217

sgomita la notte
e urta i sogni
e da ogni dolore
scaturisce un viso
e se piove
l’allarga
in un acquazzone

non so se sei tu
non dici il tuo nome

il lampo corre dal cielo
gengive di monti
suscita negli occhi
uno spasmo d’avidità
nel mento un’incongruenza
di magma

a un metro da me
non dici il tuo nome,
non so se sei tu
e io non chiedo

la tua lingua
nella mia bocca
è una fibbia

e pur nell’insufficienza di sé
intacca il troppo stretto
nella piccolezza di tutto.

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216

quanto sei capace
lontananza,
quanto estesa sei
sulla pelle
e nella portata
della fantasia

come sei te stessa
nel tuo seno,
come diversa
e senza freno
al tocco di una mano.

Insegnami
come ti si abita
lontananza
se ti sporgi,
una nuova età
specchia l’angelo
sulla piscina di Betzaeta
e non m’appartiene;

il silenzio è il tuo vertice:
la lontananza di una stagione
silente solo alla superficie
(per me una breve aderenza
d’acqua fra parola e respiro)

tu smuovila con le dita
e da questa sofferenza
mi puoi salvare.

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215

Questa notte sono cresciuto
al contrario
e ti ho tradito
e ho visto il centro
dove l’immaginario lega
il reale,
e l’ho capito
che la battaglia è finita
e che ti ho fatta venire
e mi hai respinto
in una foce di macerie.

Questa notte ti ho guardata
al contrario
e ho visto
che è così frontale
che si ritira
dall’ossario del silenzio
e dalle arterie
quel che vale
e chi l’afferra:
come s’abbevera il cervo
a ridosso del fiume
e le gambe cala
nella collera dell’alligatore
e la ferita il proprio sangue
sbocca alle smagliature della terra.

Questa notte ti sei tagliata
al contrario
e mi hai ferito
con due gambe
ma io in te sono cresciuto
in sogno e poi al risveglio
alzando le braccia
come increspature di ruscello
e ho cercato di afferrare
le tue mani
(le nostre, fra i frutti
del gelso)
affinché tenessero un poco
l’eterna caduta di tutti.

Questa notte sono cresciuto
al contrario
e dentro di me
ho abortito un enigma
soffocandolo
in un intrigo di lana,
e non so se ho guadagnato
o sottratto al tempo
se mi sono moltiplicato
o preceduto
e che cosa sia stato immaginario
e cosa reale,
dove finiscano le gioie
e inizino le pene,
se siano dita o fili d’erba
al buio i sogni
e questo pizzicare.

Questa notte tremando
sono venuto al contrario
e dentro di te
per renderci complici,
in fuga a me stesso
e alla bulimia
dei giorni

…e baro di sogni
mi allontano
adesso
(il buio non ha sorveglianti)

ho le piccole mani di Davide,
il dorso liscio e bianco
sulla gola della notte;
agito in mano
un pene monello
un fardello che schizza
la sinopia
del tuo fondoschiena:

un uccello che spingo
nel vasto lontano
un utensile strano
a riparare
in sogno
il macello
guasto
delle cose semplici.

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214 (La sera dei santi)

non so cosa c’è in te
altro dall’apparenza
su un velo di trucco
che a te svela
a me, nella sera dei santi,
nasconde il mondo

non so cosa c’è in me
altro dall’appartenenza
al fondo di una notte
che la statua
nella nicchia cela
che l’albero
nel buio affoga,
di diverso dall’essenza
dell’ultima foglia
che ancora non muore
e nella luce si dibatte

non so cosa resta in me
di te e delle cose fatte
di ciò che dal buio afferro
per ultimo in un bagliore
– e noi così distanti
e le tue risate matte
e le ali d’angelo
di cotone –
se non questo ramo
che è il limite
che tenta di nuovo
e ancora
l’insensatezza del fiore.

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213

Lo zio aspetta
solo, in una RSA;
caduto di rovescio
dal letto
come intonaco
dalle pareti,
svegliando l’insonnia.

Sono passati tre anni;
non ha più visto
quasi nessuno
da tre anni;
non ha sentito nessuno.

Dice “non ha gambe il corpo
ma l’anima ha un cuore forte”
e che fra le ciabatte bianche dell’infermiera
per un attimo ha visto un insetto:
la morte;

ed è lei qualche volta
che gli fa compagnia:
se ne sta grassa, su una sedia;
indossa una vestaglia
sbadiglia;

ha la faccia di mamma la morte
se capita che si volta,
allora ha gesti dolci, carezze,
è una protesta;

ed io non ho che da pensarti, oggi
dove la miopia appanna
d’incoscienza gli occhi

dopo che tutta la notte
ho ascoltato la pelle
di un figlio,
a difesa;

e all’improvviso
da dentro le mura del sonno
un’altra porta di carne
ha bussato, aprendosi
a una scoliosi d’energia

e un piccolo corpo
di piccole ossa
ha deviato
l’ectasia dell’abisso
nella meraviglia del gioco.

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