steso sul letto, in un frenulo esausto di pensieri (una sorta di banchina di nomi, grida, confusione, concatenati in sistemi fisiologici di trazione; di fianco ad un comò di lapsus: come se le case fossero dei corpi, come avessero un intestino e noi ne fossimo la mente, distratta); e poi maglie, camicie, pantaloni piegati; in mezzo bustine di canfora, foglietti salvalana Orphea, al profumo di lavanda, nell’armadio: capi confidenti, rassicurati di aver vissuto, rassicuranti, come un tuo ricordo, a lungo vagheggiato. Ogni cosa che ci riguarda è come una valigia riempita per qualche posto, contenitori per esperienze più vicine, da fare, per quelle in corso, per quante tu ne abbia già fatte. Ciò che le differenzia è certamente il grado di motilità: e riguardo ad essa la loro concretezza, o di converso la leggerezza, ma una distinzione più pregnante è individuabile ancora distinguendo fra quelle che, costrette, aspettano e quelle che invece si adempiono per impazienza: ad esempio una camicia da indossare in fretta per la prossima occasione. La casa, una stanza, un cassetto aspettano, in quanto stanziali: e tuttavia tutte sono luoghi di travisamenti, processi, sostituzioni; tante bolle d’aria, percorsi paralleli dove galleggiano sospesi accessori più o meno utili, e non solo oggetti, ma anche sensazioni, odori, umori, tocchi morbidi, aggettivi indefiniti, suoni sordi, frastuoni, suoni gentili, ricordi. E le leggerissime non sono certo pesanti valigie che occupano le cassapanche (della memoria?), sono borsette di tela (che similmente lo sia anche ogni parola?). Chissà quanti cari avvenimenti in queste sacche da viaggio leggere, che abbia imbracciato di corsa, entusiasta, e che abbia poi posato da qualche parte; che abbia buttato, dimenticato! soprattutto le persone, le più sfuggenti (ma anche le più stucchevoli), anch’esse recipienti da portare a giro con dentro noi stessi, annaffiatoi o vasi delle prossime occasioni; ma quanto hanno raccolto di me e dov’è che ci siamo separati… oppure ogni viaggio è ancora in corso, ha solo rallentato moltissimo, allontanandosi (ma è una vana speranza). Desiderio di un ricordo che perpetui ogni altro ricordo di che cosa siamo stati. E che cosa siamo stati? che cosa adesso che il tuo profilo è non diverso da un filo bianco che dipano, di notte, al vento e che sbatte dentro e fuori dalla giacca e dalla memoria con segnali più vicini, richiami più lontani; e non diversamente dai lacci che stringono alla pelle una stoffa soffice che indossi ma non puoi vedere, questo sbattere è l’avvertimento della comodità e la consolazione di una debolezza che si delinea e si disperde in sentimenti di senso, in prese di coscienza di non senso. Appartenere o appartenersi nell’abbandono? Il fatto è che in qualche modo persistiamo e anche l’assenza è una continuazione (“e il vuoto è il pieno”) e lo spettacolo alla fine è il mago che sparisce. Come si possa dire che non ci sia tempo quando il tempo è la sola cosa che permea ogni cosa e che si allarga! dopo la pioggia è da una pozza che l’acqua evapora e assume un’altra forma; e poi di nuovo dal cielo alla pozza; e proprio come nei modi dell’acqua di Vito Acconci, la performance “quattro studi sulla saliva” del 1971; quattro scatti: 1. trattengo la saliva nella bocca ma poi prorompe dalle mie labbra: da dentro esco fuori; 2. metto il dorso della mano sotto il mento e quando la saliva fuoriesce dalle labbra diventa il piano di controllo del mio flusso vitale; 3. unisco le mani in forma di coppa e nella saliva conservo me a me stesso; 4. quando la saliva mi scoppia sulle nocche la soffio giù dalle dita, fuori dalla rampa formata dalle mie dita… e così anche il fuori resta parte di me. “Anche il fuori resta parte di me”: per questo baciamo le persone, per questo ci scambiamo la saliva; per questo c’è di nuovo il cielo dopo il cielo. E come il dolore è un bastone che teniamo ciascuno alle estremità, una lunga distanza, da paese a paese come da terra a cielo, ciò che sentiamo non è in disfacimento ma è il mezzo del già disfatto e il presente è un presente ricordo; ed è il tenerlo fra le mani che lo rende importante e che pone la domanda dell’appartenenza: se ciò che abbiamo provato sia per noi o per l’altro, se sia importante che sia nostro o dell’altro; e una volta fatta chiarezza con se stessi e con gli altri avvertire l’aporia dell’impossibilità di vivere senza costruirsi un passato o della possibilità di vivere nell’impossibilità di persistenza del vissuto. E di qui l’angoscia: non poter essere altro e neppure come eravamo significa non essere stati? avere la sensazione di essere al proprio posto come condizione di sopravvivenza e vivere l’attesa che qualcosa o qualcuno arrivi, accade anche inconsapevolmente, è un falso desiderio? e comunque c’è l’attesa, e poi qualcosa arriva, e se non sei tu è indifferente. E intanto il giorno, la città si sparpaglia con le sue luci, come cristalli grezzi versati da un pacchetto di sale, e c’è un silenzio in mezzo che continua, che sia in attesa di essere rotto? e un’illusione: che nulla si perda, che tutto ritorna; di più: che tutto ciò che è stato sia qualcosa che si possa usare: non diversamente dall’astrazione che gira attorno agli oggetti: e non tu, ma il tuo profilo; non la mosca, il volo; non la padella, l’ansa: gli indefiniti maneggiati, gli indefiniti da maneggiare. E infine la brutalità della verità e la calma del potere, sempre immediato, e la forza di crescere diminuita in quella di adattarsi: mamma che mi vende la casa; Niccolò che si addormenta sul divano stropicciando una coperta rosa, io che mi interesso nuovamente alle mostre e ai dipinti, come fossero scialuppe perse e ritrovate su cui sopravvivi ancora tu. La casa che era come un’ancora; e adesso sarai libera di andartene alla deriva? Il bimbo dorme come un bassorilievo di bronzo, pesante; non c’è più posto per dove sedevamo insieme. Ha un cuore di ceramica. Il gatto è morto (una volta si è acciambellato nella tua culla). E noi siamo soli nella sala d’aspetto, bianca come il gatto. Un libro sul piccolo tavolo in vetro della sala d’aspetto, lucido sotto altri libri lucidi: “Renato Bertelli (1900-1974)”, per le edizioni del Masso delle Fate, Signa, 2007; una vita di scultura, vicina al piccolo paese della lisca di balena… e d’improvviso sei ancora qui con noi papà ed è per questo che mamma mi concede con uno sguardo di tenerezza il permesso di un sorriso (condividiamo la sconosciuta realtà dell’immaginazione di essere altro e l’imbarazzo indulgente di essere ancora noi stessi al massimo della nostra propria espressione): in fondo, oltre a quei volti, nelle statue, nella realtà, appaiono le storie fantastiche di un te bambino e poi di un te da grande, accompagnate e consone alle ombre di fisionomie e forme imparate dallo scultore e che hai portato a casa (in statuette, formelle) e insieme nel nostro immaginario. Così, nel momento di cedere (dei beni, una casa), troviamo per caso il modo di riappropriarci dei ricordi, del vissuto, di quella presenza di mota e carne; una pausa al nostro presente decadere, una riconquista alla morte, al nostro essere decaduti, insieme, alla pioggia dal tetto e sull’intonaco interno bianco della parete dopo la tempesta (quanti giorni e finestre aperte la chiosa è rimasta nell’angolo della tua cameretta! avrai certo fatto dei sogni bagnati!). Il notaio se ne sta seduto, o meglio scivolato sulla punta della sedia, puntando sul pavimento in vinile i mezzi tacchi lucidi di eleganti scarpe di cuoio scure (a casa, appesi a semplici chiodi conficcati nel muro, una madonna con bambino regalata per il vostro matrimonio e cha hai fatto e dipinto tu, la testa di Graziellina – così si chiama la statua – sul mobiletto dell’ingresso, in bilico; accanto due di quelle sfere di vetro che si acquistano nei luoghi turistici, con la neve, con dentro il vapore delle cascate, quelle di Iguazù): calzini a rombi marrone chiaro su fondo blu e dei motivi a riga che ne costituiscono le diagonali, come cristalli, e sopra, a continuazione, gambe lunghissime, ginocchia divaricate come i legni delle caprette che i tappezzieri usano per battere la lana, capelli ricci in testa – forse soffici come la lana – e poi infine – “signora come mai le fa male il ginocchio…” – dice, e – “è solo la vecchiaia” – è tutto quello che io dico. Usciamo, tutto ci fiorisce addosso: i nei, i passi sulla ghiaia, i sorrisi sui volti come petali; intorno (eppure è ormai inverno) ancora petali… le labbra al vento della rose. Nella tua cameretta, proprio sotto l’angolo dove si è infiltrata la pioggia, continuo a staccare il quadro dalla parete; sbulletto la cornice, rimuovo il vetro, pulisco la tela con un panno sul colore acrilico, uccido il tarlo (maledizione alle scosse e alle piccole cadute di colore!); ma ogni volta, dopo qualche settimana, lui torna; apro la serranda un mattino e appena la luce entra la stanza, capita che lo veda lì, al confine di quelle forme concrete colorate. Qualche giorno fa ho sigillato il retro con un foglio di giornale e l’ho imbevuto d’insetticida. Adesso un carapace bianco se ne sta di schiena sul fondo della cornice in legno, immobile; lo guardo e provo a soffiarlo, come la neve nella sferetta di cristallo. Potessimo catturare ogni cosa già posseduta e renderla libera e irraggiungibile, non ancora posseduta; se la casa che adesso è mia potesse di nuovo tornare a te da vivere e se il vento restituisse i baci. Se si continuasse ogni cosa che si perde e se ogni volta si sentisse la simpatia di tutte le cose nel loro struggersi via. Se penso la distanza vedo che siamo soli e insieme, immagino che saremo ancora soli e insieme; nella nostra casa.