gorgoglia. La tua fragilità lo sente forte e ammutolisce. È un rumore che è liturgia della parola, l’anamnesi muta di chi ascolta: bussa sordo il giorno clandestino, si urta con gli altri giorni nella stiva del tempo, proprio lui che ti ha fermato. Non sopravvivere la tua morte sarà una verifica, la verifica se io abbia mai veramente amato. Perché un totem d’innocenza a questa assenza sei tu che proteggevi le montagnette di terra dei formicai dall’attacco di un bambino, solo tu; perché, questo non lo so o mi sono illuso, ingannato che certamente sì, che io ‘sicuro’ fosse la risposta. Ma la cosa peggiore che si possa fare è sciupare anche la sofferenza uscendo fuori dall’isolamento necessario al racconto, sopraffatti dagli ostacoli d’impazienza dell’imparzialità. Che piova, e porti via il presente. Un rovescio di pioggia è una corteccia d’albero, un’increspatura concreta dell’ultima realtà, un nuova interpretazione. Piova sul tuo essere ancora qui, di questo mondo, con un piede sul rombo di una mattonella e un forasacchi fra le ghette delle scarpe; non c’è più nulla fuori di nuovo, sotto un sole che sta in equilibrio su luglio; o quantomeno non ne voglio sapere. Se non dei tuoi ricci biondi che provano a rimettere le foglie secche sui rami: ricci biondi di figli che tranciano la carne come pugnalate, mamma, papà. È la pienezza, la spietata presenza di essere bambini. S’affila poi la giovinezza; la mia, di fil di vetro, l’ho contata sulle dita. Il presente appartiene a una televisione che è una foresta pigolante di apparizioni, un mondo di distinzioni che fa desolazione dell’insorgenza delle interruzioni che solo sembrano poter rappresentare un qualche legame fra noi. Anche tu lo sai: finalmente da morti riusciremo a liberare la bestia ingabbiata, a parlare di quella morte che ci ha tappato la bocca in vita. Ci siamo illusi che l’inesistenza sia solo un altro mezzo ed il ricordo l’eco alla vita che ha fermato il tempo; illusi che la vecchiaia sia una distanza di percezione e la morte solo un altro po’ dell’invecchiare. La stessa morte invece ha sprangato la folata di vita che irrompe e zampilla e t’imperlava di birra; e la presente paura saccheggia, interseca ogni nostra discrepanza, risucchia ogni parola che avanza, brucia ogni risma di silenzio, mi costringe in epistemi d’assenzio. Spostarsi, enuclearsi in un corpo che fermenti oltre questo corpo. Che non sia indigesto. Che non sia importante se la morte sia un passaggio stretto o largo, dimentichi della tensione allo strappo che renda consapevoli dell’attualità delle cose. E mentre mi inarco nelle palestre a far scrocchiare le ginocchia come alberi nodosi; mentre il tumore ti si allarga come uno stomaco in bocca e torno da una prosaica Vienna con un batuffolo di cotone a colmare la tua fame; è rassicurante pensare che tu sia ancora contenuto nelle cose, che tu le abbia trascinate, contaminate in una esplosione. Ma è di nuovo una contraddizione; la vittoria trionfante sanguinaria e cieca di un’eroina senza coraggio; il flash bianco di chi ha affermato, di chi ti ha affamato, di chi ti ha fermato.

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Fra il Cestio e il Fabricio sforza confusa nella nebbia l’isola tiberina una nave irraggiungibile e non partita. Obelisco e testa di toro, albero e prua del relitto emerso di un’assenza aprono le cosce al mattino chiaro di una gita romana, mentre un serpente lontano dischiude oscuri vaticini. Una breve distanza rende corpi troppo consapevoli per non farli scappare. Nubi bianche fuori, sempre se stesse, sempre diverse; le prende il cielo, ne tira i lembi e anch’esse si rarefanno, ma non sei tu che le disperdi, non tu in alcuna di esse come gli uomini negli uomini. Bisarche di uccelli e di pensieri, e un me muto di fronte a questo cielo. Mi affaccio e so di non poter raggiungere. Pettini di marmo e borotalco lisciano e sgretolano il mare di una città d’euforia che tiene in prestito la tua lingua. Di nuovo qui per curare il tempo catturato in una spirale di delfini: poggiano l’un l’altro bazza e coda, perforano strada e traffico, lo separano in cerchio verso opposte direzioni. Anche i vortici liberano correnti che non s’incontrano mai e non ci sono corrispondenze. Arche grasse d’uccelli nel venerdì santo sconfinano la nevralgia di sabbia del mio sedersi renale, in cerca dello sposo e della sua croce; e l’epiclesi fallisce per un Giuda bisessuale che tradisce in un giovedì sbagliato. Mi è solo sembrato che ci conoscessimo da sempre e che il tuo corpo l’avessi già visto quando eravamo bambini, giocando con innocenza. Comando la rabbia al silenzio: il silenzio che è la necessità, l’arte alla quale mi sono applicato di più in vita: con essa tento il massimo dolore che ti possa provocare, in fondo con una lama smussata, che non so usare. Strade piene di gente inconsapevole, felice, che riesce a vivere spensierata, non come me continuamente smaniante, sprangato in una realtà dimagrita, ridotta all’osso; perseguitato dall’invidia di strappare via me stesso e noi da quanto abbiamo già vissuto. La verità cambia in ogni stanza; la sincerità e la verità malleabili come i metalli di un fabbro. Quel che pensi di sentire è un fraintendimento o la percezione atona di chi sente, e l’imbrogliarsi dei nostri corpi è solo riuscito in un imbroglio d’anima. Non abbiamo condiviso sofferenza, neppure la sofferenza; non sesso o amore. La nostra trama è fatta di prove di fallo e sforzi di cadute, dell’insofferenza del posto e dei fuoriposto e di vetri appannati di chi si soffia contro. Le pertinenze dell’individuazione ostano accessi e traboccamenti; sospendono l’incredulità, l’ostinazione delle illusioni. Scricchioliamo sotto il peso dell’oscurità, ciechi, stralunati al cospetto della luna termale, stanca, dell’hotel Miramonti. I nastri del sonno e del sogno stridono e grattano il cuoio della coscienza. Insufflano i tempi i nostri appuntamenti. Il mondo dei chiaroveggenti termina in uno scricchio, coperto da bastioni scuri, spalle e coste. Si muore sconsacrati riscattando il disarmo del pianto e della menzogna con la nudità, senza venire. Eppure nel buio, per un attimo ho sentito, l’ho sentito come un fiume che ti corra parallelo in cui tuffi le mani e tocchi, avverti i pesci vivi, e poi dove sono, com’è che ci sono arrivato, e cos’è che era, e non ti dai più pace. Ma ogni intuizione, ogni avvertimento è un cristo, un potere fragile quanto lo sono le sue icone; e resta a terra, schiodato, divelto dalla croce, privo di significati, madido della parzialità dello scoparsi, in un non so che di facile, libero dall’intelaiatura dei distretti della presenza, ma inintelligibile, e fuori; ed è un inganno, e perché sia sempre diverso l’inevitabile sborsa luoghi e oggetti in una trasformazione d’adeguamento agli eventi e al viaggio, e nel cambio di collocazione alle persone e alle cose pospone sempre un’attesa di speranza. Per questo ho finito in birra la solita stronza giornata sull’Aventino e poi ho preso un treno sbronzo verso me; perché l’unica coerenza è una rinuncia indotta e volontaria. Spogliato, disarmato, da pisciarsi addosso come un ruscello e poi non ci pensi più aspetto su questa panchina cui il sole brucia collo e faccia. Aspetto i tartari dal deserto del nord, dalla merlatura delle palpebre, fortezza di regole e spari; prefiguro il turbinio delle armi come un miraggio di dignità e sicumera, in un’attesa che lascia illudere l’immaginazione; e il fantomatico nemico alla fine dopo tanto attendere non l’hai visto, non lo riconosci, ti sei appisolato ma arriva; ha le mani rozze, smaltate di lama; e ti ha trafitto. La trascuratezza di una trasandata condotta riporta il rumore delle battaglie in cui non si muore. L’insensatezza del reale schiaccia gli insensati sogni di vittoria. Poi un rombo, il vuoto, un’assenza armata e letale. L’inerzia di nessun dove ristagna sul piano infinito di una coscienza: niente di più nefasto di una vera intelligenza e una comune amoralità. E il vero deserto è solo il mio cuore.

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