il vuoto è diverso dal luogo, il primo è il pieno, incontinente, l’altro è un contenitore; il vuoto nasce continuamente, il luogo fa nascere, ma non origina dove non ci sia, se non si dia estensione. Il luogo è blu e mangia, espelle; il vuoto è giallo e si disperde; lo spazio, invece, torna sempre su sé stesso. Il vuoto è ciò che manca, una ricerca; il luogo si sposta, matura, fiorisce, poi si rompe, rilasciando semi, generando altri vuoti a perdere, altri colori, altre assonanze. Le cose non finiscono indipendentemente da dove siamo, piuttosto si staccano, crepandosi rotolano via da ciò che si rompe, trascinate; non è vero che non fanno un rumore persistente. Rimane se sei in grado di sentirlo. E non solo le cose, così fanno le esistenze, lo stesso i rapporti, le relazioni: le amicizie, gli amori. Non ci si può lasciare se non muovendo via dallo stesso luogo. Dunque noi siamo gli ingranaggi dei luoghi, ne siamo i denti corrotti che cozzano stridendo, che divergono; e i ricordi ne sono il suono che perdura fin dal momento in cui ciascuno di essi si spezza. Ogni luogo possiede l’occasione e la separazione: vi sono già contenute, perché tutto ciò che è appartiene è vivo e ciò che è vivo si separa. Un lungo riverbero, l’idea di un’orologeria dentro l’anima è ciò che li governa e una pellicola sottile. Un luogo è un albero di rami sotto la brina, uno stringersi di mani che accompagna i sorrisi, un cielo e la linfa sotto l’alfabeto senza fine dei morti. Da questo luogo ti penso: ti trasformi; sei tu. Il nostro essersi lasciati è fatto d’asfalto, di muri di pietra e cemento, d’olivi, dello svettare dei cipressi, di maglioni di lana pelosi, di lacrime e risate bagnate, di sciarpe sulla bocca, di pelle soffice, di radici imponenti, di terra lavorata e di mota, di un bivacco sempre spento e coperto, di allegria e fastidio d’insetti, di panchine a gambe incrociate, di filari di viti, dei fili dell’elettricità, ponti nella solitudine. Nella rottura ci siamo fatti silenzio e l’avanzo, come valva, l’abbiamo affidato all’opinione, che in noi risiede, e poi all’ospizio delle cose, alla lontananza; e in noi di nuovo col trambusto del ricordo, sciogliendo un’alleanza. Un luogo che si infrange torna a sbatterti contro come una sbarra di metallo – la sento adesso – con infinite oscillazioni, con tante schegge che ne erano gli intenti, con un fragore secco, ma soprattutto partorisce un vuoto che non sa più partorire; dietro agli eventi, ormai sterili, ti chiedi se questa possa essere la perfezione. Il luogo è il fantasma del vuoto, la brutta copia; ne è la caduta, è l’istanza da una matrice in cui tutto ha una qualsiasi forma che avrebbe potuto essere. Il luogo è dopo, e lo puoi bucare: con i piedi, con le dita, con l’energia delle parole, con la forza delle azioni, con la punta della penna, spostando gli oggetti, con i ricordi, con un batticuore; ma è anche prima, e lo puoi tirare e farne una forma geometrica curva al di là della quale accomodare l’irraggiungibile. Il vuoto no, non è deformabile, non gli puoi rubare niente, semmai t’illudi d’avvicinare qualcosa; non ha circonferenza di cose né suono o tempo; tuttavia da esse sprigiona e la commozione dell’immoto che da quel moto d’esistenza è scaturita ti avvicina all’assoluta realtà di un ignoto che è sommerso fra il prima e il dopo. Il vuoto è la continuazione, l’architettura del nostro essere sospesi che fa del silenzio una cattedrale. Un luogo invece è a terra, lo puoi guardare, come un vaso rotto; e i fiori sui prati raccontano di abbandono e temporanea resistenza, di gambi e gambe contuse, di boccioli feriti, di petali strappati, disseminati su una superficie se non costretti a marcire, ormai quasi senza vita; e così le mie gionocchia sbucciate e le mani che scavano la terra e tolgono la corteccia ai rami, e l’acqua del piccolo ruscello di pioggia e nella gora ghiacciata della pozza di un terreno di campagna – guardi giù e la calpesti – fa ‘crack’ e poi… ti bagni, ti asciughi via; eviti sassi, pietre rotte e taglienti, le getti fra l’erba, ti ferisci ancora; e anche tu appartieni a quel luogo che si rompe, che si è rotto, e proprio la prima cosa che ho perso sei te e su di noi l’ombra dei cespugli! eccola raccolta nell’incavo di cocci in frantumi, e l’afferro e la cullo nella mano: rumori, ricordi, baci; troppo vicino per vedersi. Accarezzare un’ombra, questo mi è permesso di fare in questo luogo morto; e anche domandarti “come stai?” Fuori, nel vuoto, non mi sarebbe consentito farlo; non si può fare con chi è ancora una presenza ma porta capelli che non puoi più toccare. Poi nel vuoto non ci si muove. Ed è per questo che sono di nuovo qui, sotto questi alberi troppo alti, a ferirmi con la corteccia degli alberi e l’orlo affilato dei cocci rotti, in qualche modo toccando una parte di te; aspettando di chiederti se nonostante ormai di noi non frequenti più i luoghi né giochi più col ricordo, tu abbia occasione di farlo con la dimenticanza.