un cielo dalla pelle di fiume si dilata da dove a dove, fratturandosi, in balia di un naufragio di bianchi cetacei, disorientati, piangenti, sacche ovipare in un gozzo torrenziale: lì allignano le esistenze; altro non sono che sversamenti, scavalcamenti di confine; spirano da sotto i venti laminari, si liberano del guscio di un uovo, si districano da un bozzo di farfalla, evacuano il ventre materno. Il cenacolo del cielo orchestra il contrappunto di ciò che si contiene e vive in continua malversazione con le sue sorde ditate: la lacrime sbordano, tracimano; piove nei canali di scolo, le fogne si otturano di aghi di pino; gli escrementi schizzano, sbottano; gli affioramenti, i riflessi, i particolari di un viso, i movimenti in grande di una vita o in piccolo di una parte di essa, fisici, corporali, morali, sociali, ideali, metereologici muovono lentiggini d’impazienza su un epidermide che è crosta terrestre: si librano le rondini nella risaia, cadono abbattute; rotolano, s’incastrano, si spaccano le pietre nella pietraia; meraviglia di un distacco immutabile delle cose dalle cose. Ogni angolo di terra coltivata, ogni campo di grano, ogni piana punteggiata di girasoli persiste in uno stato al di fuori di se stesso anche quando è già passata la lama raccoglitrice della mietitrebbia; i corpi si sfaldano in una rotondità abitata di creste, urli d’anatra, strilli di cicala; piccole spine di fichi d’india sulle dita, come una possibilità pungente e attuata della memoria; e l’analogia rende tutto simile alle stelle, alla maschera della luna strappata da un volto pudico e sgretolata sotto l’assalto di un sole violentatore. La luna silenziosa che fuggendo, notte dopo notte, inciampa, e poi ancora, più volte, sulla terra scura, meno e più coperta nel suo cappotto nero; la luna che si rialza e striscia, che gattona, raggrinzendo con le ginocchia la superficie del mare, spingendo le onde, gonfiando i seni in una lingua di sabbia che li elide nel clamore di uno smodato silenzio. Come lei compiamo ogni passo sulla punte, su un arco di melma e vetro, affondando forte le dita dei piedi dalle unghie d’aquila, oppure senza lasciare una scalfitura, come pettirossi, ma non possediamo la forza di sfuggire una bellezza che c’inghiotte schiumando, stringendosi in colline, vagendo a se stessa. Conserviamo invece la confidenza di pensare che ci sia sempre qualcos’altro a sostenere il presente prima che collassi, prima che tutto si accartocci sulla scelta del fatto e del non ancora fatto. Continuo a chiedermi se possa esistere, se possa sostenersi una continuità stabile dell’inadempienza da cui si possa emergere e finalmente si sappia parlando di cosa stiamo parlando o se il massimo che sia possibile fare per evitare la dispersione sia raccontare se stessi ai minimi termini della piena espressione. Che altro è una maschera se non un racconto, anche muto, una completa, puttana e costretta inclusione della rivolta di poter essere più di questo; che cos’altro se non lo spazio che contiene la distruzione che si apre nel movimento, nell’ostruzione dell’atomo con l’atomo, nella decostruzione del mito e nella nudità prima di ogni veste, come il dolore della verità sotto la tunica di Nesso; la veste che mi hai regalato, che hai cucito del tuo racconto. Quanto ci sia del rito in ogni mito, quanta liturgia ci appartenga e sia da noi creata e quanto sia imposta agli umani. Quale sia il nesso fra il sesso e Nesso. Sto con le cosce strette come tronchesi sulle tue ali di farfalla imbalsamate, irrigidite, agganciato per l’ardiglione, un fenicottero rosa col lungo becco nello stagno, poi immerso fra le volute di due grandi zolle di terra, ginocchia di titani, marchiando in te l’ulcera del territorio, due teste lucide appena rivolte con l’aratro, schizzate, turgide, molli, di carta vetrata; affondato, obnubilato come un oggetto, un assemblaggio sbagliato e strano ma miracolosamente artefatto in una temporaneità solida e stabile, due maschere di pelo che si guardano ma bifronti, suppellettile inutile che si lacera e lacera un’inconoscibile identità. La rappresentazione di un fottuto esorcismo della natura ha fatto di me un crisma scaturito da un’estasi in cui non si è se stessi e mi ha reso oggetto di sopraffazione. Mi ha vinto il sesso sgretolato con la sua arma sgretolante; il tuo sesso verde e traslucido; la tua fica lucertola di campagna. Io e te, come ogni altro io e te, siamo il sole e la luna bagnati di sperma come di parole: risuonano allo stesso modo nella relazione che rafforziamo ogni giorno facendo o non facendo le cose, scopando o impossibilitati a scopare, discorrendo o tacendo, ma vigorosamente, vicini o irrimediabilmente lontani, nell’amore che è il circolo più ristretto e banale della facoltà d’espressione. Ed è questo il vero fallo, il mio dildo d’auto-erotismo, la diabolica santa auto-masturbazione di pensieri di fronte alla storia, poiché per noi uomini il cui vezzo è chiamarsi uomini niente è più reale delle idee e dell’eterno che altro non sono se non la realtà che contiene e circuisce il reale, la circostanza di esso; proprio quella sostanza che aleggia intorno: il tuo profumo, i tuoi passi nell’altra stanza, non importa quanto distante, poiché è la vera realtà dove io sono; il suono che è altrove ma batte dentro, il rumore del tuo pianto che si allontana da te ma mi permette di raggiungerti, l’odore della tua carne che tu non avverti ma che percorre e irradia le stanze del mio silenzio; Deianira.