I racemi del glicine
muovono le piccole orecchie
pendule, allargano le scollature
e in luce si legano
di schiena al pergolato;
d’oro sfiora un solletico
soffice di petali e pecchie;
e noi in mezzo, saliamo, e di lato,
come fra boccoli di schiere d’angeli
in cerimonia verso un altrove.
Dentro i margini,
attraverso voragini
di gialle dita come alcove,
guarda l’orlo uno sbordare
di spasmi, respirando
d’azzurro in cembali e soffi;
nei tratti, nei confini,
fin dove la foglia s’arriccia
e s’accavalla in ciuffi sta la vita?
ed è all’interno oppure fuori
negli sbuffi fioriti
di dove si annidano gli uccelli?
al piano, gli iris, in fila
si voltano come inferriate:
un’istante che la luce t’acceca,
una vertigine,
e hanno inghiottito il cielo.
È un passaggio:
le gambe sforbiciano i prati
ma in ogni passo resiste
indocile una piramide.
Io e te restiamo:
ad acchiappare cavallette
d’emozione;
pestando semi di confusione;
e “non è piovuto oggi!” dici
io… “abitiamo le scarpe di ieri”;
e ogni giorno è a noi nuovo
per gli incontri e per gli addii.
Perché anche se indifferente
è l’avvenire, è cieco il fato,
il mito si è fatto carne
nei volti che insieme
si rovesciano.
Avvicinati…
una crisorrea di sguardi
corre ancora il crinale;
piove blu:
la wisteria crolla
in tagli d’arca
e la farfalla è il premio;
finalmente ti vedo:
è questo perderti
l’unico modo di riaverti.
Raggiungimi quassù…
ho un polpastrello
per ogni tuo dente, un morso
per la tua nuca;
e com’è vigoroso il cielo
sotto il glicine dei tuoi capelli!