Fra il Cestio e il Fabricio sforza confusa nella nebbia l’isola tiberina una nave irraggiungibile e non partita. Obelisco e testa di toro, albero e prua del relitto emerso di un’assenza aprono le cosce al mattino chiaro di una gita romana, mentre un serpente lontano dischiude oscuri vaticini. Una breve distanza rende corpi troppo consapevoli per non farli scappare. Nubi bianche fuori, sempre se stesse, sempre diverse; le prende il cielo, ne tira i lembi e anch’esse si rarefanno, ma non sei tu che le disperdi, non tu in alcuna di esse come gli uomini negli uomini. Bisarche di uccelli e di pensieri, e un me muto di fronte a questo cielo. Mi affaccio e so di non poter raggiungere. Pettini di marmo e borotalco lisciano e sgretolano il mare di una città d’euforia che tiene in prestito la tua lingua. Di nuovo qui per curare il tempo catturato in una spirale di delfini: poggiano l’un l’altro bazza e coda, perforano strada e traffico, lo separano in cerchio verso opposte direzioni. Anche i vortici liberano correnti che non s’incontrano mai e non ci sono corrispondenze. Arche grasse d’uccelli nel venerdì santo sconfinano la nevralgia di sabbia del mio sedersi renale, in cerca dello sposo e della sua croce; e l’epiclesi fallisce per un Giuda bisessuale che tradisce in un giovedì sbagliato. Mi è solo sembrato che ci conoscessimo da sempre e che il tuo corpo l’avessi già visto quando eravamo bambini, giocando con innocenza. Comando la rabbia al silenzio: il silenzio che è la necessità, l’arte alla quale mi sono applicato di più in vita: con essa tento il massimo dolore che ti possa provocare, in fondo con una lama smussata, che non so usare. Strade piene di gente inconsapevole, felice, che riesce a vivere spensierata, non come me continuamente smaniante, sprangato in una realtà dimagrita, ridotta all’osso; perseguitato dall’invidia di strappare via me stesso e noi da quanto abbiamo già vissuto. La verità cambia in ogni stanza; la sincerità e la verità malleabili come i metalli di un fabbro. Quel che pensi di sentire è un fraintendimento o la percezione atona di chi sente, e l’imbrogliarsi dei nostri corpi è solo riuscito in un imbroglio d’anima. Non abbiamo condiviso sofferenza, neppure la sofferenza; non sesso o amore. La nostra trama è fatta di prove di fallo e sforzi di cadute, dell’insofferenza del posto e dei fuoriposto e di vetri appannati di chi si soffia contro. Le pertinenze dell’individuazione ostano accessi e traboccamenti; sospendono l’incredulità, l’ostinazione delle illusioni. Scricchioliamo sotto il peso dell’oscurità, ciechi, stralunati al cospetto della luna termale, stanca, dell’hotel Miramonti. I nastri del sonno e del sogno stridono e grattano il cuoio della coscienza. Insufflano i tempi i nostri appuntamenti. Il mondo dei chiaroveggenti termina in uno scricchio, coperto da bastioni scuri, spalle e coste. Si muore sconsacrati riscattando il disarmo del pianto e della menzogna con la nudità, senza venire. Eppure nel buio, per un attimo ho sentito, l’ho sentito come un fiume che ti corra parallelo in cui tuffi le mani e tocchi, avverti i pesci vivi, e poi dove sono, com’è che ci sono arrivato, e cos’è che era, e non ti dai più pace. Ma ogni intuizione, ogni avvertimento è un cristo, un potere fragile quanto lo sono le sue icone; e resta a terra, schiodato, divelto dalla croce, privo di significati, madido della parzialità dello scoparsi, in un non so che di facile, libero dall’intelaiatura dei distretti della presenza, ma inintelligibile, e fuori; ed è un inganno, e perché sia sempre diverso l’inevitabile sborsa luoghi e oggetti in una trasformazione d’adeguamento agli eventi e al viaggio, e nel cambio di collocazione alle persone e alle cose pospone sempre un’attesa di speranza. Per questo ho finito in birra la solita stronza giornata sull’Aventino e poi ho preso un treno sbronzo verso me; perché l’unica coerenza è una rinuncia indotta e volontaria. Spogliato, disarmato, da pisciarsi addosso come un ruscello e poi non ci pensi più aspetto su questa panchina cui il sole brucia collo e faccia. Aspetto i tartari dal deserto del nord, dalla merlatura delle palpebre, fortezza di regole e spari; prefiguro il turbinio delle armi come un miraggio di dignità e sicumera, in un’attesa che lascia illudere l’immaginazione; e il fantomatico nemico alla fine dopo tanto attendere non l’hai visto, non lo riconosci, ti sei appisolato ma arriva; ha le mani rozze, smaltate di lama; e ti ha trafitto. La trascuratezza di una trasandata condotta riporta il rumore delle battaglie in cui non si muore. L’insensatezza del reale schiaccia gli insensati sogni di vittoria. Poi un rombo, il vuoto, un’assenza armata e letale. L’inerzia di nessun dove ristagna sul piano infinito di una coscienza: niente di più nefasto di una vera intelligenza e una comune amoralità. E il vero deserto è solo il mio cuore.
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Cammini dove crescono i papaveri. Quando ti ho incontrata era una di quelle giornate lucertole d’estate che il freddo gli calpesta la coda. Lungo il mio andare inquieto spigava il grano una smaniante abrasione d’insufficienza; il pianto, trattenuto, dormiva come una stella marina, ondeggiando e dondolando senza ossa come l’odalisca d’Ingres, sul fondale della coscienza. Poi s’accese una tenda bianca, d’assenza, in una finestra. Merla la torre del castello, sulla rocca etrusca degli Appiani, la sinuosità d’ombre giganti con cui giocano i bambini; si versa una birra sul modesto imbarazzo dell’essere adulti, sui pochi, pungenti, impolverati aghi dei pini: è una scusa che mi avvicina, per sentirlo più forte invece; ti guardo negli occhi e il tuo è lo sguardo di chi sorride e non si sorprende, di chi devi rincorrere, di chi non s’incupisce, ti tradisce, sta silente; di chi non sparisce, di chi attende. Raccontiamo ogni sforzo, ogni intenzione, cattive e buoni azioni e pensieri riusciti in nulla, e quelli invece che dovevano e sono andati come vanno, di nessuno che ti abbia voluto bene e del perché tu sia ancora vivo: la più imbarazzante, chirificatrice delle domande. Cammini piano, come tutto fosse evitabile, con la leggerezza di chi appartiene a luoghi certi; soffi il fumo della sigaretta nell’altrove a cui guardi, in questo modo lo fai poco distante; speri che diventeremo splendide farfalle, mascheri il destino della tua volontà; sembri sapere il mondo quanto riesce a fare di se stesso, sembri dire non il migliore né il peggiore dei mondi possibili, che vale la pena se la pena veramente vale. Non è vero che non compiaci come affermi, sei gentile; citi “Il Piccolo Principe”, credi che ci sia consolazione a tutte le ferite. Io credo con te; per un attimo mi fido di te, di me; ma poi vado, e se torno e tu non ci sei, soffro; e non importa: è stato per dirti che per me le farfalle bianche sono solo i sogni bianchi delle margherite. E ancora adesso ti penso; spazzo il camino del vulcano spento, strappo i germogli dei baobab; se non ti scrivo è per non imporre una volontà, la mia, prevalente; non che la tua indole possa farsi sopraffare; ma che io sia libero anche dall’intenzione, come un penitente, e che tu cammini ancora spensierata fra i tuoi papaveri, in riva alle onde basse del mare, sulle labbra alle gole di legno che portano gli amanti ad amare, con nei capelli i coralli rossi dei cornioli, nella valle dalle cave ormai di calcare. Ma che non ci sia giorno in cui non ripensi tutti i giorni. Sono stato in auto con una ragazza, era da queste parti ma adesso non saprei dove; sono stato in macchina scherzando sui suoi seni. Dei tuoi non saprò. Addio. Sono stato uno sciocco. Scusami, e cerca di essere felice (disse il fiore). Quando ti ho incontrata era una di quelle giornate lucertole d’estate che il freddo gli pesta la coda. La cosa più bella che posso dirti è che, insieme a te, quella vita terribile di cui parlavamo non mi è sembrata la stessa che ricordavo quel giorno, la stessa fatta di terra e bile.
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Intrichiamo anima e corpo, in un turbine scintillano lampione, LED d’abitacolo e vita, e vorrei dirti che ogni poeta è una ferita che sanguina, che non cicatrizza. Scopiamo al vento, su tombini divelti, fra alberi abbattuti, e il vento scopa noi rassegnati su strade dissestate. Fuori è tutto inadeguato: la luce è una via cieca a cui diamo la nuca e la tenebra un posto senza volto per chi se ne va avvolto, a capo chino, in un calderone liscio di cancello e umido d’ossa, sterno, becchi e rami, e noi con occhi vacui, in un lampo assunti in forma di spaventapasseri dai polsi rotti nella solitudine della campagna. Acuisce l’impertinenza di essere vivi l’inaccettabilità che si muoia in un giorno e che questo sia uno dei momenti e il solo modo in cui si possa esistere nella memoria. Ricordo ogni movimento, ogni minimo scostamento per rinforzare il prossimo ricordo mentre il cielo è un uovo muto e paziente. La cascata di eventi va persa in ogni direzione, complici sono il vino, la paura, l’emozione, il vissuto, cazzi mosci poi cazzi dritti. Corpi si accalcano scomodi e felici, pieni di arpioni e cuspidi, stipati, ingobbiti come ragni, con vene di cavallo, denti affilati e labbra; la cascata di eventi va perduta mentre giaci scucita da dove ti apri al mondo senza bisogno di parole. La mole dei contenitori ci assorbe e astrae in carne e sangue, in lamiere d’auto, in un’isola di sofferenza da violare con un po’ di felicità o in un luogo d’apparizioni sfuggente e fortunato che ci consenta invece d’isolarla; e siamo noi i nostri fedeli protettori ma allo stesso tempo anche i cattivi custodi, falle di dispersione dei battiti dei nostri cuori, ingranaggi dentro loculi e stive con cazzi parassita e aste, pulegge e leve. Poi l’abbraccio in un riccio, in un rivolo d’acqua, i poli del tuo corpo che tendono all’oscillazione massima; e proprio lì al culmine è dolorosa la consapevolezza che il modello delle emozioni regredisca sempre verso la media e che un rassegnato sforzo sia la tensione di raggiungimento dei sentimenti comuni e del linguaggio. La vera trascendenza è dell’artificio, perfetto e enorme come un Buddha d’oro vicino a un tempio Khmer; è la possibilità inattuabile di aver potuto osare sempre una parola, un luogo in più perché non fosse adesso abbandonato: il tuo culo, la bocca, la tua fica come oggetti concavi dove l’incomprensione soffochi il silenzio. La dissolutezza in fondo è il carattere della vera ricerca. E proprio la tua è una ricerca muta e rumorosa, tu bendata mosca cieca che punti il dito al bimbo del più prossimo sorriso e stringi il cerchio maschio che dà riposo e poi mi tocchi il viso. E forse lo hai riconosciuto ma non sai e non puoi parlare di un nome che sia un freno al divertimento e al riso di un’esistenza che si può risollevare solo con rumore e gioco. Hai ragione: solo il rumore a volte ci ricorda le nostre e le altrui esistenze. Ridi. E il riso è la separazione che non ci appartiene, la montatura, la costruzione sopra al tempo che impieghiamo a disperderci, a contagiare le cose. Delle cagne nere ci inseguono nudi e graffiati dai rami spezzati, non abbiamo incendiato case ma i nostri corpi sì; non siamo caduti, suicidi, alle Giostre del Toppo per aver troppo sperperato ma abbiamo fatto orgia delle nostre emozioni e questi precisi istanti in cui riviviamo noi stessi sono i più colpevoli degli scialacquatori. Ridere, ridere, e poi farlo ancora. Dopo il diluvio. Insieme a te. Lo so, per assurdo, è l’unico gesto che mi potrebbe salvare.
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La mente ruota a compasso sulla parallasse delle tessere-nuvola dei tuoi vestiti, sopraffatta dal paradosso delle tue ossa. Lo spazio è il dagherrotipo dell’inappartenenza di uomini che stazionano toccandosi a una curva, su questa terra: esseri umani distratti venuti con niente per perdere e lasciare poiché tutto ciò che accade e si consuma sono le nascite di cui non prendi nota. In fondo è necessario che non ogni cosa si possa rivisitare per mantenere una ragione e un senso. Siamo stati traviati dal mondo come l’acqua dei canali, canali storti in ogni scelta diventati canali e scelte sbagliate, solo in te e in chi ha forza giuste, terribili per i cuori che diversamente da altri si strappano ancora. Abituarsi sempre e non aver imparato ad abituarsi al tempo che guarisce solo chi vive e non chi non sa essere se non una ferita e non ha tempo per voltarsi indietro ma indugia sempre con se stesso. Se ci tornassi adesso, la distruggerei l’impressione che il nostro limitare fosse una mancanza di appigli per chi sia appuntato a miserabili cose e questioni, e che fosse emersa e prepotente l’ancora appesa di ogni depressione, antinodo dell’espressione. Collassa la topografia anemica del paesaggio, perdo lo sfarfallio del viaggio in un magnete di coscienza. Il bello lo tengo per poco in ostaggio, il terribile è continuamente da nascondere, impossibile da imprigionare. La morte, sfuggente, recita la consapevolezza della morte mentre il traffico granchia e lava via la strada. Contorni di cose a vista ritagliano il cielo sotto al cielo e inquadrano il tuo culo, un tatuaggio, l’infastidita amarezza e il fastidioso dolore dell’amore. L’irripetibilità della stessa sofferenza e della morte sono la dimostrazione che il solo corpo esiste e redime l’illusione di una identità tenuta con i denti. Mi faccio largo a spallate fra ciò che siamo stati per rivedere senza meraviglia se ho ben cancellato, e invece mi accorgo di aver sempre risparmiato, estraniato ma ancora dentro, nella linea del punto di vista che consente di guardare la sfacciata presenza del contestualmente decifrabile. Non rivivere ancora. Non legare. Non generare né lasciare tracce. E poi invece mi guardo intorno e chi sono e tante contraddizioni: allaccio strette le cose, invidio la tua vivacità, l’esoscheletro dell’indipendenza terrena; titillo la dissolutezza incestuosa dell’abbandono e insieme i tuoi seni; dentro e fuori da una famiglia-polmone, in apnea, sposo lo scisma della tua lingua; e infine, prevedibile o imprevedibile, resto con gli altri, dico addio a me stesso, per magnanimità o disprezzo, e guardo, guado, cerco di afferrare lei, carapace verde smeraldo, elitre bianche, zonza irrequieta, di fiore in fiore; e dopo averla catturata, la faccio un po’ volare legata a un filo di cotone, presto saprà sfuggire, ma quanto basta affinché mi tenga un po’ compagnia e mi rassicuri. Vola: promiscuità di strade, gomitate d’autocarri, rifiuti, gomme, corpi, telaio, pressione, pelle, lubrificazione e nel punto più stretto me e soprattutto te, viso docile e frastagliato come sponda di lago, ninfea di lentiggini sotto un sole che svaligia il giorno. Nel punto più stretto te; e a te lo posso dire: il sogno che ho di bellezza è un desiderio di consolazione.
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Dove l’albero abbraccia l’albero mi piego alla foresta umana e cerco in te una chiusura, la cascata del limite nella sua misura. Se tu fossi un ciottolo di mare, allora forse potrei tornare, ma per ogni cosa che succede qualcosa non germoglia, per ciò che si fa altrettanto si disfa, quanto annodi tanto si scioglie, e da oggi a domani, dal respiro di ieri a un singhiozzo strozzato d’inappartenenza questo sussistere che ci lega è il nido che continuamente ricostruiamo, come Ceice e Alcione sopraffatti dal mare, e ha una pace solo fugace, se non solamente nei solstizi d’inverno, poco più nell’ebdomadario delle nostre reciproche tentazioni: oltre e dopo le corrugazioni, i dossi e l’impazienza di affrettarsi fra gengive alberate, sbavate, inumidite come le tue cosce, accompagnate da un sole svogliato, quel che resta è la misura di quanto hai conosciuto, un’infinitesima quantità di morte strappata all’inconscio. Ma se Medusa o Mercurio ti trasformassero in sasso, o s’aprisse la nostra custodia d’anima e le arterie s’innestassero in rami attraverso il linguaggio venoso con cui partecipiamo, allora misureremmo secoli e la nostra immobile, intricata conoscenza raggiungerebbe forse quell’equilibrio che cerco in tanta complessità. Foglie di castagno, jeans, cintura, mani, persone come denti che aggrediscono il domani, e oltre i denti le tonsille, tu dici che questa è la vita e io forse non l’ho scoperta, e un cazzo che nasce come dalla terra; e la natura lì in agguato, sdentata invece, e ci avvelena dai pori spiando ogni versione delle nostre espressioni. E poi il boato, vibrato della mia ribellione di sangue alla lussuria che ci fa appassire, perché appassiremmo comunque come funghi nei roveti, marciti non colti o sbarbati ferendosi le mani, e che impedisce di mantenersi in tensione immobili e pieni come venature di marmo e d’oro. Ma universi si riproducono come coralli e anche ciò che è per sempre per noi è sempre una volta sola. Trascorre la natura con la sua serie di annunciazioni di miracoli, distanze e viaggi; trascorre indifferente raccontando di me, di te e di dove siamo stati. Non so se siamo noi a incalzare i giorni o i giorni incalzano noi; visioni del passato aprono vuoti nel presente ma materiale è un ricordo quanto vuoto il vuoto che non sai percepire. Non esistiamo nel tempo né nella lontananza, non in potenza o nell’impotenza, solo in presenza. E sapere che la linea d’aria che ci divide a un certo punto si spezza dove tu respiri, infiamma, esacerba, acuisce la distanza.