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Al bagno: una paperella gialla nel bidè. Potrei raccogliere il corpo, forse riuscirei a farlo così silenziosamente, così segretamente, che si adatterebbe a questo mezzo ventre, mela scampata all’avidità del dio cesareo. Una paperella gialla in un bidè: tuorlo rosso sangue accoccolato nell’abbraccio di una noce alla deriva, lontano da tutto, in bilico sul tubo di scolo, bocca di fucile che annaspa per respirare come una canna di bambù in gola ad un evaso perso nello stagno, bimbo appeso per i denti al becco del cordone ombelicale. Penso a Diogene e alla sua lampada: la luce si soffonde sulla superficie dello specchio come la polvere sull’abito da sposa; strisciano sull’acqua due vaghe chiatte di alghe azzurre, rivestite di niente come ninfee; piccoli calici trasparenti che brindano mestamente ad invidiosi fiori sorteggiati per fare la loro comparsa su mattonelle perlin noise come nuvole. Tante candele a testa in giù per offuscare il cielo; riserve di gas per quando non avremo più bisogno di maschera. La verità è che questi oggetti non vestono magliette griffate; non recitano alcuna parte. Senza indirizzo e nome non hanno niente da ricettare da noi ladri di occasioni, fabbricanti di scuse. Nessun libro contabile, nessun curriculum; alcun conto in banca, nessuna fede, nessuna mistificazione. Invidio quanto siete voi stessi come invidio le pagine bianche, come invidio le circonferenze.

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