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in discesa sulla teleferica del Montjuïc ti osservo le spalle appena ti volti a guardare il mare all’orizzonte, sul porto nuovo, oltre la torre di San Sebastià; mi soffermo sugli spazi bui, le caverne e gli antri fra le volute dei capelli, chissà quanto è bianca la tua nuca là sotto, con un misto di dolcezza e foia come un Pèrseo che avesse deciso di risparmiare la Gorgone e prenderla da dietro, tenendola per le spalle esili; eppure non vieni dai margini dell’Oceano, non hai serpenti per capelli; non hai tentato di pietrificarmi anche se per ogni momento passato insieme l’hai fatto; sì, lo ammetto, inconsapevolmente; e quasi ti sfioro con la mano adesso come allora, la mano che invece indugia per non svegliare quell’inquietudine che sempre ci trattiene fra la soglia dell’incanto e del disincanto e che, in quei giorni, avevamo dimenticato. La ritrovo adesso e capisco che era essa a guidarci dal castello al monte degli ebrei e poi al teatro greco dove, in fondo, pur se inaccessibile il proscenio, ho scoperto me stesso, come Edipo, non sapendo ancora che saresti stata tu che mi avresti accecato; no, non tu con le tue mani ma io, poi, con le fibbie con le quali mi avevi legato a te. E ancora adesso sto aggrappato come un trapezista alle aste del tuo costato: sogno che ti ho tolto i vestiti, violentemente, e che vi sbircio dentro ad ogni balzo, ad ogni sussulto che mi faccia schizzare il cuore in gola; spio fra asta e asta, dentro al petto, che prima è torace, come dentro ai riquadri di un’acheropita che racconti di una discesa agli inferi, un’immagine sacra con attorno le grandi feste della nostra appassionata agiografia. A Trento ti spingo sul letto; cadi supina; il tuo torace alto, ampio, importante, è la prima vera caratteristica fisica di te che ho notato: il ventre morbido come una lingua di balena, come la polpa di un caco maturo che onduli dentro la sua buccia. La prima voglia sarebbe stata quella di infilarci entrambe le gambe, come nell’abitacolo di una macchina da corsa di altri tempi, e scappare via, sentendomi protetto, ma non era certo una metafora che avrei potuto proporti o un’idea balzana da raccontarti se non l’avessi accompagnata da un beffardo sorriso. Sei così fiera del tuo femminismo, di quelle idee che ti fanno appartenere: al mondo, al luogo in cui vivi, la città che non dorme mai, alla memoria di essere stati e che pensi sia il fondamento, costituisca i mattoni della costruzione di un sé desiderabile e soddisfacente o forse meglio i gradini di un’ascesa alla chiara visione di pensiero che desideri avere. A Trento il tuo torace sul letto, sotto la maglietta che si ritirava verso il seno come la risacca, era un gabbiano ad ali spiegate, era clavicole in croce di un Cristo di intimità e consolazione, ma anche un pesce gatto dalla grande bocca con un lumino di bisbigli al fondo della pancia. Da Barcellona a Trento, ancora sulla funivia, fino a Sardagna dove si celebra il culto di Mitra, non lo sapevamo allora ma anche la nostra era la celebrazione di una sorta di alleanza, un patto torbido con cui si sublima la fedeltà. E l’esorcismo della volgarità è ciò che avremmo dovuto mettere in atto per sperare in un reale. Adesso immagino la tua vagina sfondata forte come una cassa, in una cassa di silenzio, con una ritrosa deflagrazione; le mammelle che coprono e mi ammaliano il senno; ed è pulsione di sevizie vive per avvelenare il sangue di cui si pasce il tempo; è pene che inveisce come un aratro nella fica, contro la terra che è esistenza; come una ghigliottina, contro l’ingiustizia che è vita; come un mantice per una globale combustione. Superiamo un’altra stazione; acceleriamo e poi di nuovo giù; è un’onda; ti volti di profilo e sorridi, spingi la pupilla all’angolo estremo come un camaleonte; schiuma; è molle; ti lecco; è muta, è pelle di biscia, è un singhiozzo; sono libero e sogno sogno l’avventura di un avvenire di armonia e ritmo. Risuonano ancora e ancora questi pensieri perché anch’io cerco di rivivere i ricordi, o forse è meglio dire le situazioni, che per loro natura sono delle grandi bocche di suono; ma non li lascio sopravvivere, non ne faccio tesoro, li pungolo e raschio come il tartaro dai denti, li torturo come insetti sotto al bicchiere fino a smembrarli, a vederne le interiora; cerco di fare chiarezza fra le memorie che rafforzano le memorie, quelle che hanno sopraffatto altre memorie, setacciandole indietro, e non è un’abiura del presente il mio procedere a ritroso poiché essere se stessi non è per me un percorso teleologico o finalistico; magari è successo, per caso, ed è necessario spulciare à rebours, scartabellare come antiquari o rigattieri, e sorridere ancora di ogni fragile scoperta, specialmente per chi trova un se stesso autentico negli sprazzi subitanei della turbolenza di un amore che ci è connaturato ma che continuamente si tradisce. È strano da pensare, ma più ti avvicini alla profondità, più pensi di comprendere l’umanità, o meglio ciò che ci accomuna, più ti rendi conto di stare guardando solo il ritratto di te stesso, quella forma d’arte che credi non invecchi mai e sia sempre più espressiva; come quando appressi un lago, uno specchio d’acqua lucida, e vedi il tuo riflesso fra le canne e l’erba alta, mentre l’ape ti ronza all’orecchio e ti distrae e il sole ti acceca, e tu procedi sempre più vicino, e quasi ci puoi sbattere il naso se ti chini, se non ti scivolano le ginocchia sulla sponda sdrucciola e non si rompe l’incantesimo; e pensi “quanto siamo importanti”, e “forse ho capito” dici, ed esclami quanto tu sia in pace col mondo; ma poi un dito puntato ti cancella, e nemmeno toccando, ma solo provando a farlo: nella realtà, nel passato, nello scimmiottamento di ogni esperienza sei tu che schermi te stesso, in una visione di te che non puoi possedere e non ti appartiene, una parte che hai diviso in te stesso, per quanto vera, per quanto sentita. Sentire la divergenza, nonostante una sensazione o un sentimento sia stato bello o incredibilmente piacevole oppure duramente doloroso, è comunque ancora sofferenza. E nella consapevolezza di questa ferita sta il senso. Vivere da scuoiati vivi, come diceva Ionesco, ma contrariamente a ciò che voleva dire il grande drammaturgo, in questo scoprire l’unico modo di vivere autenticamente dentro la propria individualità. La malvagità alligna in noi, nell’incapacità di ogni comunicazione che vada oltre l’appagamento, al di là dell’adattamento a se stessi, nell’avarizia del perduto. Ma se non esistono ideali che prescindano dal sé tuttavia restiamo delle ulcere semoventi, delle possibilità, bellissime in quanto tali, dischiuse contraddizioni. Nel vivere questa discrasia, nel non decidere mai, nella sofferenza, nel guardarsi vivere e nell’essere vissuti, nell’ustionare il presente partecipo dell’unica verità. Anche questo l’ho fatto con te.

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