175 (20 gennaio)

Cammineremo ancora
dentro al viale notturno
che si torce nero, a tarda ora,
in clavicole
d’alberi verso Sorbigliano.

Abbracciati, veri
in alamari d’appartenenza,
alla ricerca delle cose perdute,
arriveremo alla pancia del sole.

Avrai la pelle bianca in un cielo ambrato
sopra un esercito di foglie,
levigata come una duna;
la risata argentina squillante d’ottone,
la voce ovattata di testuggine.
La tua morbida peluria brucerà bionda
in un brulichio d’api.

Là fuori, al buio, sentiremo di nuovo i morti
seguire la canèa dei morti, estatici
sull’orlo della luna,
sulla sedia a dondolo del cielo;

e non sapranno di noi vivi, di noi
confusi e isterici ma al sicuro,
persi in gorghi di passione,
in roteanti galassie di vena,
nel ventre della caccia alle farfalle dell’Ogadèn.

Liberi dalla colpa di sentirsi in un limbo,
liberi dalla pena,
liberi di rinnegare l’impurità di una vita di gesti,
potremo finalmente guardarci in volto.

Lontani dalla prosapia dei lombi d’Adamo,
restituiti di ogni maltolto,
il senhal della tua Fiamma sarà Tutto l’Amore
che si possa dire da una bocca che
è un convolvolo di fragilità.

Oggi come ieri,
nel giorno che ti tocca e partorisce i tuoi giorni,
pur se in una gerla di silenzi,
le cose autentiche saranno le nostre semplici parole d’affetto,
scambiate in scherzi e sesso
a fianco della tenuta del Corno;

in esse saranno l’iperuranio,
l’introspezione, il vissuto,
ogni luogo cui torno,
l’oroscopo, il Capricorno, un dente rotto;

sarà il passo ossuto della volpe che sale
il ciglio di terra nel popolo di Santa Cristina in Salivolpe,
sarà la tua fica porosa come il mogano che s’increspa,
sarà il sussulto nel tuo ano.

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