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Cammini dove crescono i papaveri. Quando ti ho incontrata era una di quelle giornate lucertole d’estate che il freddo gli calpesta la coda. Lungo il mio andare inquieto spigava il grano una smaniante abrasione d’insufficienza; il pianto, trattenuto, dormiva come una stella marina, ondeggiando e dondolando senza ossa come l’odalisca d’Ingres, sul fondale della coscienza. Poi s’accese una tenda bianca, d’assenza, in una finestra. Merla la torre del castello, sulla rocca etrusca degli Appiani, la sinuosità d’ombre giganti con cui giocano i bambini; si versa una birra sul modesto imbarazzo dell’essere adulti, sui pochi, pungenti, impolverati aghi dei pini: è una scusa che mi avvicina, per sentirlo più forte invece; ti guardo negli occhi e il tuo è lo sguardo di chi sorride e non si sorprende, di chi devi rincorrere, di chi non s’incupisce, ti tradisce, sta silente; di chi non sparisce, di chi attende. Raccontiamo ogni sforzo, ogni intenzione, cattive e buoni azioni e pensieri riusciti in nulla, e quelli invece che dovevano e sono andati come vanno, di nessuno che ti abbia voluto bene e del perché tu sia ancora vivo: la più imbarazzante, chirificatrice delle domande. Cammini piano, come tutto fosse evitabile, con la leggerezza di chi appartiene a luoghi certi; soffi il fumo della sigaretta nell’altrove a cui guardi, in questo modo lo fai poco distante; speri che diventeremo splendide farfalle, mascheri il destino della tua volontà; sembri sapere il mondo quanto riesce a fare di se stesso, sembri dire non il migliore né il peggiore dei mondi possibili, che vale la pena se la pena veramente vale. Non è vero che non compiaci come affermi, sei gentile; citi “Il Piccolo Principe”, credi che ci sia consolazione a tutte le ferite. Io credo con te; per un attimo mi fido di te, di me; ma poi vado, e se torno e tu non ci sei, soffro; e non importa: è stato per dirti che per me le farfalle bianche sono solo i sogni bianchi delle margherite. E ancora adesso ti penso; spazzo il camino del vulcano spento, strappo i germogli dei baobab; se non ti scrivo è per non imporre una volontà, la mia, prevalente; non che la tua indole possa farsi sopraffare; ma che io sia libero anche dall’intenzione, come un penitente, e che tu cammini ancora spensierata fra i tuoi papaveri, in riva alle onde basse del mare, sulle labbra alle gole di legno che portano gli amanti ad amare, con nei capelli i coralli rossi dei cornioli, nella valle dalle cave ormai di calcare. Ma che non ci sia giorno in cui non ripensi tutti i giorni. Sono stato in auto con una ragazza, era da queste parti ma adesso non saprei dove; sono stato in macchina scherzando sui suoi seni. Dei tuoi non saprò. Addio. Sono stato uno sciocco. Scusami, e cerca di essere felice (disse il fiore). Quando ti ho incontrata era una di quelle giornate lucertole d’estate che il freddo gli pesta la coda. La cosa più bella che posso dirti è che, insieme a te, quella vita terribile di cui parlavamo non mi è sembrata la stessa che ricordavo quel giorno, la stessa fatta di terra e bile.

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