194

Della lotta e dall’amore
ho chiesto il dolore, con voce
d’obice, ma da te
non ho avuto risposta,
non di sangue né di parole;

ma forse queste le hai trattenute
tu, che sai usarle,
prostituta quanto Israele,
che sai muoverti in continuità
– non come me in contrasto –
d’appendice in appendice;
e in te se ne stanno turgide,
attorte in tenia e bile,
buie e profonde dentro una foiba,
nel brusio di un cuore di tenebra
come il grugnito pigro del porco
nel porcile.

Un cielo di budella, assonnato,
avanza sospeso; la pioggia obesa
cede in un esercito stanco.
La terra avvolge funi di cielo
e nel mondo in fango le attorciglia.

L’amore ripaga l’amore con la morte
come Candaule tradisce la bellezza della regina.

Resto in silenzio
e sorrido, triste ma fiero
che quello che non avrei saputo
né potuto dirti, e che duole,
sia ancora sospeso in bilico:
non sulle tue deboli ciglia
che guardano inermi lo sterminio
delle provvisorietà;
ma stretto fra le mie labbra,
irrisolto come uno specchio,
duro e nudo quanto una moneta
d’ottone; ma pulito e bello.

Resto in silenzio,
e lo sento in gola:
freddo e lucente come una lancia.

Vero amore è un dio indifeso
che porta la spada;
ed è così che ho la mia forza.

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193

Se fossi stato davvero umano
sarei potuto restare sveglio
fino all’incoscienza di te.

Ma apro gli occhi:
nella stanza la sedia è vuota,
e la rivelazione è la pienezza
di chi appare verso e oltre
la superficie di un tempo
che muta, e fa muta la storia.

Il vento ha le mani delle vite
che stanno dall’altra parte;
ne ha i ricci e i baci,
ne ha la lingua,
quasi sempre fino
in fondo incompresa;

ma ti conosco, ti ho toccato
e ti ho salvata.

Adesso siedo e guardo:
prima fischia con le labbra
della sera, poi slabbra
le foglie il vento,
se non sbarba le radici, qui
come dove sei tu.

Il tuo viso si piega nell’acqua
del torrente fra i sassi;
per un attimo è la sutura del mio
del tuo volto di quell’istante insieme
che adesso si divarica.

Ma mi hai toccato e mi hai salvato;
perché anche se ogni patto
è per vizio di natura
infranto, ogni storia dura
in ciò che nel tempo è stato.

E la frattura è condizione
di fede; resiste imperitura.

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191 (San Pancrazio)

In questa pompei di vigneti
dove la terra si frattura
e frana sul dominio
della ribellione della terra

c’è un dio che unisce
e separa l’ingenuità della tua
sulla mia pancia.

Qui l’oreficeria del creato spasima
senza clemenza e i tralci
s’annodano in cornamusa,
else su spade di filari
comandano una mania di rovi e spine,
mentre volute di cielo trascinano
uccelli feroci in caduta.

Il piccolo cimitero serra
lapidi che pungono come rose,
il campanile veglia circonciso
su chi per la fede perì decollato;
grasse cavallette soffocano gli sterpi
e né morti né feriti restano
ma solo le pietre affilate della battaglia.

Da questa officina nuda dell’estate,
dal frantume, in mezzo al rollio
delle farfalle quel giorno di quarzi
sei apparsa facendo con le tue ossa
il rumore di chi emerga
da una cortina di steli di bambù.

Cristo è una santa confusione,
tira sàrtie di silenzi sull’abisso;
è un totem d’estinzione che unisce
e separa la carne dalla carne.

Dal cielo all’oceano
l’ammutinato cede al creato.

Chiudo le palpebre: amor vincit omnia
e i tuoi occhi sono la luce
nelle pieghe della luce.

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189

soltanto adesso
che ti ho fatta notte
sei presente

così oso toccarti
forma dell’oscurità,
brulichio di luce
che appari
in un’incandescenza;

al buio impaurito ti scopro
dentro lo stesso
confine che ci fece
stranieri.

Bagnata è la verità
quando ti volti,
un luccichio nello scarto
di un sorriso fra il volto
e un’irraggiungibile carezza.

Continuare è ormai
sbirciare;
sei tu che mi parli
da mille fessure.

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187 (San Miniato al Tedesco)

Non aver paura
di cavalcare le onde
e se la torre è cieca;
se hai perso il sonno
e i polsi, e col gladio
rugge il leone d’argento
nella sera.

Non temere
se si strugge,
se nei campi la capra
si querela, se fra i lampi
un azimuth non basta
alla tua vela.

Confida che ogni mare
sia un posto in cui ritrovarsi,
che siano stelle le persone
e il tempo un’invenzione,
un riflesso al limitare
della ghiera delle nubi;
una fantasticheria nell’aria tersa.

Ti aspetterò sulla via di casa
in mezzo al vento,
ti cercherò là
fin dove ti sei persa.

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