224

A tavola mangiamo: in bocca
le cose che non si possono dire.

La poesia è prima:
nel seme del pane
che fermenta,
negli schizzi di melma
dalla strada;
è il treno preso seduto
al contrario che parte

da Firenze Castello,
per un incontro.

Sopra cellulari, suoni
conversazioni
di filo spinato,
e intrecciate
teste di uomini
rose in un roseto,
e risate,
varchi d’incompiuto
come api.

Incontri d’ombre
corpi che imitano coscienze,
una gabbia di gesti maledetti
a trattenere il segreto
di un’energia
che per poco resta
e poi si disperde
ma che nelle notti
fa bisbigliare tutto di noi.

E quando l’affanno dorme
o più raro ti sveglia
nello scampanio di paese
la domenica mattina
lassù nel cielo
sempre
c’è quella voce
che sottovoce racconta
che siamo ancora:

io e te.

Mi affaccio e la sento,
e penso il cielo…

il cielo è una garza di luci
e noi brandelli di ferite,
convalescenti;

chi guarisce è morto.

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223

Rubi ciò che già ti ho dato
e come dal giorno alla notte
fai rinascere il desiderio.

Abiti luoghi reali
di fantasmi e sogni
come esistono veri oggetti
nelle stanze dell’immaginazione.

Fai crescere il mistero:
nel riposo delle posizioni
nel miracolo delle disattenzioni
come se tu conosca
com’è per sempre ignorare
cos’è rimasto.

Ti armi a ridurre al silenzio:
con un modo preciso di pettinarti
un altro di mettere i vestiti.

Sei fedele:
ai convitati di una festa,
all’ordine della stanza.

Tu lo sai:
solo ciò che si esaurisce
non resta mai nudo abbastanza.

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222

Confina il portico
di San Luca
Porta Saragozza;

si fa sera,
la lunaria s’ammutina
in silique d’inquietudine.

Manca qualcosa,
inseguo la solitudine;
una malinconia risorge
e buca alle prime effimere.

Col pensiero traccio
un cerchio per catturarle.
Qualcuna è mia (è l’aurora)
ma la maggior parte
rimane fuori.

Apro la mano,
sull’erba un po’ di ghiaccio:
(2 febbraio)
il giorno della candelora.

Manca qualcosa
(il viaggio è un brivido)
ma dentro di me
l’amore è un totem
dagli occhi di fuoco

il sogno una farfalla
che nella memoria
ti accosto,
e ti vola vicino.

Riflessi, ricordi
ombre, sussurri
epifanie, fugaci
come bisce;
per scolte le tibie fredde
del vento e dappertutto
una luce, una pace
che sola nella pace si tradisce.

Raggiungo il colle della guardia,
al limite tutto tace
e poi… più niente.

Chi siamo stati?

immagini dal cielo
specchiate
sulla superficie
della terra

(è con mani d’acqua che cerco di prenderti)

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220

abbiamo dentro di noi un lenzuolo
un posto dove affondare
e che tiene l’odore dell’anima

un posto per fare l’amore
e sfiorarsi le tempie
nello scandalo della pelle,
veloci come mustelidi,
fra faglie e doline;

un menhir-pene uccida il cielo!
un dolmen-vagina perfori la terra!
se tutto è a un passo
e si frantuma,
nel compiersi della volontà,
eccetto il dolore.

Ho visto i tuo occhi
il mento, le guance
piene come la goccia
che dalla foglia
straborda, e non le appartiene,
specchiando in te quella
e te stesso e il niente
compenetrando l’attesa
di cadere da un recipiente.

Facciamo l’amore.

Tu sei morto,
sul letto;

l’ultima cosa che ti struscio
addosso è la vita.

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219

in bilico
su un millimetrico
bordo immaginario
ho un corpo
che ha dimensione

come ce l’ha la tua voce
che preme muta l’origine
da un’infinita alterità;

tiro sù una casina
di legnetti,
gioco il bricolage
dei defunti in vita
dei vivi già morti

le parole sopravanzano,
avanti soccombono;

da un equilibrio
di muscoli si disfano
in una maschia obesità.

Dall’immobilità
respiri sordi, voli
slanci misteriosi
scoli,
fischi muti;

è dall’oscurità;
all’improvviso,
dalle varici dell’immobilità;

è all’improvviso,
dalle narici
dalla bocca
coi suoi sputi,
è dalle orecchie

che di nuovo sono
un punto solo
e inappagabile
dell’universo.

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