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Una biscia d’acqua
arretra il confine
delle tue caviglie
e spira in trame;
il rovo oscilla, al limitare
di un’ellera, timoroso
al peso dell’epeira
in punta di tela;
buca, morde il bosco, si dispera;
salgo tenendo per mano una piccola morte;
impaurita la spina del desiderio aggredisce
il crinale del tuo ventre;
poi fuggo, rapace, di lato;

scivolo via, perché in tutto ciò che si è
spezzato, che è stato risucchiato
vivo fra chi vive e muore
c’è parte di ciò che si conserva.

È sul fondo che conosco un territorio
di suono che altrove
ignora il limite dell’essere;
straniere, altre sotto i piedi
sono le parole, gusci di castagne
e insieme quel che ero,
marcio, fracassato;
disarticolato in lingue coriacee
lisce, spinose a una morte
piccola, che stringe
forte la mia mano.

In nebbia, lontano, sulla carneficina della
memoria giace disseppellito lo strepito di Marte.

Il tramonto sei tu
che te ne vai di schiena
calda come il mosto
nella macchia mongola della sera.

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