184 (Nostalgia)

Ricami vertebre di silenzio
nello spazio friabile
dell’esistenza.

Ti ho vista, nostalgia,
in un tempo di sogno!

Non eri fuori,
era impossibile raggiungerti;
certo non con queste mani.

Hai abitato uno specchio
di spalle riflessa
in un’ortodossia di luci;
lontana, non hai mai detto addio.

Ti ho sentita affidata all’assenza,
vissuta in una perdita
che è impossibile coniugare al presente.

Ti ho finta in cattività,
trattenuta da cento catene d’aria,
incerta di tremori, disertrice
di mille capogiri.

Nel sonno il tuo cuore mi toccava:
prigioniero picchiava in un setto
come la testa a un soffitto,
e tu zitta.

Da sotto e contro la mia pelle.

Pubblicato
Categorie: Poesie

183 (Confinamento)

In un passo entro
e sono sempre una nuova stanza.

In ciascuna indugio
sogno, m’incanto
nomino, scrivo,
casso ad ogni canto.

Issate all’intonaco finestre
paesaggi, passaggi inaccessibili,
parole incomprensibili:
il tutto che si elide.

Chiuso ascolto.

Sull’inguine si macera
un pene apolide.
La libertà fugace
trascorre fra le cosce.

Al tavolo i versi di una poesia
questa, le orme del rumore dei passi del caso
al di là della coscienza della notte,
che sia!

Imparo da capo le parole
scavo il solco.
Contumace il silenzio inabissa
un periplo di circostanza.

Mi masturbo all’idea bella di te,
e per un po’ s’allevia il peso
della prigionia sul bordo liscio del cesso.

Ma poi, oltre, al fondo, dentro
lo stesso suono doloroso:
orde, punte, scrosci; dio!
la stessa agonia.

Punge la renella nel piscio,
buca una granella di voci nella voce.

Tutto si coagula in un esordio.

Più non so se apocrifo
in me sia il canone
del piacere
o della sofferenza
il rituale di chi parla
o di chi tace.

Pubblicato
Categorie: Poesie

182

è stato abbattuto il nespolo che premeva il fusto sul muretto di casa. Separava il cortile in muratura dove siamo cresciuti bambini da quello sopraelevato dei vicini. Sotto quel muretto corre una sottile striscia di terra dove fanciulli, dietro i panni stesi ad asciugare come una fila di monache al sole, cercavamo i lombrichi, innaffiando e colpendo la terra con la roncola. Mamma ancora la usa per coltivare le fragole e per far transitare qualche lumaca dopo la pioggia. All’estremità sinistra, in questa poca terra, era stato piantato il nespolo. Qualcuno lo ha segato o lo ha fatto segare, forse mio zio, tuo fratello, perché danneggiava il recinto in calcestruzzo cercando di non piegarsi al peso della terra gonfia di pioggia, spostandolo, macerandosi la corteccia come un flagellante, sabotandolo a tradimento con le radici, solleticandogli i genitali; dileggiava sporcando il nespolo – ma eravamo noi ad animarlo – facendo cadere i frutti nell’altrui proprietà e nella nostra, tutti marci, dai noccioli spigolosi, quasi feci alla fine dell’autunno. Li pestavo, quando venivo a trovarti, smerdandomi le suole delle scarpe e i lacci, bestemmiavo. Era diventato un fastidio, un ingombro molesto quale eri diventato tu, negli ultimi mesi di vita, che fossimo fermi alla banchina del treno o intenti a cambiare canale nell’altra stanza carpendo le parole a volume troppo basso, per non disturbarti, mentre riposavi, o fossimo lì a tenerti la mano; ti eri fatto irascibile e sconclusionato, aggressivo, a causa del dolore e dei farmaci coi quali ci costringevano a sedarti, tacitamente ma non velatamente a ucciderti, farmaci che ti mandavano fuori di testa. Anche tu, come il nespolo, resistevi e insieme te la facevi addosso, per lo sforzo, come cacassi nespole marce, la facevi addosso a tutti noi. Offendevi mamma e i tuoi figli come non avresti mai fatto; sei stato un uomo dolce e buono, eccetto quella volta che mi picchiasti con la cinghia, ma piano. Il medico del pronto soccorso, la sera che l’inesperta dottoressa di guardia azzardò che il tumore ti fosse salito al cervello e là ti avevamo portato, ci disse che il tuo encefalo appariva alla tomografia computerizzata come una spugna bucherellata: un capo pieno di buchi, tarlato, come quello di Cristo nella visione di Maria Maddalena de’ Pazzi, proprio tante piccole stanzine identiche a quelle della testa di Gesù forata dalle punte affilate della corona di spine pensai – come racconta la santa della sua visione – ciascuna con dentro uno specchio dove guardare se stessi: nel cervello di Cristo una per ogni uomo, nel tuo una per ognuno di noi; se per il figlio di Dio affinché gli uomini specchiassero se stessi in lui, per te per riflettere e proteggere noi, la famiglia che era la cosa più importante. Ti riprendesti quella sera, avevi una voglia matta di osservarci, badare a noi ancora; mi avresti chiesto pochi giorni dopo come avresti fatto senza vederci più, come avresti potuto sopportare di non accudire più tuo nipote Niccolò, mio figlio biondo e riccio, che aveva solo quattro anni quando sei morto e che era come fosse anche tuo figlio. Dopo la dimissione, quella stessa sera, in macchina, hai riso esageratamente, strafatto dalle droghe d’ospedale; mi tenevi la mano e io partecipavo con te, ero euforico come fossimo una banda di malviventi a tutta velocità sull’autostrada che avessero appena svaligiato una banca e le stelle in cielo mi apparivano velate e fosforescenti come i canali di notte a Venezia, poi poco dopo vive e a strisce e tutte cadenti come i graffi della tigre. In pochi giorni ricominciasti a cacarti addosso e a lanciare infamie su chiunque ti toccasse o soltanto ti stesse vicino, ogni persona che tentasse di sollevarti e scuoterti dal torpore della morfina; riannodasti le paranoie su fantomatici scherzi crudeli che ti facevamo, sulle prese in giro a un corpo che muore; è tragicamente vero d’altronde che eri buffo, e forse pensavamo delirassi e invece avevi ragione: chi rideva, chi come me partecipava al riso, che era più un sorriso, e allo stesso tempo se ne ribellava e avrebbe voluto poterti vendicare, erano le stesse persone che avrebbero voluto trattenerti indietro, riscattarti dalla prigionia di una malattia meschina e che però ridevano e andavano al lavoro e si vestivano ancora e salutavano i conoscenti per strada, adempiendo con diligenza alle cose mostruose che siamo costretti a fare. Ti ricordo in piedi sullo stipite della porta del bagno, sgualcito quanto il letto, con le cimici della morte addosso, appena alzato per pisciare, mentre ti sorreggi instabile alla colonna e ondeggi come una mantide ferita aggrappata a una spiga di grano. E incredibilmente sorridi. Sorridi a noi, a un bambino biondo che gioca. Di scatto corro ad aiutarti, ti sono dietro, provo a metterti la mano sul fianco, ma è sofferenza, l’altra mano sulla spalla sinistra, ti stizzisci dal dolore, non ti potevamo toccare, e sono inadeguato, e vedo già nella memoria, in una visione, il te di prima che sorride, aggrinzisce tutto il viso in un sorriso verso di me e mamma e un bimbo biondo che gioca strisciando una macchinina sull’incerato della tavola. Emette suoni onomatopeici con la bocca, un rombo, e sono infuriato con lui che non ti guarda. Non c’è più il nespolo e con esso se n’è andato l’ultimo testimone, il compagno più assiduo e fedele delle veglie degli ultimi tuoi giorni e di quelli anch’essi ultimi della nostra fanciullezza, nostra di me, di te, di noi bambini e fratelli, di mamma. Paolo il vicino fa il merdaiolo, si definisce un addetto agli spurghi, ma noi diciamo merdaiolo o smerdaiolo – l’avresti detta così anche tu e che è un bravo ragazzo, suo padre è morto troppo presto, era una promessa del calcio – svolge il grosso tubo aspiratore dalla cisterna e lo cala nei pozzetti. Aperti e ansiosi essi lo travolgono con un getto oceanico di tanfo; lui sopporta e non fiata, tira dritto, scende le scale, è abitudine, anche passeggiare con gli stivali nell’acqua dove galleggiano gli stronzi di un cesso intasato. Paolo si alza ogni mattina per questo, in piedi alle cinque. Scende gli scalini sovrastando il nostro cortile e il nespolo che non c’è più. Paolo ha spiato ogni giorno la finestra della camera di mio padre che dà sul cortile come fosse al vetro della camera d’esecuzione, quando il nespolo c’era. E la tua era una luce accesa al confine della notte, la luce perenne dell’impossibilità di dormire: l’ha vista, non ha potuto fare a meno di vederla. Ha ascoltato i tuoi lamenti. Questa è stata la sua premura dove io al contrario ho rinunciato. Mi ha abbracciato in chiesa, al tuo funerale. Da bambino gli ho succhiato il cazzo a Paolo; poi mi ammalai di una sorta d’infezione con febbre alta, probabilmente una semplice influenza capitata per coincidenza, ma mamma sospettava qualcosa e impaurito, fraintendendo, confessai, le dissi tutto; piansi di vergogna nello stesso letto dove poi sarebbe morto mio padre. Nel letto della nuova casa invece hai dormito tu, al suo posto, ci abbiamo fatto sesso, abbiamo goduto; non te l’ho mai detto ma avrei voluto dormirci io. Pensare ogni mattino un dolore per il semplice fatto di esserne presenti. Essere vigili alla propria sofferenza, al dolore altrui. Sempre. Quasi per osmosi. Il tempo e lo spazio non sono poi così lontani dalla memoria. Paolo ha guardato la tua morte come uscisse da un bagno allagato, lui conosce com’è la merda del mondo, sa che significa una perdita. Sono invidioso di Paolo, il mio vicino, di ogni sveglia che gli ha permesso di scendere le scale oltre il nespolo mentre tu eri insonne. Sono geloso della sua vita vissuta accanto a te, del lavoro che lo fa andare così sicuro verso la latrina dopo aver guardato l’orologio. È l’ora, devo, dobbiamo andare. Dobbiamo, la strada è una linea orizzontale, per quanto giri. E poi si torna indietro, ma dove. Per la maggior parte a luoghi che non ci appartengono o solo per sbaglio e coincidenza. Lui tornava alla tua finestra in una fedele e strana e piacevole coercizione. Ogni giorno. Tu ogni giorno, a quell’ora, aspettavi di vedere Paolo salire le scale, una piccola abitudine al ritorno, non attendevi me. Sono sicuro fosse una rassicurazione, un sollievo perché una certezza. Che ti abbia fatto compagnia come il tuo nespolo insonne. Immagino ti abbia visto ancora e ancora fra le tende ricamate con motivi di gabbiani, come non ti ho visto io, penzolare alla destra del letto lievemente il braccio fino a toccare il freddo marmo. Come Cristo nella pietà di Michelangelo, il corpo così emaciato, la mamma tanto silente ma vigile, addolorata dal non saperti aiutare. L’incontinenza ha colpito anche lei, le fanno la stimolazione elettrica sui pesi vaginali. Macchia di feci le mutande. Prepara il pranzo. Lava. Non credo abbia compreso l’essenza di quell’immagine sacra. Mamma non prega, ma ogni tanto va in chiesa; le piace la madonna. Continuiamo a fare le stesse cose mostruose. Ti fa visita al cimitero, innaffia, sistema i fiori. Sulla tua tomba semplice, come la volevi tu, una croce di pietra su una lastra di pietra; tanti sassolini bianchi e un vaso con un piccolo ulivo. Quante volte hai raccolto le olive col cappello calato sulla fronte e un filo d’erba in bocca! Ogni cosa l’hai fatta per la casa del nespolo e i sassi che la circondano. Avresti potuto essere centenario quanto l’albero ma siete entrambi stati assassinati da una provvidenza che non provvede a nessuno se non nella ristretta superficie dello scoglio dove siamo caduti, se si è fortunati. Non è bastato il tuo essere resistente come una piramide. Hai tentato ma non eri sufficientemente tagliente per liberarti. La malattia ha fatto del tuo letto un imbuto verso la morte. Scivolavi di schiena, sulla pancia del mondo, e somigliavi ad un naufrago, su una scialuppa di fortuna, e tutti noi per te credo fossimo onde, a volte gentili, altre volte inquiete, cui affidare una stanca mano o da maledire. Che io sia maledetto! Ti ho visto affogare, ma non ho fatto niente per poterti salvare. Se non assistere al tuo corpo come si guarda dal molo una nave fantasma fra la nebbia, un tronco muto alla deriva. Ma non ci sono porti da cui uscire all’unisono, solo buche strette in cui si casca, ubiquità non duali e fuori sincronia. Torno spesso qui, nel luogo dove sei sprofondato; come altro definirlo; vi sono tornato spesso. Quando moriamo forse non è come ci hanno raccontato in chiesa la domenica, che l’anima ascende in cielo. Forse si può essere allo stesso tempo più materiali e rarefatti? Incapaci di sussistere qui, nel letto, e sulla terra e tuttavia maggiormente soggetti alla forza gravitazionale? Per molti giorni ho annusato il guanciale e il materasso e ho sentito il tuo odore. È stata una sensazione così fisica! Come averti ancora fra noi. In fondo è vero che la morte è l’esaurirsi di tutti i sensi, non solo di quelli di chi muore ma anche di coloro per i quali sei morto, e quanto è altrettanto vero che finché ne resta anche uno solo questo si amplifica e usurpa tutta la forza degli altri. Quell’odore era tutto te. Ma ho smesso di farlo, di annusarti; ancora non lo faccio; per paura di non sentirlo più il tuo odore. Così adesso ti vedo, non reale ma inconsumabile. Il mattino rompe un uovo di luce fra le foglie del nespolo, avvicina la guancia e la approda sulle rugose e raggrinzite coperte stanche. La tua pancia è un’arca, un castello combusto, una scatola di fiammiferi in fiamme. Un corpo confuso fa confusione fra le lenzuola, sconclusionato come un uccello che abbia disimparato a volare. La pelle è soffice e liscia sulla fronte, una vizza burrasca la increspa fra le cosce, all’inguine e sulle braccia; il pene giace stravolto, rivolto, abbandonato fuori dalla patta sbottonata come fra le fauci di un coccodrillo morto d’inedia, poi all’improvviso si anima come una biscia, una pompa sfuggita di mano al pompiere. Il ventre è una chiesa a tre navate col tetto crollato e ci si addentra dentro fino alla sala ipostila, al volto dalla barba ispida, il luogo pubblico e più segreto della tua personalità. Boccheggi, fai smorfie di dolore. Gorgoglia l’ossigeno, la morte cuce a maglia. Dormi, ti svegli, ansimi, ti agiti, dormi ancora. Lei cuce sbattendo piano i ferri come un norcino che lavori carne di muscoli tesi sulla testa del maiale. Intanto una bestia grufola, ti grugnisce dentro, ti sbuffa fuori dalla bocca e dalle tessere mancanti fra i denti, come da un recinto sconnesso e pieno di assi spezzate da cui siano fuggiti i cavalli. Sputi nella sputacchiera. Tossisci, hai l’urto del vomito. Ormai non ti sta più dentro, l’animale ti mangia per farsi spazio, non c’entra più nel tuo corpo. Sgobba, straborda, svasa, raglia; muggisce come il Minotauro. Lo inghiottisci, lo deglutisci. Posso vederne i lunghi peli neri che ti escono dalle narici, setole bipenni. Uno scalpiccio biondo, furioso e innocente spia curioso dallo spiraglio della porta, tutt’occhi, vita, azzurri; fa irruzione, pesticcia sul lungo manto nero della morte lì seduta, impolverandole il vestito, è una furia. Sorridi, quasi accarezzi tuo nipote; sollevi l’avambraccio ma cade giù e non ce la fai. Per qualche secondo sei di nuovo te stesso; sorridi ancora con indicibile dolcezza, il battito del cuore rallenta o così immagino io, il tempo si dilata. Lei s’interrompe, smette di cucire. Impallidisce, stufata. Così anche noi? Noi tuoi cari: per il timore di somigliare a lui, abbiamo finito per essere come lei. Aspettavamo, dove lui non aspettava. Attendevamo la compieta, il suono delle campane, il compimento di qualcosa che era diventato nostro. Noi stavamo portando a termine la tua morte secondo il rito, non eri tu che stavi morendo. E se noi pensavamo alla morte Niccolò non pensava, voleva, pretendeva la vita: la sua e la tua. Poi il bimbo scappa, ti dimentica. La nera signora riprende a tessere con nuova lena. Cose da fare; che altro sono anche la mia e la tua morte: questa la massima profondità di pensiero di un figlio al capezzale. Non ti stavo aiutando a vivere o a sopravvivere, ma a morire, ed era un’esperienza; insieme, come quando andavamo alle mostre dei quadri dell’amata arte contemporanea, o a raccogliere i funghi nel bosco di via delle selve o gli asparagi e i frutti del rovo sui prati del sassoforte. Abbiamo fatto così poche cose insieme! E che questa, la morte, sia una in più, è alla fine consolatorio. Ma è andata bene solo a me, come non dovrebbe essere, papà. Non è sufficiente a sé stessa la condivisione quando non sia totale. Collaborazione è il termine esatto. Ho partecipato, collaborato a farti morire. E mi vedo. Sto seduto di fronte al tuo letto, accomodato su una delle poltrone che hai fatto ribattere allo zio, il fratello tappezziere; “lavori di artigianato artistico che non si fanno più” ti sarebbe piaciuto ancora dire. Il nespolo fuori fa ombra, anticipa la sera. Aspettiamo. Mamma ti tiene la mano sinistra; Alessio, l’altro figlio, mio fratello, la destra. Sei già nelle braccia di Morfeo e della morfina. La notte imbastisce, arriccia, filza. Poi tutti se ne sono andati e ci sono solo io sul letto. Non ricordo esattamente cosa ti ho detto, tenendoti la mano, ma forse queste stesse cose: le pastoie di un rosario dichiaratamente fragile per trattenerti. Guardo i tuoi occhi morenti, torbidi. Quanti pochi abbracci! Quante poche parole nel tempo della tua malattia! Avevo pensato che il dolore ci avrebbe avvicinati rompendo la paura di un’esistenza in bilico e invece ti aveva reso un riccio di mare, incagliato fra gli scogli, impossibile da sfiorare, il fuoco di un canneto mai così basso e poco ardente da consentire di toccare un lago calmo di parole. Eppure hai saputo dirmi in pochi istanti non chi ero, questo non è importante e soprattutto mai autentico, ma chi ero io per te: “una brava persona”, “un bravo padre”. Grazie papà. Hai messo le cose a posto come hai potuto e al meglio, come io non ho saputo né so fare. E se non parlavamo molto, tuttavia negli ultimi anni avevamo in qualche modo iniziato a stemperare in una stessa foce, come di due fiumi provenienti dalla medesima sorgente, il tuo dalle acque più chiare, il mio più torbide e inquiete; così come nel nome delle cose, l’Eufrate e il Tigri. Abbiamo condiviso l’amore per l’arte, per la bellezza; partecipavamo ai nostri luoghi; insieme; è un fatto di sangue e poi di chi sei e dove sei stato tu. Ricordo poche cose di quando ero piccolo e stavo con te ma le sento decise come pugnalate, così come le sentivo allora: un istante che il sole ci ha illuminato fra le querce, sulla scalinata di pietra con accesso al mare nel giugno della nostra Quercianella, il pallone fra i pini, la pesca dallo scoglione, le dighe di sassi e la ricerca degli ossi di seppia e della pietra pomice, i tentacoli del polpo sui miei piedini bianchi, le lucciole sotto al bicchiere, le risate coi nonni, la tua camicia a righe affaccendata fra i tegamini e il mio presiedere la tavola con le posate tenute dritte come baionette, l’altalena e tu che cantavi, gli abbracci forti, poderosi, sul divano e la passione dei Maya, dei film western e delle leggende degli animali e degli indiani, e le tante sere che venivo ad aspettarti quando tornavi da lavoro e, sceso dal treno, mi gettavo nella tua tuta calda di fibre d’amianto. “Trattate bene la mamma”, questo, già lo so, me lo rimprovererai. Forse la tratto così come non vorresti per un motivo inconscio che mi piace raccontarmi: per stare ancora una volta in tua compagnia, fosse solo per essere sgridato. Un mesotelioma desmoplastico, la placenta pungente come uno spinacristo di una diavolessa che abbia partorito il tuo cuore; un raro squalo dalla grande bocca che si aggirava invisibile fra le lenzuola e fra i tuoi giorni ha portato via mio padre. È arrivato fino a riva dove era piacevole stare a prendere il sole confidenti, stesi sui grandi scogli sotto al castello di Sonnino. È arrivato da lontano, dalle profondità, e là è tornato, strappandoti. Nell’estensione squarciata di un morso, nel suono distante che fa eco e nel segno solo mi è possibile rielaborare l’accaduto. La morte scivolosa, viscida dentro di te, sottile come un ago, affilata fuori in denti, ha smesso di cucire; adesso avanza meccanica come un carro di carnevale; e tu te ne vai via in una visibile deriva, scoperto e digerito nel tubo dell’intonaco di quattro mura. Ormai più piccolo della cruna dell’ago. La vita viscosa al contrario trattiene, scherma, nasconde il tuo partire, confonde le trappole del vivere e del morire. E nonostante tutto esisto, abitudinariamente persisto, ma non so se il solco aperto faticosamente sulla sabbia dalla chiglia della tua nuca trascinata sia di una barca che parte o che arriva. Solleviamo il lenzuolo ai due lati e ti facciamo rotolare su uno per liberarti dalla merda. L’impresario funerario ti rivolta come un costato di maiale. Sigilla il rito. A casa si sciacqua la faccia, slega i lacci della scarpa, se la sfila a fatica incrociando la caviglia sinistra col ginocchio destro, si addormenta, stanco e contento al lume di una fioca lampada. È notte. La tua presenza non separa più teneramente le strade. Stringo la mano di mamma, nello stesso letto, questa volta sono io ad essere te. Nella bara accarezzo le tue ginocchia nodose come il bambù, pizzico con la punta delle unghie il bozzolo rivestito di pelle sulla pietra della fronte. Non tremi, non ti faccio male, non più. Ti dò l’ultimo saluto. Stai per ritirarti in letargo, dopo aver indietreggiato come una locusta. Il male ti ha infilzato, come una croccante cavalletta. Sistemo una melagrana proprio sotto al collo e alla testa, fra le falde bianche sotto il cuscino. L’abbiamo colta dal melograno che ha accompagnato i giochi della nostra infanzia. È un simbolo di martirio, quello che hai subito, come Cristo trafitto dalla lancia nel polmone sinistro, e un augurio di resurrezione. Pochi giorni dopo avrò occasione di vedere una tua foto in bianco e nero, un po’ sgualcita, in cui avrai tre o quattro anni, non di più, e sei con tuo fratello e tua sorella maggiore nei campi dall’erba alta che mi hai sempre raccontato, scenario delle tue marachelle, dietro l’abside della chiesa di San Martino a Gangalandi. Poche decine di metri da dove stai adesso papà, al cimitero della misericordia. Quanto ti sarebbe piaciuta la tavola con la Madonna della melagrana del nostro Botticelli! Il piccolo Gesù sei tu che benedici, sei tu bambino che mi saluti. Odoro i tuoi capelli fini che sapevano di borotalco. Chiudo gli occhi e sono con te: ci siamo dentro come i granelli di sabbia nell’onda del mare, sbattuti, ciechi di cataratta come l’ostrica nella conchiglia. Sogno che soffio nel tuo tumore, in una enfiagione di cielo e lui scoppia e si disperde come per artificio un fuoco, come per l’afflato nel soffione che ridevi a tuo nipote ricci biondi dopo la raccolta delle more e non sapevi della morte, ma solo dell’amore. Non ci sono molti altri ricordi oltre questi, se non un’oscurità polverosa e l’intuizione di nespole carnose, gialle e arancioni, fra foglie pelose. Gli alberi invernali infilano diti umidi in bocche di cielo. Il prete bisbiglia una litania che non comprendo. La dice. Il muschio s’imperla di nuovo di brina. Sei la tua bara. La terra ti ha accolto e a suo modo ha risolto il disordine di una persistente assenza. Ma non in me. Il pensiero della tua morte è di me che manco un appuntamento importante, che ho il passo troppo lungo verso l’oltre, un indugiare pavido dentro la trincea, e ti vedo un istante dal finestrino di un treno sbagliato che incrocia il tuo veloce nell’opposta direzione. Ora che è vuoto mi sembra così piccolo questo letto per contenere l’uomo che eri. Ti parlo ma non ci sono risposte. Scrivo. Abbiamo ceduto e questo è solo uno dei tentativi di rammendare i miei ai tuoi giorni. È tutto quello che posso fare ormai in questa vita. A chi ti ha conosciuto hai lasciato il ricordo della tua sensibilità e la gentilezza della riservatezza del tuo dolore. A me, di più, la confusione del tuo non essere più. E forse non ti troverò, ma mi rincuora la morte come fosse un fosso da saltare, e poi ti posso cercare.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

181

Affiorano dromedarie fra le dune
le colline sfinendo in un’inedia
di sabbia e luce l’amenorrea del sole;
diverge irrimediabile
l’endiadi dell’esistere:
una mole si allunga a ponente
in stigli d’ombra e sera,
l’altra cede.

La vertigine della spaccatura
traccia il discrimine;
corrobora il tempo l’immagine
di ciò che il tempo
ha fatto punto d’imperfezione.

Mentre l’amore celebra l’agóne
di un quotidiano congedo
l’aedo frena,
il dubbio è una voragine d’attesa
di ciò che è andato
e che è rimasto.

Pubblicato
Categorie: Poesie

180

in discesa sulla teleferica del Montjuïc ti osservo le spalle appena ti volti a guardare il mare all’orizzonte, sul porto nuovo, oltre la torre di San Sebastià; mi soffermo sugli spazi bui, le caverne e gli antri fra le volute dei capelli, chissà quanto è bianca la tua nuca là sotto, con un misto di dolcezza e foia come un Pèrseo che avesse deciso di risparmiare la Gorgone e prenderla da dietro, tenendola per le spalle esili; eppure non vieni dai margini dell’Oceano, non hai serpenti per capelli; non hai tentato di pietrificarmi anche se per ogni momento passato insieme l’hai fatto; sì, lo ammetto, inconsapevolmente; e quasi ti sfioro con la mano adesso come allora, la mano che invece indugia per non svegliare quell’inquietudine che sempre ci trattiene fra la soglia dell’incanto e del disincanto e che, in quei giorni, avevamo dimenticato. La ritrovo adesso e capisco che era essa a guidarci dal castello al monte degli ebrei e poi al teatro greco dove, in fondo, pur se inaccessibile il proscenio, ho scoperto me stesso, come Edipo, non sapendo ancora che saresti stata tu che mi avresti accecato; no, non tu con le tue mani ma io, poi, con le fibbie con le quali mi avevi legato a te. E ancora adesso sto aggrappato come un trapezista alle aste del tuo costato: sogno che ti ho tolto i vestiti, violentemente, e che vi sbircio dentro ad ogni balzo, ad ogni sussulto che mi faccia schizzare il cuore in gola; spio fra asta e asta, dentro al petto, che prima è torace, come dentro ai riquadri di un’acheropita che racconti di una discesa agli inferi, un’immagine sacra con attorno le grandi feste della nostra appassionata agiografia. A Trento ti spingo sul letto; cadi supina; il tuo torace alto, ampio, importante, è la prima vera caratteristica fisica di te che ho notato: il ventre morbido come una lingua di balena, come la polpa di un caco maturo che onduli dentro la sua buccia. La prima voglia sarebbe stata quella di infilarci entrambe le gambe, come nell’abitacolo di una macchina da corsa di altri tempi, e scappare via, sentendomi protetto, ma non era certo una metafora che avrei potuto proporti o un’idea balzana da raccontarti se non l’avessi accompagnata da un beffardo sorriso. Sei così fiera del tuo femminismo, di quelle idee che ti fanno appartenere: al mondo, al luogo in cui vivi, la città che non dorme mai, alla memoria di essere stati e che pensi sia il fondamento, costituisca i mattoni della costruzione di un sé desiderabile e soddisfacente o forse meglio i gradini di un’ascesa alla chiara visione di pensiero che desideri avere. A Trento il tuo torace sul letto, sotto la maglietta che si ritirava verso il seno come la risacca, era un gabbiano ad ali spiegate, era clavicole in croce di un Cristo di intimità e consolazione, ma anche un pesce gatto dalla grande bocca con un lumino di bisbigli al fondo della pancia. Da Barcellona a Trento, ancora sulla funivia, fino a Sardagna dove si celebra il culto di Mitra, non lo sapevamo allora ma anche la nostra era la celebrazione di una sorta di alleanza, un patto torbido con cui si sublima la fedeltà. E l’esorcismo della volgarità è ciò che avremmo dovuto mettere in atto per sperare in un reale. Adesso immagino la tua vagina sfondata forte come una cassa, in una cassa di silenzio, con una ritrosa deflagrazione; le mammelle che coprono e mi ammaliano il senno; ed è pulsione di sevizie vive per avvelenare il sangue di cui si pasce il tempo; è pene che inveisce come un aratro nella fica, contro la terra che è esistenza; come una ghigliottina, contro l’ingiustizia che è vita; come un mantice per una globale combustione. Superiamo un’altra stazione; acceleriamo e poi di nuovo giù; è un’onda; ti volti di profilo e sorridi, spingi la pupilla all’angolo estremo come un camaleonte; schiuma; è molle; ti lecco; è muta, è pelle di biscia, è un singhiozzo; sono libero e sogno sogno l’avventura di un avvenire di armonia e ritmo. Risuonano ancora e ancora questi pensieri perché anch’io cerco di rivivere i ricordi, o forse è meglio dire le situazioni, che per loro natura sono delle grandi bocche di suono; ma non li lascio sopravvivere, non ne faccio tesoro, li pungolo e raschio come il tartaro dai denti, li torturo come insetti sotto al bicchiere fino a smembrarli, a vederne le interiora; cerco di fare chiarezza fra le memorie che rafforzano le memorie, quelle che hanno sopraffatto altre memorie, setacciandole indietro, e non è un’abiura del presente il mio procedere a ritroso poiché essere se stessi non è per me un percorso teleologico o finalistico; magari è successo, per caso, ed è necessario spulciare à rebours, scartabellare come antiquari o rigattieri, e sorridere ancora di ogni fragile scoperta, specialmente per chi trova un se stesso autentico negli sprazzi subitanei della turbolenza di un amore che ci è connaturato ma che continuamente si tradisce. È strano da pensare, ma più ti avvicini alla profondità, più pensi di comprendere l’umanità, o meglio ciò che ci accomuna, più ti rendi conto di stare guardando solo il ritratto di te stesso, quella forma d’arte che credi non invecchi mai e sia sempre più espressiva; come quando appressi un lago, uno specchio d’acqua lucida, e vedi il tuo riflesso fra le canne e l’erba alta, mentre l’ape ti ronza all’orecchio e ti distrae e il sole ti acceca, e tu procedi sempre più vicino, e quasi ci puoi sbattere il naso se ti chini, se non ti scivolano le ginocchia sulla sponda sdrucciola e non si rompe l’incantesimo; e pensi “quanto siamo importanti”, e “forse ho capito” dici, ed esclami quanto tu sia in pace col mondo; ma poi un dito puntato ti cancella, e nemmeno toccando, ma solo provando a farlo: nella realtà, nel passato, nello scimmiottamento di ogni esperienza sei tu che schermi te stesso, in una visione di te che non puoi possedere e non ti appartiene, una parte che hai diviso in te stesso, per quanto vera, per quanto sentita. Sentire la divergenza, nonostante una sensazione o un sentimento sia stato bello o incredibilmente piacevole oppure duramente doloroso, è comunque ancora sofferenza. E nella consapevolezza di questa ferita sta il senso. Vivere da scuoiati vivi, come diceva Ionesco, ma contrariamente a ciò che voleva dire il grande drammaturgo, in questo scoprire l’unico modo di vivere autenticamente dentro la propria individualità. La malvagità alligna in noi, nell’incapacità di ogni comunicazione che vada oltre l’appagamento, al di là dell’adattamento a se stessi, nell’avarizia del perduto. Ma se non esistono ideali che prescindano dal sé tuttavia restiamo delle ulcere semoventi, delle possibilità, bellissime in quanto tali, dischiuse contraddizioni. Nel vivere questa discrasia, nel non decidere mai, nella sofferenza, nel guardarsi vivere e nell’essere vissuti, nell’ustionare il presente partecipo dell’unica verità. Anche questo l’ho fatto con te.

Pubblicato
Categorie: Pensieri