la strada, in salita, curva dopo curva, sfrangia la montagna. Ne scavalchiamo i dossi, prepotenti, facendo schizzare i sassi; la polvere alza una coltre di canicola sulle colline aride di Pelago come una barca issi la sua vela, sopra e sotto dove tutto si fonde e si confonde, mentre mastichiamo le paure. Non ci siamo ancora chiesti quanto sarà lunga la prossima separazione. Tutto già tace e noi avari, noi inconsapevoli, noi ridenti, ignari, noi che le buchiamo il fianco che rotola secca la sua mela. È un fianco cristiano dove improvvisi e sanguigni crescono i filari. Foglie di viti che grattano, rastrellano la terra. Una terra scavata, lavorata, bagnata, viva d’insetti, che s’inclina, c’inghiotte, s’arrovella, ci disperde. Poco prima il vento ha soffiato inquieto sui cipressi neri dell’isola dei morti a lato di un modesto altopiano dove la pieve si erge misteriosa cercando il cielo d’arenaria con la punta della torre. Vicino pascola e grufola il cinghiale, irsuto, notturno, sulla collina rigata e lesa; bofonchia nella mota, segnata dalla Pesa e dal Virginio. È dal Serraglio al Bacio, fino ai nostri baci, nati di pochi giorni, di vita breve; è dal Serraglio al Bacio un tragitto d’appartenenza che è la crepa stretta di ogni istante, punto di repere di sopravvivenza; ma anche larga abbastanza, fragile e instabile quanto basti a poter sprofondare, ad agonizzare in una melma densa. Esci e non sai, esci e chiedi. Hai bagnato di pianto le foglie degli ulivi e il vento, incredula dici. Mi chiedi perché. È perché insieme ho bagnato di pianto il tuo petto, e non so, non rispondo; ma è stato bello immaginarlo dormire, scoprirlo sotto un’ombra di seta dai bordi di ostrica, sorvegliato da un sorriso d’oriente, appena sveglio e dolcemente schiuso, morente. E curva dopo curva si sfrangia la montagna che muore in un sorriso indolente. Al castello senza pozzo saliamo di più, attraversando una bassa trincea, fino al punto più profondo del cassero, oltre il fossato, sotto ogni crollo, in una luce crocifissa, toccando quasi la croce all’estremità del campanile, abbracciando con lo sguardo tutta la corte d’armi, ogni mucca che beve, le nuvole ombrose, la collina lieve, i tetti bagnati di brina, e lontano nel paesaggio fin dove si svolge col suo corso la Sieve. E lì dove termina il passaggio in una casa di scacchiera io sono l’alfiere e tu la donna, tu lo stratega dalle molteplici direzioni, il visir che decide e io di un semplice segnavento il portabandiera. Alzi le mani, gesticoli, ti abbandoni. Ridi. Ridi ancora e ancora, mi baci. Intirizzisci i capezzoli. Abbassi lo sguardo. Mi baci. È breve, è per poco. Bucano il petto. Scuoti la testa e ridi. Bagliori come lucertole fra i nidi intricati dei capelli. Arrossisci. Ti stringo le ginocchia con le ginocchia per cercare di trattenerti. Bevi. Mi baci. Mi piego. Perdiamo l’equilibrio. Formicolo. Mi abbandono. Sei resina d’Aleppo. Ti bacio. Ti abbandoni. Mi abbandoni. Mi abbandoni. Ridi. Decidi. Decidi. Poi scendiamo le scale, ripercorriamo a ritroso il cammino. Seguono il vino, le radici di campo mangiate all’enoteca il Quartino; quasi un pranzo da asceti, radici che invitano a sperare in ogni cosa che sia; su sgabelli di legno, all’ombra di tendoni colorati che mi ricordano gli ombrelli e ombrelloni che coprono a mosaico, a filo dei tetti, le strade nella municipalità turca di Nicosia. Tendoni che sono un velo per coprire i nostri cuori, un voto sacro al dio degli amanti. E non battiamo i piedi, anzi tocchiamo tutto in punta di dita; non ci guardiamo negli occhi: che non si scoprano i nostri cuori segreti, che non sia nudo il petto, che non ci sia un’emozione che sia finita, una sensazione che vada tradita. Ma c’è sempre qualche curva che segue un’altra curva. Sulla frangia della montagna. La montagna che si consuma. Dove stai bocconi su un lenzuolo bianco, sporco, mentre l’autunno solletica e liscia le cime degli alberi con le piante dei piedi in una corsa incerta e leggera. Dove buca una terra di more e lamponi, che premi coi capezzoli; che qualcuno coltiva da anni ad abeti nani, ordinatamente, con la cura di un barbiere. Penso che sia un buon auspicio, una corrispondenza che capiti di fare l’amore fra alberi simboli di fertilità, sempreverdi come forse saremo noi, annuncio della lunga vita che ci aspetta. Ma non ho riconosciuto in te la dea Inanna, già nuda agli inferi spogliatasi di sette me con le sue mani, né posso come Gilgamesh rifiutare il tuo amore e riuscire a vivere più dell’indomani. E tutto si riduce alla sola risata della realtà, di una disillusa consapevolezza. Perché i programmi e i sogni non si realizzano mai e il giorno dell’indipendenza alla fine, in un modo o nell’altro arriva, ma non scommetteresti mai da cosa. Perché l’erba cresce e muore ovunque e non sai mai da dove, non sai mai per dove. E l’erba cresce verde e forte anche dove ti tocchi le grandi labbra. Dove ti tocco le grandi labbra. Grandi labbra di pesce. T’infilo il pollice nell’ano e l’indice nella vagina, come il becco l’albatros nel calamaro. Poi l’indice e il medio in bocca, facendo pressione all’interno della guancia sinistra, in un desiderio di prenderti all’amo. Tu frizioni con le dita per riuscire a venire, dalle tue grandi labbra, mentre ti penetro da dietro, con i piccoli peli biondi dell’avambraccio, con un piccolo chiodo conficcato nel ventre, con un nerbo, una frusta, tenace, ispido come un ago, fra strobili allo stesso modo eretti, ansimando verso il ragno che come me è intento a venire e che fila dalle filiere la sua tela orbicolare. E tutto gira. Ma tu non te ne stai addolorata come la vergine, come una maddalena; non mi guardi con occhi languidi di fontana. Tutto gira e confonde preda e predatore, non mare e sole, e non c’è consolazione: io distratto e tu sconosciuta, persa in un folto cespo d’infiorescenza d’aglio, in caramellati ciuffi ondivaghi di capelli sulla nuca. Ed è strano che sia tua e non mia la carezza sui peli del tuo pube, che non succeda di vedere esattamente il posto dove proviamo piacere come fosse una stanza cui non abbiamo accesso, dove faccia paura entrare; non diversa dalla stanza delle blatte dove t’immagino appassionata, ridente ed eccitata, bocconi sul materasso, con la testa alzata e i gomiti ad ali d’uccello, sotto la tendina dei capelli, attenta a cambiare a due mani i dischi al giradischi. E in quel momento penso che forse sia pur sempre la vita con i suoi momenti fatta di tante stanze così, e che sia solo questione di vicinanza di luogo e tempo, consapevolezza dell’accadere, distanza o comunanza di sensi e sentimenti, inquietudine, ansia, rabbia, quantità di auto-partecipazione, amore se tu possa ricordare di esserci stato. Schiacciamo i ciuffi d’erba, gli sterpi, i funghi; appiattiamo i nostri corpi e le nostre teste come cani bastonati ad ogni rumore di camion, macchina e moto che ci possa sorprendere, ad ogni grido d’insetto o lamento d’uccello; ascoltiamo in una placenta di suono come un flebile vagito, l’omen pungente di chi nasca o muoia; e in quei momenti una calma d’immobilità sferza l’aria, calma tesa come il bucato ad asciugare dove bucano i rovi, dove cantano le cicale; è così che ogni mugolio strozzato confluisce nel crepitio del sottobosco, che il cambiare di collocazione e ordine inverte la circolazione delle cose e ci permette di entrare nel vivo di una vita dove i lombrichi mangiano, saccheggiano una terra indigesta. Rubiamo l’uno all’altra, in un abbozzo, nell’ipocrisia del non risolvibile, nella bruma di un consenso d’incredulità, nella sensazione di avvertimento di una più vera e parallela ambiguità. Serpi e lucertole si muovono adesso sotto alla nostra coperta scoperta; ansimano nelle anse, le zecche saltano in festa; serpi ancora stanno avvinghiate alla base di ogni ebete fusto d’abete, serpi che ci guardano contemplative come bimbi a cavallo di giostre coi cavalli. Ascoltano la nostra nenia affamata e satanica, come uno sbiascichio di capre, giù nei meandri di ogni conseguenza a venire, senza mutande, cantilena di vendite, commerci e inappartenenza. Ti rivesti, corriamo. Scappi. Giù in discesa. Poi lontano, sempre più lontano, fino a Savannah e poi dove arriva la ferrovia, dall’Atlantico al Pacifico, inghiottita dentro alla città bassa dalle colline dei druidi. E forse il te che è andato non l’ho conosciuto ma credo che esistano disposizioni di coscienza adatte anche a sopravvivere, non solo a morire, ma non uniche esistenze; e anche se a volte capiti che i cuori siano in anticipo e sia troppo tardi per tenere fede alle fedi infrante, l’attesa di una ulteriore attesa ti ferma e stringe a chi ti costringe in una cartilagine di ricordi; ti ferma e tende in una vigile, voluta e continua testimonianza a se stessi di una dolorosissima e meravigliosa inquietudine. Adesso tutto già tace e non mi chiedo quanto sarà lunga la prossima separazione. Però mentre cerco di risalire l’ordine dell’assuefazione mi domando se per te le mie parole circoscrivano i sentimenti in un vuoto suono oppure se innocenti e incredule, inscritte in essi, in me non possano che restare ammutolite da un sussulto d’invincibile, incomprensibile, irragionevole amore; da un moto sommesso e ostinato di comprensione, paura e fragilità.
173
nell’impenetrabile casino di delizia
della Kaffeehaus,
all’ombra della Fortezza,
sotto un sole di luce,
avremmo potuto vedere il dagherrotipo
dei nostri giorni insieme.
Forse avresti detto fosse la testimonianza
della ritirata di chi perde,
di chi non ha cura,
di chi abbandona;
l’impossibilità dell’altrimenti,
là costretta lungo il correre delle mura,
al verde di Verona.
Ma lo sai. Prima foste tu e il mare,
tu e i tuoi occhi,
pochi istanti d’immagine e ancora tu, cinta
dalla cinta del castello dei badiali.
Poi furono i profili del tuo viso, stratificati
in punti vista, nel vento d’ali che
bisbiglia,
a renderti reale.
Ancora, infine, i gabbiani
sulla superficie
liquida del fondo delle ciglia.
È da allora che ti ho intessuta al piano di un me
che guarda gli stessi voli nei tuoi occhi.
Dai tremori della taranta, dal mare delle Tremiti.
È da allora.
Per poter continuare a tornare come eravamo,
dove e quando siamo stati,
in presenza;
innocenti,
senza aver posseduto la confidenza
di cosa dirà il tempo di me,
di te
e di noi stessi;
dementi,
amanti in lotte di parole,
negli istanti di avvistamento di chi saremo,
nella wunderkammer del tuo cruciverba di spille,
il disegno della bambola voodoo che mi hai mostrato un giorno.
E lo sai. Tutto è stato ed è
equivocando
e no la pretesa
che tutto si possa ancora ripercorrere
in una mano,
tesa;
… e che ogni notte
non sia ancora troppo dentro e
oltre per un’altra
buonanotte.
172
in un alveare di cielo,
al confine infranto
del blu, hai immaginato stelle
che pungono come api;
io non so se ci sia un fine
alla perdita, o se piuttosto la fine
sia dove sciamano e
sfarfallano i ricordi
là dove arrivano le tue dita d’albero.
171
una casa è in bilico da sempre
sotto un cielo chiaro
notturno, e resiste;
le stelle vi tralucono minacciose
se la guardano i gufi,
se vicini e severi;
ma se lontani
quelle stesse stelle
le osservi tu
fra i rami
quiete e sognanti;
come fra verdi trame,
nell’erba,
abbracciati,
le vagheggi in desiderati berberi
occhi di amanti.
170
La morte fa rumori di calcagno, sciaguatta un po’ nelle scarpe e se ne va. Piove e i canali sono stracolmi d’acqua che gorgoglia. La tua fragilità lo sente forte e ammutolisce. È un rumore che è liturgia della parola, l’anamnesi muta di chi ascolta: bussa sordo il giorno clandestino, si urta con gli altri giorni nella stiva del tempo, proprio lui che ti ha fermato. Non sopravvivere la tua morte sarà una verifica, la verifica se io abbia mai veramente amato. Perché un totem d’innocenza a questa assenza sei tu che proteggevi le montagnette di terra dei formicai dall’attacco di un bambino, solo tu; perché, questo non lo so o mi sono illuso, ingannato che certamente sì, che io ‘sicuro’ fosse la risposta. Ma la cosa peggiore che si possa fare è sciupare anche la sofferenza uscendo fuori dall’isolamento necessario al racconto, sopraffatti dagli ostacoli d’impazienza dell’imparzialità. Che piova, e porti via il presente. Un rovescio di pioggia è una corteccia d’albero, un’increspatura concreta dell’ultima realtà, un nuova interpretazione. Piova sul tuo essere ancora qui, di questo mondo, con un piede sul rombo di una mattonella e un forasacchi fra le ghette delle scarpe; non c’è più nulla fuori di nuovo, sotto un sole che sta in equilibrio su luglio; o quantomeno non ne voglio sapere. Se non dei tuoi ricci biondi che provano a rimettere le foglie secche sui rami: ricci biondi di figli che tranciano la carne come pugnalate, mamma, papà. È la pienezza, la spietata presenza di essere bambini. S’affila poi la giovinezza; la mia, di fil di vetro, l’ho contata sulle dita. Il presente appartiene a una televisione che è una foresta pigolante di apparizioni, un mondo di distinzioni che fa desolazione dell’insorgenza delle interruzioni che solo sembrano poter rappresentare un qualche legame fra noi. Anche tu lo sai: finalmente da morti riusciremo a liberare la bestia ingabbiata, a parlare di quella morte che ci ha tappato la bocca in vita. Ci siamo illusi che l’inesistenza sia solo un altro mezzo ed il ricordo l’eco alla vita che ha fermato il tempo; illusi che la vecchiaia sia una distanza di percezione e la morte solo un altro po’ dell’invecchiare. La stessa morte invece ha sprangato la folata di vita che irrompe e zampilla e t’imperlava di birra; e la presente paura saccheggia, interseca ogni nostra discrepanza, risucchia ogni parola che avanza, brucia ogni risma di silenzio, mi costringe in epistemi d’assenzio. Spostarsi, enuclearsi in un corpo che fermenti oltre questo corpo. Che non sia indigesto. Che non sia importante se la morte sia un passaggio stretto o largo, dimentichi della tensione allo strappo che renda consapevoli dell’attualità delle cose. E mentre mi inarco nelle palestre a far scrocchiare le ginocchia come alberi nodosi; mentre il tumore ti si allarga come uno stomaco in bocca e torno da una prosaica Vienna con un batuffolo di cotone a colmare la tua fame; è rassicurante pensare che tu sia ancora contenuto nelle cose, che tu le abbia trascinate, contaminate in una esplosione. Ma è di nuovo una contraddizione; la vittoria trionfante sanguinaria e cieca di un’eroina senza coraggio; il flash bianco di chi ha affermato, di chi ti ha affamato, di chi ti ha fermato.