29

Ci sono volte in cui spengi l’interruttore e ti siedi sulle tubature: sono lo scheletro del castello, l’ossatura di un graticcio inestricabile di ruggine e oro. Hai una tuba in testa, giochi divertito con i lacci delle scarpe, rasoi timorosi di prenderti per mano, di farti male ai polsi. Ti addormenti e gonfi col naso grosse bolle appiccicose color del miele, limpidi acquari in cui giocano bambini che trasportano sottobraccio mele verdi grandi come agnelli: sono le valigie in cui conservi i desideri, speri sempre che non vadano perdute al risveglio. Il sonno è un crotalo attorcigliato ad un cuscino, un criceto che squittisce in un bordello dove le luci sono basse come le aspettative. Io che ti veglio, in attesa, ormai somiglio ad un secondino assopito al lume di una candela; una suora sbattuta, disfatta di dolcezza, con le scarpe troppo strette; un martire sulla croce, stupito di soffrire. Il silenzio sorregge la tensione come Atlante l’universo. Aspetto che un tiro di fionda mi squarci il petto perchè tu possa bere dalla mia ferita. Ma starò sognando allora?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *