179

Si fa notte e torna
l’ora in cui l’ansia slabbra
le anse della sura del silenzio.

Anche oggi abbiamo scherzato
e riso, abbiamo parlato a voce alta,
ancora ti ho baciata sulle labbra;
non con il tocco dell’angelo
che precede all’accaduto,
ma nella memoria, confidentemente,
come è stato il nostro vizio.

Eri una cosa convessa,
riuscivi a ferirmi
col rovescio di te stessa,
quell’acqua placida e generosa
che si regala al secchio alla catena.

Potevo attingere a te
ma non ti ho decisa mai;
un avverbio senza tempo
mi avvolse l’anima.

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178

un cielo dalla pelle di fiume si dilata da dove a dove, fratturandosi, in balia di un naufragio di bianchi cetacei, disorientati, piangenti, sacche ovipare in un gozzo torrenziale: lì allignano le esistenze; altro non sono che sversamenti, scavalcamenti di confine; spirano da sotto i venti laminari, si liberano del guscio di un uovo, si districano da un bozzo di farfalla, evacuano il ventre materno. Il cenacolo del cielo orchestra il contrappunto di ciò che si contiene e vive in continua malversazione con le sue sorde ditate: la lacrime sbordano, tracimano; piove nei canali di scolo, le fogne si otturano di aghi di pino; gli escrementi schizzano, sbottano; gli affioramenti, i riflessi, i particolari di un viso, i movimenti in grande di una vita o in piccolo di una parte di essa, fisici, corporali, morali, sociali, ideali, metereologici muovono lentiggini d’impazienza su un epidermide che è crosta terrestre: si librano le rondini nella risaia, cadono abbattute; rotolano, s’incastrano, si spaccano le pietre nella pietraia; meraviglia di un distacco immutabile delle cose dalle cose. Ogni angolo di terra coltivata, ogni campo di grano, ogni piana punteggiata di girasoli persiste in uno stato al di fuori di se stesso anche quando è già passata la lama raccoglitrice della mietitrebbia; i corpi si sfaldano in una rotondità abitata di creste, urli d’anatra, strilli di cicala; piccole spine di fichi d’india sulle dita, come una possibilità pungente e attuata della memoria; e l’analogia rende tutto simile alle stelle, alla maschera della luna strappata da un volto pudico e sgretolata sotto l’assalto di un sole violentatore. La luna silenziosa che fuggendo, notte dopo notte, inciampa, e poi ancora, più volte, sulla terra scura, meno e più coperta nel suo cappotto nero; la luna che si rialza e striscia, che gattona, raggrinzendo con le ginocchia la superficie del mare, spingendo le onde, gonfiando i seni in una lingua di sabbia che li elide nel clamore di uno smodato silenzio. Come lei compiamo ogni passo sulla punte, su un arco di melma e vetro, affondando forte le dita dei piedi dalle unghie d’aquila, oppure senza lasciare una scalfitura, come pettirossi, ma non possediamo la forza di sfuggire una bellezza che c’inghiotte schiumando, stringendosi in colline, vagendo a se stessa. Conserviamo invece la confidenza di pensare che ci sia sempre qualcos’altro a sostenere il presente prima che collassi, prima che tutto si accartocci sulla scelta del fatto e del non ancora fatto. Continuo a chiedermi se possa esistere, se possa sostenersi una continuità stabile dell’inadempienza da cui si possa emergere e finalmente si sappia parlando di cosa stiamo parlando o se il massimo che sia possibile fare per evitare la dispersione sia raccontare se stessi ai minimi termini della piena espressione. Che altro è una maschera se non un racconto, anche muto, una completa, puttana e costretta inclusione della rivolta di poter essere più di questo; che cos’altro se non lo spazio che contiene la distruzione che si apre nel movimento, nell’ostruzione dell’atomo con l’atomo, nella decostruzione del mito e nella nudità prima di ogni veste, come il dolore della verità sotto la tunica di Nesso; la veste che mi hai regalato, che hai cucito del tuo racconto. Quanto ci sia del rito in ogni mito, quanta liturgia ci appartenga e sia da noi creata e quanto sia imposta agli umani. Quale sia il nesso fra il sesso e Nesso. Sto con le cosce strette come tronchesi sulle tue ali di farfalla imbalsamate, irrigidite, agganciato per l’ardiglione, un fenicottero rosa col lungo becco nello stagno, poi immerso fra le volute di due grandi zolle di terra, ginocchia di titani, marchiando in te l’ulcera del territorio, due teste lucide appena rivolte con l’aratro, schizzate, turgide, molli, di carta vetrata; affondato, obnubilato come un oggetto, un assemblaggio sbagliato e strano ma miracolosamente artefatto in una temporaneità solida e stabile, due maschere di pelo che si guardano ma bifronti, suppellettile inutile che si lacera e lacera un’inconoscibile identità. La rappresentazione di un fottuto esorcismo della natura ha fatto di me un crisma scaturito da un’estasi in cui non si è se stessi e mi ha reso oggetto di sopraffazione. Mi ha vinto il sesso sgretolato con la sua arma sgretolante; il tuo sesso verde e traslucido; la tua fica lucertola di campagna. Io e te, come ogni altro io e te, siamo il sole e la luna bagnati di sperma come di parole: risuonano allo stesso modo nella relazione che rafforziamo ogni giorno facendo o non facendo le cose, scopando o impossibilitati a scopare, discorrendo o tacendo, ma vigorosamente, vicini o irrimediabilmente lontani, nell’amore che è il circolo più ristretto e banale della facoltà d’espressione. Ed è questo il vero fallo, il mio dildo d’auto-erotismo, la diabolica santa auto-masturbazione di pensieri di fronte alla storia, poiché per noi uomini il cui vezzo è chiamarsi uomini niente è più reale delle idee e dell’eterno che altro non sono se non la realtà che contiene e circuisce il reale, la circostanza di esso; proprio quella sostanza che aleggia intorno: il tuo profumo, i tuoi passi nell’altra stanza, non importa quanto distante, poiché è la vera realtà dove io sono; il suono che è altrove ma batte dentro, il rumore del tuo pianto che si allontana da te ma mi permette di raggiungerti, l’odore della tua carne che tu non avverti ma che percorre e irradia le stanze del mio silenzio; Deianira.

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177

Smania la vita dove s’incrociano i respiri;
s’intromette, rompe continua
il passo, ringhia; insolente
dissoda altra vita;
aggetta sulle irraggiungibili
certezze del tuo verbo e nome,
froda se stessa
nella riluttanza di un’omissione;

eppure persistiamo immoti
come fori di cintura;
conviviamo nella statura,
in una istantanea altezza che ferisce
come un’ascia;
e non ha sutura se non
in una necessaria menzogna,
nella fedeltà ad un amore che ci dichiara
sopravvissuti oltre il campo di tensione
dell’indeterminatezza.

Ma non importa quanto sia
distante e se faccia rumore un fiato:
da alveoli profondi mille velieri salpano
senza rotta per raccontare impavidi ad altri pirati
di un sangue che non è nostro, di un fato
che è estraneo ma ci appartiene.

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176

Una biscia d’acqua
arretra il confine
delle tue caviglie
e spira in trame;
il rovo oscilla, al limitare
di un’ellera, timoroso
al peso dell’epeira
in punta di tela;
buca, morde il bosco, si dispera;
salgo tenendo per mano una piccola morte;
impaurita la spina del desiderio aggredisce
il crinale del tuo ventre;
poi fuggo, rapace, di lato;

scivolo via, perché in tutto ciò che si è
spezzato, che è stato risucchiato
vivo fra chi vive e muore
c’è parte di ciò che si conserva.

È sul fondo che conosco un territorio
di suono che altrove
ignora il limite dell’essere;
straniere, altre sotto i piedi
sono le parole, gusci di castagne
e insieme quel che ero,
marcio, fracassato;
disarticolato in lingue coriacee
lisce, spinose a una morte
piccola, che stringe
forte la mia mano.

In nebbia, lontano, sulla carneficina della
memoria giace disseppellito lo strepito di Marte.

Il tramonto sei tu
che te ne vai di schiena
calda come il mosto
nella macchia mongola della sera.

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175 (20 gennaio)

Cammineremo ancora
dentro al viale notturno
che si torce nero, a tarda ora,
in clavicole
d’alberi verso Sorbigliano.

Abbracciati, veri
in alamari d’appartenenza,
alla ricerca delle cose perdute,
arriveremo alla pancia del sole.

Avrai la pelle bianca in un cielo ambrato
sopra un esercito di foglie,
levigata come una duna;
la risata argentina squillante d’ottone,
la voce ovattata di testuggine.
La tua morbida peluria brucerà bionda
in un brulichio d’api.

Là fuori, al buio, sentiremo di nuovo i morti
seguire la canèa dei morti, estatici
sull’orlo della luna,
sulla sedia a dondolo del cielo;

e non sapranno di noi vivi, di noi
confusi e isterici ma al sicuro,
persi in gorghi di passione,
in roteanti galassie di vena,
nel ventre della caccia alle farfalle dell’Ogadèn.

Liberi dalla colpa di sentirsi in un limbo,
liberi dalla pena,
liberi di rinnegare l’impurità di una vita di gesti,
potremo finalmente guardarci in volto.

Lontani dalla prosapia dei lombi d’Adamo,
restituiti di ogni maltolto,
il senhal della tua Fiamma sarà Tutto l’Amore
che si possa dire da una bocca che
è un convolvolo di fragilità.

Oggi come ieri,
nel giorno che ti tocca e partorisce i tuoi giorni,
pur se in una gerla di silenzi,
le cose autentiche saranno le nostre semplici parole d’affetto,
scambiate in scherzi e sesso
a fianco della tenuta del Corno;

in esse saranno l’iperuranio,
l’introspezione, il vissuto,
ogni luogo cui torno,
l’oroscopo, il Capricorno, un dente rotto;

sarà il passo ossuto della volpe che sale
il ciglio di terra nel popolo di Santa Cristina in Salivolpe,
sarà la tua fica porosa come il mogano che s’increspa,
sarà il sussulto nel tuo ano.

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