179

Si fa notte e torna
l’ora in cui l’ansia slabbra
le anse della sura del silenzio.

Anche oggi abbiamo scherzato
e riso, abbiamo parlato a voce alta,
ancora ti ho baciata sulle labbra;
non con il tocco dell’angelo
che precede all’accaduto,
ma nella memoria, confidentemente,
come è stato il nostro vizio.

Eri una cosa convessa,
riuscivi a ferirmi
col rovescio di te stessa,
quell’acqua placida e generosa
che si regala al secchio alla catena.

Potevo attingere a te
ma non ti ho decisa mai;
un avverbio senza tempo
mi avvolse l’anima.

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177

Smania la vita dove s’incrociano i respiri;
s’intromette, rompe continua
il passo, ringhia; insolente
dissoda altra vita;
aggetta sulle irraggiungibili
certezze del tuo verbo e nome,
froda se stessa
nella riluttanza di un’omissione;

eppure persistiamo immoti
come fori di cintura;
conviviamo nella statura,
in una istantanea altezza che ferisce
come un’ascia;
e non ha sutura se non
in una necessaria menzogna,
nella fedeltà ad un amore che ci dichiara
sopravvissuti oltre il campo di tensione
dell’indeterminatezza.

Ma non importa quanto sia
distante e se faccia rumore un fiato:
da alveoli profondi mille velieri salpano
senza rotta per raccontare impavidi ad altri pirati
di un sangue che non è nostro, di un fato
che è estraneo ma ci appartiene.

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176

Una biscia d’acqua
arretra il confine
delle tue caviglie
e spira in trame;
il rovo oscilla, al limitare
di un’ellera, timoroso
al peso dell’epeira
in punta di tela;
buca, morde il bosco, si dispera;
salgo tenendo per mano una piccola morte;
impaurita la spina del desiderio aggredisce
il crinale del tuo ventre;
poi fuggo, rapace, di lato;

scivolo via, perché in tutto ciò che si è
spezzato, che è stato risucchiato
vivo fra chi vive e muore
c’è parte di ciò che si conserva.

È sul fondo che conosco un territorio
di suono che altrove
ignora il limite dell’essere;
straniere, altre sotto i piedi
sono le parole, gusci di castagne
e insieme quel che ero,
marcio, fracassato;
disarticolato in lingue coriacee
lisce, spinose a una morte
piccola, che stringe
forte la mia mano.

In nebbia, lontano, sulla carneficina della
memoria giace disseppellito lo strepito di Marte.

Il tramonto sei tu
che te ne vai di schiena
calda come il mosto
nella macchia mongola della sera.

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175 (20 gennaio)

Cammineremo ancora
dentro al viale notturno
che si torce nero, a tarda ora,
in clavicole
d’alberi verso Sorbigliano.

Abbracciati, veri
in alamari d’appartenenza,
alla ricerca delle cose perdute,
arriveremo alla pancia del sole.

Avrai la pelle bianca in un cielo ambrato
sopra un esercito di foglie,
levigata come una duna;
la risata argentina squillante d’ottone,
la voce ovattata di testuggine.
La tua morbida peluria brucerà bionda
in un brulichio d’api.

Là fuori, al buio, sentiremo di nuovo i morti
seguire la canèa dei morti, estatici
sull’orlo della luna,
sulla sedia a dondolo del cielo;

e non sapranno di noi vivi, di noi
confusi e isterici ma al sicuro,
persi in gorghi di passione,
in roteanti galassie di vena,
nel ventre della caccia alle farfalle dell’Ogadèn.

Liberi dalla colpa di sentirsi in un limbo,
liberi dalla pena,
liberi di rinnegare l’impurità di una vita di gesti,
potremo finalmente guardarci in volto.

Lontani dalla prosapia dei lombi d’Adamo,
restituiti di ogni maltolto,
il senhal della tua Fiamma sarà Tutto l’Amore
che si possa dire da una bocca che
è un convolvolo di fragilità.

Oggi come ieri,
nel giorno che ti tocca e partorisce i tuoi giorni,
pur se in una gerla di silenzi,
le cose autentiche saranno le nostre semplici parole d’affetto,
scambiate in scherzi e sesso
a fianco della tenuta del Corno;

in esse saranno l’iperuranio,
l’introspezione, il vissuto,
ogni luogo cui torno,
l’oroscopo, il Capricorno, un dente rotto;

sarà il passo ossuto della volpe che sale
il ciglio di terra nel popolo di Santa Cristina in Salivolpe,
sarà la tua fica porosa come il mogano che s’increspa,
sarà il sussulto nel tuo ano.

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173

nell’impenetrabile casino di delizia
della Kaffeehaus,
all’ombra della Fortezza,
sotto un sole di luce,
avremmo potuto vedere il dagherrotipo
dei nostri giorni insieme.

Forse avresti detto fosse la testimonianza
della ritirata di chi perde,
di chi non ha cura,
di chi abbandona;
l’impossibilità dell’altrimenti,
là costretta lungo il correre delle mura,
al verde di Verona.

Ma lo sai. Prima foste tu e il mare,
tu e i tuoi occhi,
pochi istanti d’immagine e ancora tu, cinta
dalla cinta del castello dei badiali.

Poi furono i profili del tuo viso, stratificati
in punti vista, nel vento d’ali che
bisbiglia,
a renderti reale.

Ancora, infine, i gabbiani
sulla superficie
liquida del fondo delle ciglia.

È da allora che ti ho intessuta al piano di un me
che guarda gli stessi voli nei tuoi occhi.
Dai tremori della taranta, dal mare delle Tremiti.

È da allora.
Per poter continuare a tornare come eravamo,
dove e quando siamo stati,
in presenza;
innocenti,
senza aver posseduto la confidenza
di cosa dirà il tempo di me,
di te
e di noi stessi;
dementi,
amanti in lotte di parole,
negli istanti di avvistamento di chi saremo,
nella wunderkammer del tuo cruciverba di spille,
il disegno della bambola voodoo che mi hai mostrato un giorno.

E lo sai. Tutto è stato ed è
equivocando
e no la pretesa
che tutto si possa ancora ripercorrere
in una mano,
tesa;

… e che ogni notte
non sia ancora troppo dentro e
oltre per un’altra
buonanotte.

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