Ci sono volte in cui spengi l’interruttore e ti siedi sulle tubature: sono lo scheletro del castello, l’ossatura di un graticcio inestricabile di ruggine e oro. Hai una tuba in testa, giochi divertito con i lacci delle scarpe, rasoi timorosi di prenderti per mano, di farti male ai polsi. Ti addormenti e gonfi col naso grosse bolle appiccicose color del miele, limpidi acquari in cui giocano bambini che trasportano sottobraccio mele verdi grandi come agnelli: sono le valigie in cui conservi i desideri, speri sempre che non vadano perdute al risveglio. Il sonno è un crotalo attorcigliato ad un cuscino, un criceto che squittisce in un bordello dove le luci sono basse come le aspettative. Io che ti veglio, in attesa, ormai somiglio ad un secondino assopito al lume di una candela; una suora sbattuta, disfatta di dolcezza, con le scarpe troppo strette; un martire sulla croce, stupito di soffrire. Il silenzio sorregge la tensione come Atlante l’universo. Aspetto che un tiro di fionda mi squarci il petto perchè tu possa bere dalla mia ferita. Ma starò sognando allora?
Autore: admin
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Al bagno: una paperella gialla nel bidè. Potrei raccogliere il corpo, forse riuscirei a farlo così silenziosamente, così segretamente, che si adatterebbe a questo mezzo ventre, mela scampata all’avidità del dio cesareo. Una paperella gialla in un bidè: tuorlo rosso sangue accoccolato nell’abbraccio di una noce alla deriva, lontano da tutto, in bilico sul tubo di scolo, bocca di fucile che annaspa per respirare come una canna di bambù in gola ad un evaso perso nello stagno, bimbo appeso per i denti al becco del cordone ombelicale. Penso a Diogene e alla sua lampada: la luce si soffonde sulla superficie dello specchio come la polvere sull’abito da sposa; strisciano sull’acqua due vaghe chiatte di alghe azzurre, rivestite di niente come ninfee; piccoli calici trasparenti che brindano mestamente ad invidiosi fiori sorteggiati per fare la loro comparsa su mattonelle perlin noise come nuvole. Tante candele a testa in giù per offuscare il cielo; riserve di gas per quando non avremo più bisogno di maschera. La verità è che questi oggetti non vestono magliette griffate; non recitano alcuna parte. Senza indirizzo e nome non hanno niente da ricettare da noi ladri di occasioni, fabbricanti di scuse. Nessun libro contabile, nessun curriculum; alcun conto in banca, nessuna fede, nessuna mistificazione. Invidio quanto siete voi stessi come invidio le pagine bianche, come invidio le circonferenze.
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Aspetto. Le lancette dell’orologio sono prigioniere di voci; quanto desidererebbero essere sorde! Precipitano a tratti piene di meraviglia, adolescenti riemersi per caso da un tuffo, e risucchiano l’aria con schiocchi di frusta. Osservano con condiscendenza corpi abbandonati su sedie, sorvegliati da mosche schierate in cerchio come cannibali; la testa in una gabbia da squali, le dita infilate nella gola di bottiglie a far da esca a pesci rossi ancorati sul fondo, imprigionati dal dorso di antiche monete. Rovescio gli occhi e cerco di ricomporre i frame di un video dove qualcuno imita se stesso indifferente alla pioggia acida che riposa placida sui tetti, accarezza svogliata le vetrate, cuce i palazzi. Piange, e non sa chi piange. Vorrei avere le sue lacrime per scriverci una lettera e poi gettarla nella pattumiera. Ma un’altra posizione mi aspetta, un’altra stanza. Re, schiavi, eunuchi; regine, prostitute, concubine intanto strascicano le strade; pescano accucciate su scogli, hanno reggiseni per rete. Qualcuno sbadiglia le sue preoccupazioni. Altri se ne vanno a spasso con cavolfiori imbavagliati in sacchi neri; cadaveri legati, infilzati da spaghi, da scuoiare e cucinare. Una bimba dai ricci neri affogata da quadri in un telo giallo sorride affamata; ha denti troppo bianchi e non conosce questo posto, non gli appartiene. Accendo e spengo la tv: non sanno chi sono, è ancora presto per domani. Ingioiellati su troni o fasciati in culle, tutti in attesa dell’elettroshock, legano i polsi a rotaie che macinano mulini sbuffanti agli approdi. Hanno occhi nei loro occhi, labbra sulle loro labbra; hanno ancora occhi nei loro occhi e labbra sulle loro labbra.
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Entro in un negozio. Perduto fra gli scaffali, senza un GPS qualunque, sono come immobilizzato nella cabina risposte di un quiz televisivo, intrappolato dai campi minati delle piastrine anti-taccheggio. Osservo la ressa, i movimenti nervosi delle persone, i sorrisi di circostanza, gli sguardi lubrichi di qualche signore attempato che sguazza impacciato nei suoi panni sudati, soffocato dalla cravatta. Li confondo con un’orgia di rane coercite dal feroce fardello della riproduzione, incapaci di aspirare al niente. Assumono la forma di un cuore molle con tanti elettrodi scintillanti che vi pescano dentro e lo trafiggono. Mi viene voglia di menare le mani, farvi penetrare un paletto o il sesso, tagliare i condotti che lo nutrono. C’è una strana bellezza nell’idea di incidersi le vene, una pacificata sensazione di maltolto, la buona azione di chi strappa il bottino dalle mani di un borseggiatore per restituirlo alla terra. Un becchino maneggia una pala; la pala riempie la fossa che protegge una bara. In una casa lontana una vasca succhia dell’acqua sporca di sangue. Qualcuno mette in ordine una stanza scombussolata, messa a soqquadro da orde di bambini urlanti. La ferita si apre alla ricerca di te stesso, di ciò che è sempre stato posseduto e mai trovato: la musica di un carillon, un doppiofondo nel pavimento che custodisce lettere d’amore, un mantello rosso, a spirale, dove è sparito un mago; un guscio d’ostrica gravato da una perla, una botola da teatro, ultima uscita d’emergenza per chi è assediato, incalzato, sorpreso con le mani nel sacco a sconvolgere le acque torbide della sua coscienza.
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Cammino per strada come una macchia, mani affondate in lunghe tasche, attento ad evitare il luccichio delle dure corazze degli scarafaggi che se ne vanno tranquilli come dromedari sull’asfalto. Nella mia testa sono ad una festa che in tutto somiglia alla corsa dei tori a Pamplona: la confusione, la polvere acquosa della calura, i rumori sommessi cui faccio distrattamente caso perché sto morbosamente sfregando la patta contro il sedere di una ragazza dai lunghi ricci imburrati. Poi, a un tratto, sorpasso una lunga fila di persone in attesa per l’ingresso in un locale come fossi invisibile e camminassi un metro da terra; sento distintamente le parole risentite degli spettatori ma non m’importa, assomigliano a un filato incolore, a un fumoso bruco senza fine. Il manico della mia chitarra è un incastro formato dalle carte argentate che si trovano all’interno dei pacchetti di sigarette. Qualcosa non tiene. Un ragazzetto tutto lentiggini e capelli rossi mi sorride, mi urla alcune parole, sembrano d’incitamento, ma la sua voce non ha suono. Prendo a tracollo la chitarra. Il manico si spezza e da una delle lamine fuoriesce una fetta marrone spugnosa, simile ad un dolce al cioccolato, ad un fungo strano, di quelli, mi spiegherà poi un becchino, che raccolgono nel prato fra le lapidi vecchie signore stanche o dimentiche di accudire le tombe. Ha un filo di ferro legato intorno cui è appesa una bustina di plastica trasparente, asettica, che contiene una dentiera, ma così rosa che sembra di bambina.