210

Voli di auto e tram
ciondolare di rami
di piume,
nuvole
prive di arbitrio.

Scoparsi come borse scosse
lasciandosi in oggetti dispersi;

e poi è il silenzio il tuo corpo
le cose una debole voce
due colpi di tosse

e tu che non hai muscoli
abbastanza forti
da fuggire il reale

senza tendini così resistenti
da agganciare lembi
d’anime alla rivolta.

Si finisce diversi
dove si è?

Niente morirà che mi consola
se me ne sto impalato
in delle scarpe di pioggia.

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208

cara anima, a cui insonne fino a tardi
fa compagnia il pensiero della morte;
quando è notte e tremi e sola parli
prova a tirare i capelli al giorno,
a cercare, seppur con spavento,
quell’ombra a fil di luce
che passa fra le porte

fruga con cura nei pertugi
l’allucinazione di un corpo
che indugia e ti conduce
lungo i rebbi delle cose mute;

possa l’immaginazione forzarne
l’abbaglio nelle poche parole
che siano il limite del dolore;

soffiandole su quella cute
di luce, fatti forza e ricorda:
non conosce euforia di tagli
Venere che pettina Amore.

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205

Ho sognato una poesia già scritta:
l’ho vista dall’alto, comprendendola,
con tutti i versi; era bella nella forma
del tuo corpo addormentato.

Capelli crespi erano la calligrafia
e rime gli occhi, i seni, le braccia
i fianchi, le gambe, i piedi.

Era scritta nella lingua dei muti,
mimava lussurie in volute di dita.

Possedeva nello sguardo lo scempio
molle degli amanti non corrisposti.

Bendati di sacrificio i seni
ne raccontavano la passata pietà,
la promessa, il nutrimento.

Le braccia e i fianchi inarcavano
reciproche carezze,
le gambe e i piedi alitavano
allitterando il rumore dei tuoi passi.

E anche adesso che sei svanita,
che è fuggita la gioia che nuda
donasti dal pietoso seno al prigioniero
(io il vecchio Cimone, tu la figlia Pero);

anche adesso che finito è il sogno,
pur sempre alle estremità
sui bordi dell’assenza
la poesia resta,
ferma come una libellula
sulle punte sottili
sui fili d’oro dei desideri;

e nelle scintille ardenti dell’apoteosi
del focolare della notte
comunque ancora brilla la tua chioma,
Berenice, e con te dal cielo in terra
muove la musica traditrice
di chi in un soffio ti perse:

è uno squillo di minuscoli monili
che ha un’ineluttabile dolcezza,
è un tintinnio d’orecchini
sui delicati flauti del vento,
ogni giorno che trascorre
è un sistro che accompagna
questo freddo inverno;

ad ogni istante è per me il sonaglio
di come si lega il piccolo all’eterno.

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204

Lamiere sfrecciano e bagliori
di lampioni intorno, occhi
e denti di animali selvaggi
nei recessi

il sole è un testicolo:
pende nel cielo
su siringhe di grano,
punture d’oro e d’intenti,
verso una terra che attende.

Esiste una frontiera
che continua se si ritrae:
dal liquido amniotico
dell’atmosfera,
dal mare
da una pancia
dalla secca del renaio,
dallo scolo
verso il centro della via,
dal rossore della tua guancia;

t’immergi in acqua
e provi ad ascoltare
fuori, taciute, le parole

dietro il gioco, sotto,
la violenza spinge:

tutto è perduto,
(non potresti comunque sentire)
ma non basta a recidere;

un vento scuro veste il cielo,
freddo, coprendolo
di ditate,
tirando gli ultimi lacci:
le foglie, le farfalle;
distante il cavallo scalcia
lontano il cane latra

oltre… un rumore lieve
di scarpe e il battito
nelle vene:
è il luogo irraggiungibile
di una solitudine
che a te appartiene;

…e qualche volta sento
una tale gentilezza
in essa, in te,
in ciò che passa
e non riaffiora,
nei suoni muti;
una tale comprensione
nell’oscurarsi,
e nelle scatole,
nei piccoli oggetti rimasti

c’è una tale arrendevolezza in me
(di te non so)
in ciò che si contiene,
e nella lontananza,
nell’abbandono
di chi soccombe, urlato…
che nulla si muove
nulla si risolve
e nulla soffre.

Lamiere sfrecciano
e con esse bagliori;
riemergi e sorridi,
io fingo le parole
che indovini

è un inganno forse,
ma anche la consolazione
di un facile sollievo

fa pensare che siano le cose
più vicine,
le più crude,
le più comuni,
le più inermi
indifese
a poterci salvare.

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203

Cerco una città che lenta muore
che lenta torni a balze e calanchi;
e il vento, e la forma dell’acqua,
e chi sa la miseria d’ogni cuore;

cerco una bocca che un bacio annodi
che conservi i silenzi e se ne colmi,
che porti con sé una tasca
di quali parole ha taciuto,
che sia una stanza di nomi
senza custodi;

e se non sei tu
che l’hai promessa
la cercherò afferrando lo strazio
di mani della notte,
con una lunga fedeltà di veglia;

la cercherò oltre il buio
su cui luccicano le spade
della vera battaglia,
traendola dalla vagina
dei sogni più lontani

sfuggendo lungo la muraglia
con la trappola di me, di te
e del domani.

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