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Della lotta e dall’amore
ho chiesto il dolore, con voce
d’obice, ma da te
non ho avuto risposta,
non di sangue né di parole;

ma forse queste le hai trattenute
tu, che sai usarle,
prostituta quanto Israele,
che sai muoverti in continuità
– non come me in contrasto –
d’appendice in appendice;
e in te se ne stanno turgide,
attorte in tenia e bile,
buie e profonde dentro una foiba,
nel brusio di un cuore di tenebra
come il grugnito pigro del porco
nel porcile.

Un cielo di budella, assonnato,
avanza sospeso; la pioggia obesa
cede in un esercito stanco.
La terra avvolge funi di cielo
e nel mondo in fango le attorciglia.

L’amore ripaga l’amore con la morte
come Candaule tradisce la bellezza della regina.

Resto in silenzio
e sorrido, triste ma fiero
che quello che non avrei saputo
né potuto dirti, e che duole,
sia ancora sospeso in bilico:
non sulle tue deboli ciglia
che guardano inermi lo sterminio
delle provvisorietà;
ma stretto fra le mie labbra,
irrisolto come uno specchio,
duro e nudo quanto una moneta
d’ottone; ma pulito e bello.

Resto in silenzio,
e lo sento in gola:
freddo e lucente come una lancia.

Vero amore è un dio indifeso
che porta la spada;
ed è così che ho la mia forza.

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