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La morte fa rumori di calcagno, sciaguatta un po’ nelle scarpe e se ne va. Piove e i canali sono stracolmi d’acqua che gorgoglia. La tua fragilità lo sente forte e ammutolisce. È un rumore che è liturgia della parola, l’anamnesi muta di chi ascolta: bussa sordo il giorno clandestino, si urta con gli altri giorni nella stiva del tempo, proprio lui che ti ha fermato. Non sopravvivere la tua morte sarà una verifica, la verifica se io abbia mai veramente amato. Perché un totem d’innocenza a questa assenza sei tu che proteggevi le montagnette di terra dei formicai dall’attacco di un bambino, solo tu; perché, questo non lo so o mi sono illuso, ingannato che certamente sì, che io ‘sicuro’ fosse la risposta. Ma la cosa peggiore che si possa fare è sciupare anche la sofferenza uscendo fuori dall’isolamento necessario al racconto, sopraffatti dagli ostacoli d’impazienza dell’imparzialità. Che piova, e porti via il presente. Un rovescio di pioggia è una corteccia d’albero, un’increspatura concreta dell’ultima realtà, un nuova interpretazione. Piova sul tuo essere ancora qui, di questo mondo, con un piede sul rombo di una mattonella e un forasacchi fra le ghette delle scarpe; non c’è più nulla fuori di nuovo, sotto un sole che sta in equilibrio su luglio; o quantomeno non ne voglio sapere. Se non dei tuoi ricci biondi che provano a rimettere le foglie secche sui rami: ricci biondi di figli che tranciano la carne come pugnalate, mamma, papà. È la pienezza, la spietata presenza di essere bambini. S’affila poi la giovinezza; la mia, di fil di vetro, l’ho contata sulle dita. Il presente appartiene a una televisione che è una foresta pigolante di apparizioni, un mondo di distinzioni che fa desolazione dell’insorgenza delle interruzioni che solo sembrano poter rappresentare un qualche legame fra noi. Anche tu lo sai: finalmente da morti riusciremo a liberare la bestia ingabbiata, a parlare di quella morte che ci ha tappato la bocca in vita. Ci siamo illusi che l’inesistenza sia solo un altro mezzo ed il ricordo l’eco alla vita che ha fermato il tempo; illusi che la vecchiaia sia una distanza di percezione e la morte solo un altro po’ dell’invecchiare. La stessa morte invece ha sprangato la folata di vita che irrompe e zampilla e t’imperlava di birra; e la presente paura saccheggia, interseca ogni nostra discrepanza, risucchia ogni parola che avanza, brucia ogni risma di silenzio, mi costringe in epistemi d’assenzio. Spostarsi, enuclearsi in un corpo che fermenti oltre questo corpo. Che non sia indigesto. Che non sia importante se la morte sia un passaggio stretto o largo, dimentichi della tensione allo strappo che renda consapevoli dell’attualità delle cose. E mentre mi inarco nelle palestre a far scrocchiare le ginocchia come alberi nodosi; mentre il tumore ti si allarga come uno stomaco in bocca e torno da una prosaica Vienna con un batuffolo di cotone a colmare la tua fame; è rassicurante pensare che tu sia ancora contenuto nelle cose, che tu le abbia trascinate, contaminate in una esplosione. Ma è di nuovo una contraddizione; la vittoria trionfante sanguinaria e cieca di un’eroina senza coraggio; il flash bianco di chi ha affermato, di chi ti ha affamato, di chi ti ha fermato.

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