I passanti avvolti in cappotti lanosi hanno per braccia lame di coltello, le tengono basse come razzi ai lati di un astronave; ma non sono muniti di porto d’armi: non sanno o non vogliono sapere di averne bisogno; li utilizzano per vendere parole o farne elemosina quando hanno la bocca piena. Non serve guardarli negli occhi. I loro bimbi inconsapevoli aspettano in case calde e accoglienti l’ora della metamorfosi, quando dismesse le ali di pipistrello spolverano gli arti di un soffio di borotalco dorato. Ogni soprammobile, ringhiera o orto; ogni bricco, fornello o tacco lacrima di rilessi allo scattare dell’interruttore. Le pupille riemergono dal fondo come cormorani portando ciascuna nel becco una scintilla di liberazione. Il corpo riveste petto, capezzoli, pancia; la rotula, l’orecchio, l’anca. Ironia della libertà condizionata: i passanti per strada sono in incognito, in fuga, pellegrini per valle; sono cappotto, calzino, arsenale; in chiesa aspettano per la benedizione, a casa tacciono; stasera a teatro, per l’agnizione.
Autore: admin
23
Giorni che sbattono come biglie su rotaie di sabbia, rondini in caduta in un canyon: così immagino quest’anno; mi propongo di impersonare un personaggio, abitare un romanzo, e non è facile spersonalizzare. Non amo le storie ma poi mi sorprendo a leggerle come fossero appendiabiti, ganci per carcasse da cella frigorifera. La corrente ti trascina e tu cerchi di aggrapparti come una foglia d’autunno al vento o un passerotto al pallino di piombo che l’ha appena trafitto. Ogni cosa è bifronte: poetica e terribile come un adolescente; dolce e spaventosa come la morte. Alzarsi, inciampare sul pavimento e trascinarsi come in una trincea; essere battezzati o scuoiati in un lavandino; finire travolti da un treno; essere imbalsamati dal gorgo acquoso di un condizionatore: sono tessere da incastrare come crepe sull’asfalto, matrioske di metafore e cruciverba dalle soluzioni mute. La mano poggia sul mento, pistone sul motore, botte che spilla ansia come una vertigine di vuoto. Somiglia a come immagino l’espansione dell’universo, forza contro attrito di ciò che non è… assurdità di sentirsi vivi.
22
Immagino le mille oscillazioni del mio corpo: nessuna consapevolezza dei movimenti, decisioni prese senza controllo; so che fra pochi minuti mi alzerò da questa scrivania; ma non ne sono convinto. Devo prendere la macchina, alzerò per un momento lo sguardo per osservare attraverso l’alone appiccicoso del parabrezza nella speranza fanciullesca di sorprendere un gufo appollaiato nella cuccia di rami di un abete. Nessuna immaginazione o speranza, in fondo non fa differenza; è solo una posa e mi sembra di confessarlo ai lampioni dall’aria stanca, gobbi come grigie befane ai lati della strada. Giro la chiave, intravedo tendini che si flettono e mi chiedo con stupore come il mio cervello possa sopportare, quale sia il meccanismo che fa saltare all’azione successiva: è grasso, gibboso; lo vedo apparire e sparire come un iceberg sulla superficie oleosa di una palude. La gomma sfrigola, in un attimo sono sulla strada. Tutto sfreccia veloce sullo schermo che porto sulla testa. Cerco di tenerlo in equilibrio, in un certo senso mi pesa. Ho la fastidiosa sensazione che il mio corpo si trovi in una posizione strana e se ci penso bene mi sento ridicolo. Mi chiedo: cos’è? che cosa sono? Sono il regalo nella scatola? Il prigioniero nella cella? Il coniglio nella tana?… guardo ancora in alto perché ciò che mi circonda è troppo reale o troppo poco e questo mi fa male. Ho voglia di aprire le braccia, svelare l’interno dei gomiti, sfilare le arterie, darle a un passante… ma lui capirebbe?
21
Penso a te; ogni tanto mi capita, quasi senza saperlo, per fortuna o purtroppo. Ricordo momenti ed emozioni, labili e rapide come un fiume vorace, attimi condivisi in luoghi surreali e magici, dove il sole saluta il verde che acceca e il vento accavalla onde di fili d’erba lunghi come i tuoi capelli.E quanta nostalgia! È una visione di geometriche passeggiate lungo vie pietrose, lente e soffuse come rosari; spaziose, libere, indorate del pulviscolo di una memoria acerba. Tendo le orecchie, strizzo gli occhi, acuisco il tatto; ed ecco il sudore ghiaccio delle nostre mani, il battito sordo del cuore, un tonfo nello stagno. Il tuo cuore; sì, anche del tuo. È come tornare bambini, imbambolati, e far oscillare la testa in girotondo. Ma sono davvero ancora io? Il tempo è passato anche per me? Anche per te? Com’è assurdo tutto questo! Quanto crudeli le ore, i minuti, i secondi, le strade, i palazzi che incatenano vite animali, palpitanti, crude! Voglio disarginare questo torrente che infuria; voglio volare… volare! Leonardesco sogno d’infanzia, mi consola almeno il fatto che forse tu, vagheggiando talvolta il luccichio d’occhi di un pomeriggio di luglio, passeggi ancora con me, sulle nubi…
20
Essere qui, essere adesso. E non atteggiarsi a semidei sorpresi con le maniche nelle tasche di nidi a scovare plichi che diano nome a corpi che potrebbero essere tutto quanto sono se stessi: scogliere violentate da peli che giocano a nascondino con foglie di vite, alberi a forma di pesce, cinghie per piccole culle, sarcofaghi-slittino, pianure calde al tocco di una mano; coscienze tatuate da specchi, abbagliate, plasmate da fari; carcasse affittate da carne e ossa. Essere qui, essere adesso: al centro del frutto, nocciolo schivo senza sesso e ano, sospeso nella gravità, stupito di sognare di essere nato. E poi scoprire pupille sul fondo di laghi, antichi velieri agorafobici; tenere per ore funi senza cima che sorreggono pozzi senza fondo; ascoltare rivolti lucidi di stivali persi fra le foglie, in attesa, come cuori imbarazzati; indossare al collo guaine di maiali macellati. Ed essere qui, essere adesso.