Dormi in un campo di sepoltura
in una terra di passaggio che dirada,
il pianto su ogni tua immagine dura
come veste il cipresso la rugiada
l’unico senso sta a margine
di queste mura se il tuo riso
collima al riso l’immagine
il pianto al pianto sul tuo viso
che il tempo perpetuo abiura.
Così specchia nella vespa che affoga
quella ch’è viva l’acqua scura
che dall’ombra del cipresso sfoga.
È una tortura ogni somiglianza
che la morte porta al tuo proscenio,
ma se indiviso da questa coltre s’alza
il ricordo, schiuso libera il tuo viso
come intatto la galbula l’achenio.
Mio padre si chiamava Silvano. È morto il 14 settembre 2017, sul letto della casa dove sono cresciuto bambino. È stato assassinato: un’altra morte sul lavoro, come direbbero frettolosamente al telegiornale utilizzando un eufemismo che vada bene sia a pranzo che a cena (e poi è noto, quando ci sono di mezzo i potenti o lo stato, è sempre meglio non compromettersi). Adesso giace nel campo di sepoltura, lotto numero 3, piano terra, del cimitero di San Martino a Gangalandi, nella frazione di Ponte a Signa. Il cimitero fu fatto costruire e donato alla pieve di San Martino dalla venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze, quando, a metà ottocento, fu emanato un divieto di seppellire i morti all’interno della pieve. Ponte a Signa è un piccolo quartiere di case residenziali abitate da gente comune, nel comune di Lastra a Signa, in provincia di Firenze. Gli edifici sono per lo più costruiti su un poggio che scende dal bosco delle Selve all’Arno, una collina di pietra calcarea, detta Sassoforte, che ha per confine i torrenti Fontepatri e Rimaggio: nomi di piccole fonti che mi ricordano le stagne di plastica bianca con un grande tappo avvitante e stampata di lato la capacità: cinque, dieci, quindici, venti, cinquanta litri; e le lunghe attese – la cannella di ferro buttava così piano, e com’era fredda l’acqua! – eravamo forse seduti su una panchina di pietra? oppure su di un semplice sasso piatto? Rivedo le mie gambine con i piedi che si incrociano come quelli di un giocattolo, di una marionetta, e non toccano il suolo – si librano in aria all’improvviso e poi s’accavallano ancora, le ghette si sciolgono – e accanto le tue, forti sulle ginocchia, in pantaloni di velluto; e l’andirivieni delle facce di tutti quegli anziani sorridenti, che avevano tanto vissuto e che chiamavi per nome, e salutavi col sorriso, con dolcezza – com’eri tu – e che adesso, come te, sono morti. Siamo di passaggio sulla terra ma questa, nella località di San Martino a Gangalandi, lo è di più – tanti ci sono passati – lo è di più per la storia e per il nome che di quella storia tiene memoria: “Gangland”, dal tedesco “terra o paese di passaggio”, a caratterizzare un territorio fin dall’antichità collocato sulla via principale che porta da Firenze a Pisa: la via pisana. Silvano riposa qui – riposi qui – al campo di sepoltura n. 3, nel cimitero comunale, sotto al cimitero più antico, progettato e costruito dall’architetto Angiolo Ciappardi, anche lui là sepolto, insieme ai nonni, Vittoria e Renzo. I nonni riposano in una cappella d’angolo, nel campo rettangolare di destra, appena attraversata la grande facciata in stile neogotico a cui si accede da un lungo viale di ghiaia – il vento alza la polvere – leggermente in salita. Nonno non l’ho mai conosciuto; lo ricordo solo da quella fotografia fissata sulla tomba ma anche da quella in una cornice sul cassettone della camera della nonna, quanto tempo che non entro in quella stanza! il volto acuto, un po’ stempiato, la cravatta mal portata, le spalle rigide e ampie, come avessero del cartone sotto; me ne hai parlato come di un uomo riservato e buono. La nonna anche era dolce, con lo sguardo inquieto, incerto fra l’amore e la paura, con occhi cangianti come qualche goccia d’acqua quando ci versi sopra qualche goccia d’olio. Anche i tuoi occhi erano così, instabili come una lucertola, papà. Nonna scriveva un diario, come me. L’ha fatto soprattutto negli ultimi anni, su quadernoni a quadretti, come quelli dei bambini. Qualche volta a noi nipoti leggeva qualche pagina. Parlava sempre del tempo che le sarebbe mancato, e mi sembrava ne fosse fiera. Forse è la stessa cosa che faccio anch’io e ogni storia si ripete e ci sono delle affinità che si rincorrono al pari dei profili dei nasi, delle bocche, delle orecchie, della conformazione delle ossa delle dita. Tutti gli steli dei fiori in un campo in fondo si piegano allo stesso modo quando vi trascorre una folata di vento, hanno solo un diverso intervallo. Tutti i lombrichi nella terra sono lo stesso lombrico come centinaia di anelli d’oro e argento cangianti sotto la luce. Allo stesso modo il gesticolare prosaico delle persone: ma di queste, colpevoli di nascondersi nella consapevolezza, nella ragione, in una presunta certezza tradita al proprio interesse, mi piace ricordare solo quelli inconsulti, inadeguati, i gesti piegati da un sussulto d’affetto, sincero, e il fatto che sogni ciascuno la propria verità e monili di ragazze e stare guancia a guancia; la tua come bucava, papà! Proprio come buca la mia, adesso, sulla tua. C’è anche una parte dedicata ai bambini al piano superiore del cimitero di San Martino a Gangalandi: si trova sotto il loggiato interno del campo rettangolare di destra, accanto alla sezione dedicata agli onori dei capi di guardia deceduti della confraternita della misericordia, lo stesso campo dei nonni. Oggi, per quasi un’ora, ho letto i ricordi dei genitori, dei fratelli, delle sorelle, scolpiti sulle lastre tombali. Ho pianto per queste morti precoci, morti di bimbi innocenti quasi sempre vittime di malattia fra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento; un bimbo era stato investito dalle ruote di un carro. Non usa più ricordare i morti in modo così personale e allo stesso tempo pubblico; credo che sia un peccato perché la bellezza di quei sentimenti è rimasta e ancora oggi mi ha trafitto il cuore. Nascondiamo la verità, che è soprattutto sofferenza (la vita), ci vergogniamo di chi muore come di chi indugia: come a dire “poche storie, questo è quanto va fatto”. Mi è venuta l’idea di fare qualche foto agli epitaffi più belli e riportarli qui, ma poi non l’ho fatto: ho avuto pudore e paura come stessi violando un giardino botanico e stessi calpestando piante rarissime e fragili, e ho pensato che quelle frasi di saluto, quelle parole di pace erano appunto destinate a quella pace, e che quel modo di sopravvivere fosse appropriato solo per il contesto per il quale era nato come frutto delle emozioni di coloro che quei bimbi avevano amato. Proseguendo il loggiato dagli archi a sesto acuto mi sono poi imbattuto, fra le altre, in un’altra lastra tombale, forse di un lontano parente, probabilmente me ne avevi già parlato tu papà: “qui ebbe modesto sepolcro Antonio, uomo per bontà e integrità di carattere più unico che raro – il 27 maggio 1907 colpito da apoplessia rendeva l’anima a dio – la consorte Rosa a memoria imperitura del caro compagno della sua vita pose”. E penso che Rosa fosse davvero la compagna che Antonio meritava perché in questa frase si è ricordata di mettere da parte se stessa, sottolineando la modestia e l’inadeguatezza della tomba riservata all’amore della sua vita, e allo stesso tempo lo ha celebrato nella sua bontà – quale virtù le è superiore in un mondo di lupi – a fronte della miseria degli uomini ma anche della grettezza dell’esistenza, questa davvero troppo ‘modesta’, come una tomba, per accogliere la provvisorietà di un così grande amore. Mi manca un amore così, una passione quieta ma che faccia idoli di questi corpi di sangue e pensieri. Li guardo vicini e nella memoria e tutti mi sembrano come sacche per trasfusioni. Appese a lunghe cannule da esse pendono le braccia degli ammalati, i tubi sottili poi si fanno vene, e non le so da quelli distinguere: ed è come se dentro, nelle sacche e nei tubi, per il principio dei vasi comunicanti, ci fosse una forza in contrasto e in equilibrio, e non ci scorressero dentro farmaci, ma una specie di coscienza molle, e poi pianto, litri di pianto, ed è come se tutti quegli esseri vi partecipassero; e poi, per analogia, penso a San Giorgio e alla sua lunga lancia nel collo del drago e alla figura della bestia e del santo e a come al contempo siano inestricabilmente avviluppati omicidio e sopravvivenza, fame e nutrimento, malattia e guarigione, eventi ed eternità, morte e amore. Noi siamo forse come il drago, accidenti della terra, destinati a perire? oppure uccidiamo con la vita i nostri corpi per partecipare ancora della vita che ci è mancata? So solo che al mattino mi sveglio dal tuo letto e osservo in alto, sopra la spalliera dorata di testa, lo sportello di destra di quella icona greca – la comprammo ad un’asta di Farsetti Arte, a Prato; uscimmo felici sulla piazzetta, lì ho fatto l’amore in auto con quella ragazza che ho inseguito, anni dopo, fino a Saint Germain des Prés, tu non l’hai saputo; ed è molto bella – dov’è raffigurato il santo, sul suo cavallo bianco, che trafigge il mostro che si attorciglia, elicoidale, in una smorfia di dolore; guardo le due figure e mi sento forte e colpevole come se San Giorgio e il drago fossimo io e te, poi io e lei, nella vita, e fosse appunto la vita che uccide se stessa rappresentata, dove i figli e gli amanti, per natura, uccidono ancora e poi ancora gli amati e i padri. Così nel X libro delle Metamorfosi Ovidio racconta come Ciparisso, il più bel fanciullo della gente di Ceo, nelle campagne di Cartea, durante una battuta di caccia, uccise per errore, scagliando il giavellotto, l’amato cervo addomesticato, compagno di giochi di tutta la gioventù, che riposava nell’erba, godendosi la frescura all’ombra di alcuni alberi. Profondamente addolorato il ragazzo decise di lasciarsi morire e supplicò Apollo di fare in modo che egli potesse piangere per sempre l’amato animale. “Iamque, per immensos egesto sanguine fletus, / in viridem verti coeperunt membra colorem, / et modo, qui nivea pendebant fronte capilli, / horrida caesaries fieri sumptoque rigore / sidereum gracili spectare cacumine caelum. / Ingemuit tristisque deus “Lugebere nobis, / Lugebisque alios aderisque dolentibus”, inquit”. “Così sfinite dall’inconsolabile pianto / le sue membra iniziarono a trascolorare verdi / e i capelli in bilico sulla fronte di neve / a infoltirsi in una chioma ispida / assottigliandosi in cima verso un cielo fitto di stelle. / Gemette il dio e sconsolato disse: ti piangeremo / e tu, dove gli altri soffrono, piangerai gli altri”. Fu così che Ciparisso fu mutato in un cipresso, l’albero sempre verde che van Gogh assomigliava ad un obelisco egizio, simbolo di struggimento e tensione verso l’ignoto, tentativo di perforare il cielo, di aprire in cielo un orecchio affinché i defunti ci possano ancora sentire. L’albero che produce resina dalla corteccia – ne puoi vedere spesso le goccioline vischiose scendere giù, lentamente, come un pianto – resina che, proprio come noi facciamo delle lacrime, il cipresso usa per cicatrizzare le ferite – chissà se ha smesso di piangere adesso il riccio che guarda la luna che ho inciso per te sul cipresso vicino a casa tua – e per allontanare i parassiti e gli insetti più fastidiosi e letali: gli afidi, le formiche, le mosche – ricordi l’artista delle cancellature? tutte quelle formiche sulle parole illeggibili di due pagine aperte delle scritture eterne, la Bibbia! – per noi la metafora della morte. E tanti cipressi trovo qui che mi consolano papà, nel cimitero comunale, e mi conducono dal cancello d’entrata al lotto n. 3, in fondo al viale di ghiaia a sinistra, dove riposi sotto due metri di terra – ci saranno le conchiglie? -; mi portano come un corteo nero, assieme alle mie eterne risse e le mie grida disperate ma taciute nel petto. E ho un ricordo felice di quella poesia che ascoltavi fiero da un bimbo adolescente che aveva appena imparato a recitarla tutta quanta a memoria (la poesia di Carducci, Davanti a San Guido). Mi fa immaginare di essere là, con te, a Bolgheri, fra le due file di cipressi alti e schietti che corrono via mentre passeggiamo davanti all’oratorio di San Guido. Come facevamo la domenica, davanti alla chiesa di San Martino. Qui, oggi, mi piace scendere giù dalla piazzetta su cui svetta il campanile, costeggiare l’alto muro dove la strada si piega a spirale da un lato, verso la chiesa – da sopra, accovacciati, tiravamo con la cerbottana alle rificolone dei bambini, ogni 7 settembre, nel giorno della natività di Maria (mi fa ridere oggi pensare all’etimologia del nome: il 7 settembre in piazza Santissima Annunziata arrivavano in città per la “fiera” le “culone” della vicina campagna, le “fiericulone”: nella celebrazione della ricorrenza saranno poi rappresentate dalle lanterne di carta con dentro una candela portate in processione, e che bucavamo, facendole incendiare) – e osservare il circolo della chiesa, dall’altro, in basso, dove abbiamo calciato tanti palloni e tu venivi a tirarmi per le orecchie ogni volta che mi azzuffavo con qualche compagno di gioco. E a quel punto della strada ho uno dei ricordi più chiari e felici della mia infanzia mentre nel dopo scuola, per qualche motivo, – era forse la terza elementare – la maestra, suor Annina, mi accompagnava da qualche parte, stringendomi forte la mano (ero un bimbo sensibile e lei aveva avvertito questa fragilità). Scendevamo da quella strada che degrada insieme alla campagna che oggi come allora dirada: le case si rarefanno, il terreno coltivato – mamma si serve ancora dal contadino – si fa incolto e s’infittisce di rovi – le more pendono enormi sul viale in quest’agosto torrido attanagliato dall’arsura – e io oggi dalla stessa da solo vengo a farti visita dove allora andavamo assieme a trovare i nonni. Percorro il viale e sono impaziente di avere un momento di solitudine con te e soprattutto di adempiere la preparazione a quel momento: non si tratta di una visita ma di un rito che ho inventato e che condividiamo, come una cosa intima, un po’ bizzarra e in fondo – chi se ne frega! – non è che me ne vergogni, ma rimango deluso se non sono da solo, se qualcun altro passeggia, muove i fiori, bisbiglia, fa conversazione a voce alta, o anche solo se prega le tombe degli altri morti. Sistemo i miei fiori, ripulisco i sassolini bianchi che riempiono l’incavo della tua tomba, su cui è collocato al centro un vaso che contiene un piccolo ulivo; li libero dalle foglie secche e dalle zollette di terra e radici; innaffio (s’innaffiano quasi sempre fiori secchi o già recisi, è una metafora? stiamo ravvivando un piccolo fuoco destinato a spegnersi? I monumenti funebri: hanno una vita di dieci anni nei cimiteri comunali). Poi, più volte, riempio il recipiente d’acqua e la verso su tutta la superficie della tomba, come un’abluzione, come se potessi spogliarti, darti sollievo, iniziarti; come potessi in questo modo rendere molle al tatto la carne del tuo corpo che s’è fatta fredda e la terra, impenetrabile. Per farlo utilizzo uno dei recipienti di plastica messi a disposizione dagli impiegati comunali: hanno un piccolo foro sul manico che serve per appenderli ad un supporto metallico con dei ganci ad angolo retto, che spuntano ad intervalli regolari, posizionato sotto il muretto che regge il terrapieno del lotto n. 3; danzano come pellicani in fila quando io o uno degli altri visitatori li riponiamo al loro posto. Hanno un lungo beccuccio e stretto che serve a direzionare il flusso d’acqua in modo preciso. Le persone, da lontano, con l’innaffiatoio in mano, di più se si tratti di qualche anziana vedova con il capo coperto da un fazzoletto nero, somigliano a profili di merli che nutrano piccoli disperati e urlanti infilando becchi gialli che imprigionano sulla cima lombrichi terrosi e attorcigliati sul fondo della loro gola. Pigolano, chioccolano; ma tu non parli, e neppure quelle – chissà qual’è il loro dialogo coi morti, se hanno parole d’affetto o di dispetto – e neppure io so che parole ho io con te. La rugiada veste di goccioline le foglie sui rami dei cipressi come un velo di cristalli sullo scheletro di supporto di un lampadario; ne abbiamo uno così che pende sul letto della camera da letto della casa dove vivevamo quando ero piccolo e dormivo ancora con voi; adesso lo associo alla carne bianca della tua mano con il palmo aperto sul tavolino in ceramica decorata che hai modellato (eri un bravo ceramista): è la base di una colonna corinzia, ha un piano in vetro, occupa il centro del salotto. La luce passa dappertutto, dal vetro, dalla tua mano, dai cristalli sugli alberi, ed è come se graffiasse un te che si è fatto d’oro. Graffiavano di piacere gli sfioramenti lievi dei tuoi tendini, i tocchi leggeri delle dita della tua mano, nelle carezze, nei piccoli spostamenti: tu che mi liberi la fronte, io che faccio scorrere in alto la cerniera – fa freddo a Trento – fino alla tiroide e al tuo sorriso. Mentre noi, papà, tiravamo il pallone, in camera, sfiorando il lampadario; mamma ci rimproverava, i cristalli sbattevano gli uni sugli altri ondeggiando, provocando rumori e musica. Così s’inoltra il giorno e si perde la rugiada: per scrollamenti del vento, fischi d’uccelli, spostamenti d’aria, della mano, sversamenti, inaridimenti, come il mio pianto d’oggi, fino a domani. Ed è un attimo, una visione e poi non si muovono più i cristalli; sparisce l’impronta della tua mano; si ergono dritti, asciutti, verde chiaro i cipressi nell’aria; con indifferenza adesso. Non facciamo più gli stessi giochi. Ma questo assiduo lamento resta, resta il pianto: il mio, di ogni giorno, quando sono qui e appoggio la guancia sul lato superiore della croce di pietra che decora la tua tomba; e quello simile, al mattino, della rugiada sui cipressi. Resta il pianto oppure è semplicemente un piano quel che rimane, un aggiustamento, un tentativo di sopravvivenza, giornaliero: che sia un’intenzione? una volontà? e quanta distanza c’è fra quanto accade, le somiglianze, le speranze, le lusinghe, il desiderio e ciò che è stato? Quanto me, quanto io e te; quanto me in me ed io e te in me e te. Se considero il mondo e la nostra storia mi rendo conto non che tutto si collega ma che tutto ciò che siamo è un tentativo di collegare tutto a un centro che per noi abbia significato. Il mio sei tu, insieme a ogni altra assenza; e tutto ciò che sta fuori da queste mura dove riposi, e che a te rimanda, per te e per quest’assenza acquista un senso: ogni riso che mi ricorda il riso sul tuo viso, ogni pianto il pianto di te sul mio viso. Di più, per essi, questo e il tuo perdura nonostante un tempo dalle ali fredde che ritratta sempre sé stesso: nella vita e fuori, nella presenza e dopo; e ciascuno ha il suo ma poi lo condividiamo ed è lo stesso, ed è il principio di tutti noi come qualcosa di contiguo su cui appoggiamo, ma se non in noi qual’è la sua coscienza e il suo tempo. Così le somiglianze e i ricordi, a margine, sono il “segno intellegibile” di questo che è un gioco di corrispondenze, nella vita che continua e mantiene la vita perduta nell’analogia, in una nebbia di fantasmi in cui riconoscere e poi riconoscersi. Ma è nell’acqua della fontanella posta di lato all’entrata del lotto n. 3, alla fine della fila di annaffiatoi che in sequenza si tuffano come delfini, che tutto diventa più chiaro. Sotto l’ombra del cipresso l’acqua residua nel piccolo bacino è opaca, ma è giorno, e ancora riflette. Una nuvola di vespe svolazza frenetica attorno e sopra la superficie, sulle mie braccia, attorno alle gambe. Riempio il secchio, guardo giù. Sfrecciano, ronzano, sbattono sul ferro e sulla pelle; si tuffano in acqua restando sospese. Le vespe, come altri insetti, durante l’estate, hanno bisogno di acqua per mettere in atto un meccanismo di termoregolazione della propria temperatura corporea da un lato e dell’alveare dall’altro. In particolare, nella stagione più calda, il continuo sbattere delle ali durante il volo genera una quantità di calore in eccesso che viene difficilmente dispersa; inoltre anche la temperatura nell’alveare tende a salire, dato che comunque le vespe sono insetti ectotermi, che cioè adattano la propria temperatura a quella dell’ambiente, temperatura che, già alta, di conseguenza aumenta a causa della densità degli animali nel nido. Lo stratagemma che le api usano per abbassare la temperatura all’interno dell’alveare è di far evaporare dell’acqua all’interno delle celle. Alla raccolta dell’acqua provvedono le cosiddette vespe ‘bottinatrici’ che ne vanno alla ricerca (quelle che d’estate vediamo affollarsi sulle pozze d’acqua, nei canali, attorno ai fontanelli appunto). L’evaporazione avviene attraverso il movimento della ligula (la proboscide) della vespa che vi fa scorrere l’acqua in piccole quantità esponendola al calore. E mi viene da pensare che in fondo anche far visita ai morti nei cimiteri sia una sorta di attività di termoregolazione, e che non si tratti di misericordia ma di sopravvivenza, compensazione di una mancanza, una specie di medicina illusoria e di poco prezzo, un placebo, e che non sia affatto una “celeste dote” degli umani come avrebbe detto il magniloquente Foscolo. Vengo al cimitero quando ho bisogno di pace, di allontanarmi dal rumore degli uffici, di liberarmi dalla frenesia delle attività, dalla ricorrenza delle banalità, per poi tornarvi finché quel peso non gravi ancora. Venire sulla tua tomba, distratto da ogni scintilla di rimembranza, significa aver accettato, aver superato, aver fatto del tuo ricordo una nebbia indefinita che si possa ricreare ad arte; e mi sento in colpa. Poi sbraccio, le colpisco col dorso della mano (le vespe), ma lo sciame infittisce in aria e sulla grata dove l’acqua riflette e loro s’incurvano come cammelli, appiccicose: il mio volto, il cipresso, il getto d’acqua che sgorga dalla cannella, le vespe stesse; ma è l’ultimo colpo con il dorso della mano che scopre la verità degli animali in quello specchio: il riflesso non segue, la colpita schizza ma una di quelle vespe resta immobile in basso; e mi rendo conto che gli insetti sono molti di più di quanto avessi immaginato poiché quelli numerosi che ho pensato in aria, e che ho creduto in basso un riflesso, sono in realtà sommersi sotto il velo dell’acqua, morti, affogati in un magma di pungiglioni, zampe, antenne, ali. Illusione e verità: le somiglianze a margine sono il desiderio di averti qui, di possederti fisicamente, una voglia di vita; non diversamente dall’estetica di un frustrato desiderio sessuale: quanto ti somiglia ogni cosa che vorrei ma non posso avere! quanto somiglio a te in questa foto sulla tua lastra tombale, quanto tengo alla carne che ho perso, che è destinata a perdersi ma che ancora so di avere! Sei morto, nonostante ogni riflesso. Con te muore anche la mia vera essenza? l’uomo muore nell’uomo come la vespa nella vespa? E che cos’è che di noi continua? In questa foto sei davanti alla reggia di Versailles, nei giardini; è un momento della gita a Parigi che abbiamo fatto insieme, l’unica dell’adolescenza: hai i miei stessi tratti del viso, lo stesso modo di stare in piedi con disillusa consapevolezza e stufa ma dolce arrendevolezza. In quest’immagine cerco te vivo; allo stesso tempo cerco me morto. Ed è uno specchio questo stazionare ai piedi delle tombe, proprio come lo è l’acqua per quelle vespe vive fintamente riflesse in quelle vespe morte, affogate, ma uguali; e la sola differenza è questa superficie solida di terra e sassi invece che, per quegli imenotteri, l’ombra molle dell’acqua nel bacino della fontanella. La morte è uno specchio: ci somigliamo molto, siamo quasi identici dalle due parti opposte. E quanto somiglia il tempo alla morte e a questa linea di specchiatura infinita, orizzontale e verticale, che non ha tacche di minuti ma di uomini e vespe! Questa verità mi appaga più di quei segni, di quei falsi addii e partenze, di quelle finte presenze, dei riflessi: è guardando la terra e la tua immagine che meglio riesco a vederti in me, è questa somiglianza di geni che ha meno tortura e tensione, che già posseggo come un seme che tu mi hai donato. Osservo i cipressi altissimi, le ombre sulla tua pietra; poi quelli bassi, più giovani. Quest’ultimi hanno già i frutti: piccole sfere di colore verde chiaro, bitorsolute e dure; sono dette galbule e sono degli strobili legnosi e squamati che pendono dai rami, a gruppi. Hanno un periodo di maturazione di un paio d’anni durante i quali si colorano di marrone e le squame tendono ad aprirsi lungo le fenditure finché non fanno cadere gli acheni: piccoli semi alati, non come quelli del tarassaco che soffiavi, ma con un pericarpo più duro, detto sàmara, che forma delle ali che consentono la cosiddetta dispersione anemocora del seme, cioè ottenuta attraverso l’utilizzo della forza del vento. Il tuo ricordo in me si comporta allo stesso modo: non come un desiderio, una nebbia, ma come un seme. Quando sono qui, sulla tua tomba, so che la tua coltre non è diversa dalla galbula di quelle conifere, e che anch’io non lo sono. La tua è già marrone e dischiusa in me. La mia aspetta d’aprirsi. Ma porta il tuo seme. Ogni volta aspetto sia la volta di farti volare.