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i bambini corrono lungo la via dei presepi, nel tentativo di battersi nel raggiungere il traguardo: un nastro steso trasversalmente fino a toccare le mura di due vecchi edifici, persiane chiuse come occhi ciechi simili a quelle nei dipinti di Ottone Rosai. Ridono con bocche ampissime, hanno denti grandi come chicchi di grandine. Alzano le braccia al cielo facendo uscire le camiciole di lana sotto le maglie e i giubbotti come stendendo pance di piccoli leoni; gengive nell’aria che mostrano zanne, minuscoli artigli. Nella corsa tentano di evitare dei grossi blocchi di gommapiuma, grigio scuro, porosi, scagliati da due imponenti pagliacci all’attacco: omoni che hanno una forma buffa di oboi che emettono risa di cristallo, “con vestiti favolosi di vecchie affiches”. Noi tre siamo un esapode, sei timidi passi in uno come spilli puntati su un rocchetto di filo di lana che rotoli sulla strada. Il freddo punge sotto le suole, ma sono l’unico che ci fa caso. È un modo diverso di stare nella realtà l’età adulta o familiare: pochissima contiguità, enorme difficoltà di stemperamento, superfici ridottissime per ridurre al minimo il dolore della partecipazione: al freddo, alle parole, in generale alle sensazioni, ai sentimenti. Comunichiamo per particelle: i desideri, le inquietudini, le paure hanno sulla pelle lo stesso confine di schizzi delle onde rotte sugli scogli. Tutto è nascosto dentro, come le conchiglie; in me di più, o mi illudo. Il corpo in fondo è una diga con delle chiuse: che altro sono le palpebre, la bocca, l’uretra e lo sfintere. Passiamo tutta la vita a trattenerci, a contenere; eppure siamo piccole sorgenti di liquidi che sobbollono, sobillano, animati da avvampi diversissimi, passioni corporali, eteree idee, aspirazioni ideali, e a conti fatti abbiamo bucato il cielo un’intera esistenza disperdendo riso e pianto (anche se li percepiamo come contrari e speculari il riso e il pianto, entrambi cadono, e quant’è diversa la loro consistenza!), ma l’abbiamo fatto per cosa? forse perché per un po’ l’abbiamo fatto insieme! E se avessimo saputo tirarci via? Ecco la tua piccola mano da tirare, e bimbi e ancora bimbi con disperata, meravigliosa ostinazione: eccoli correre sui prati gelati come rinascono le margherite a primavera . È così che si fa, osservando, a resistere senza speranza? oppure mento? Le persone: proprio come piccole cascate, le tocchi e non cambiano mai, ma si consumeranno; oppure, fantastico che siamo ad una rappresentazione, tu seduta su una poltrona rossa di velluto, comodamente, sorridendo, mentre ti presento dei piccoli mucchi di neve, che li tocchi e si disfanno. Ricordi quando hai detto che non eravamo speciali e che saremmo sopravvissuti? Sì, forse avevi le tue ragioni, ma ti sei chiesta in quale forma? Non è proprio il trovarla nonostante tutto che rende qualcosa speciale? Quest’anno non ci sarai, come negli altri, ma in questo neppure nella coscienza dell’essere vicini; in questo natale, secondo il tuo punto di vista non abbiamo nessuna forma, ma per me anche l’idea stessa di osservare la vita, di sottrarsi e fantasticare, è diventata un’oggetto, che una forma ce l’ha e che non è una consapevolezza ma una specie di compagnia. Nei posti chiusi si nasce ancora anche se non te lo aspetteresti, anche se non l’avresti creduto, perché ogni illusione, ogni malinconia abbraccia quella realtà che è un saluto e anche se per poco la tiene stretta; germoglia più a lungo, già da adesso infinito tutto quello che non faremo, anche di più di ciò che avremmo potuto fare, sempre finito. Scendiamo lungo la strada che porta al centro del paese di Cerreto Guidi, la via dei presepi; ogni bottega, ogni scorcio, ogni nicchia è diventato lo spazio dedicato a festeggiare una natività, la natività; piccole luci fra il muschio (ma ci sono anche i presepi di legumi, di spago, di foglie); la nascita è un percorso, una ritualità che fa pensare a da dove veniamo, perché siamo qui e con chi siamo, ma anche come e dove avremmo potuto essere; e si celebra ogni anno, nonostante tutto, come nella mia testa continuamente; perché la vera domanda è come mai anch’essa e le nostre esperienze siano così facilmente ripetibili, e rinascano, anche senza di noi, in tante forme. Anche noi omaggiamo, rendiamo una celebrazione all’irraggiungibile con tentativi di copia? anche le persone amate, gli animali domestici, i figli sono personaggi di uno spazio di rappresentazione che ci avvicini a qualcosa? e a cosa? Ogni racconto alla fine ci porta a un nuovo inizio ma non si tratta di una tensione di distruzione, di una consumazione dell’imperfetto? Quanto lavoro, quanti artigiani si sono adoprati a comporre questo bellissimo scenario dove i bimbi si muovono come biglie! Ma quando finirà? Chissà se i voti di fedeltà si facciano a se stessi o agli altri o siano un atto di clemenza all’ignoto da cui veniamo. Poi un po’ di vino caldo e gli stessi piccoli riflessi nel muschio dei nostri occhi, faville impazzite di desiderio sessuale e di rivincita, di voglia di giocarsela ancora, metalliche come l’uncinetto delle dame che hanno realizzato l’attrazione più bella della via, l’enorme presepe tessuto di stoffa compiuto nel corso di anni dove ogni elemento, ogni piccolo dettaglio ha la sua cura: la grotta con Giuseppe, Maria e Gesù bambino e poi i pastori, i greggi, le botteghe artigiane con tutti gli arredi, le campagne piene di ortaggi, i campi di grano e di girasoli con la varia attività umana che vi si svolge, e per finire la perfetta riproduzione della Villa Medicea di Cerreto, fulcro del paese, a cui si accede dalle difficili rampe del Buontalenti. Percorriamo l’anello che costeggia le mura dell’antico borgo medievale, saliamo alla pieve di San Leonardo, raggiungiamo la villa, poi scendiamo cercando di non cadere sugli scaloni dalle pietre bagnate progettati dall’architetto fiorentino. Scendiamo avvinti agli avambracci come punti all’uncinetto. Buontalenti progettò la villa con i suoi accessi simmetrici, doppi e a zig-zag, dalla geometria regolare e spezzata, su ordine di Cosimo I, perché fosse la sua magione di caccia (oggi ospita il Museo della Caccia e del Territorio). Pochi giorni dopo sono davanti alla grotta del Buontalenti, all’interno del giardino di Boboli: figure zoomorfe e antropomorfe si animano dalle pareti, in stucco, svincolandosi dalla mota, fra stalattiti e stalagmiti; nella stanza di mezzo Paride rapisce Elena (allo stesso modo, di giorno e di notte, io rapisco te trascinandoti dentro la mia confusione, che è me), infine nell’ultima stanza la Venere del Giambologna celebra la nudità che è acqua, uscendo dalle acque di una fontana. Nella conformazione della grotta sembra che l’architetto abbia dato ordine al caos, al proteiforme che prende vita involontariamente e di cui siamo parte ma che dominiamo nel farne mezzo; allo stesso modo la Villa Medicea e questa caverna simboleggiano lo stato ferino della caccia e degli istinti nelle mani dell’uomo, fatti strumento. Sotto le rampe il giocoliere di strada tiene il suo spettacolo di sfere infuocate: le fa scivolare musicalmente, piano e forte, sugli avambracci, i dorsi, le lunghe unghie, i polsi e poi ancora, al contrario, velocemente, per non scottarsi. Sembra dominarle ma sono gli oggetti che ci contengono: l’aria, i vestiti, le persone e in astratto anche il sistema di valori, le istituzioni, i sentimenti ci proteggono dalla dispersione della vita come tappi, guaine, sigilli, ma se si animassero e smettessero di esercitare su di noi così tanta pressione? non avremmo quello che vogliamo? non potremmo riversarci, piangere e sanguinare? respirare fuori da una cassa toracica? non sarebbe finalmente l’occasione di toccarci e mescolarci riducendo le distanze? Ma forse non c’è tenerezza di mani per anime di vetro, per esse i ricordi e le passioni non sono che nuvole cariche di pioggia, come queste che ci vengono addosso, ma lontane. Forse serve una volontà ordinata che dentro cozza per mantenere perenne un fuoco, ed è avvilente come non sappia esserlo ciò che chiamiamo amore e che dovrebbe attecchire e resistere come la forza più ideale; e l’idea che altro è se non ciò che si vede per allucinazione in un intorno, la scintilla, il riflesso del metallo nello scontro; e i sentimenti che altro se non modificazioni di sostanze che quella provocano ma che in virtù della stessa forza non si esauriscono; per questo il piacere sessuale sparisce in un istante, poiché non ne abbiamo controllo, poiché non ha forma, perché non siamo noi che combattiamo, perché quella è la parte animale che contiene ma che non è contenuta; così sono gli esseri umani, in continua insufficienza, sempre una parte, sempre sull’orlo di perdersi, come dentro un ingranaggio e una bolla che fanno girare con i propri piedi ma che non riescono a raggiungere con le unghie per farla scoppiare; la sofferenza è la forza, la misura della capacità di continenza nella quale le emozioni, fattesi turbolente, rinvigoriscono; la vita non diversamente, l’impulso vitale, è tenuto dagli oggetti quanta più impressione su di te fanno, quanto più evidentemente aderiscano al corpo, ammesso che non si facciano troppo affilati da tagliarlo, forarlo; e poi esplodere, e riempire quella sostanza e non incanalarla, e io quanti strati ho e quali sono e di cosa sono fatti quelli permeabili o impermeabili e, se c’è, quale sia il livello di densità e di scambio nelle emozioni, quanto possa un capro sbattere le corna allo steccato senza rimanere incastrato fra le assi, nelle maglie della rete, senza morire. Alla rete dei campi da calcio, con le dita aggrappate a fili di ferro rivestiti di vernice verde, scrostata, con gli occhi di un orso nella trappola, lungo i treni in partenza con la loro pelle di pubblicità, quanti strati ho? e dov’è che fa male l’epidermide, fuori o dentro? Me lo chiedo, e non so, e le cose non rispondono e se ne stanno tutt’orecchie come piccole scimmie sceme con i piatti. Alla superficie di ogni cosa provo così tanta passione che mi fa dire che “non importa”, non importa più che tu ti sia nascosta dietro la banalità del male solo per essere banale. Poi urla, grida, risa. Anche gli artigli ritratti del gatto sono piccole radici, e tutto rinasce. Non vedo l’ora che finisca il Natale: è come qualcuno che venga a svegliarmi dal torpore per dirmi che ritorni e che non riesce a convincermi che non torni da me. Intanto scrivo un biglietto di auguri per il tuo compleanno, mamma. Il tredici dicembre hai compiuto ottant’anni. Ho acquistato quattro biglietti per due spettacoli al Teatro della Pergola (quante volte ci sono stato nel corso di questa vita! e che dolcezza pensare agli amici, agli anni del liceo! tutti andati per sempre), quattro biglietti perché qualcuno ti possa accompagnare, ma non so per chi oltre a te (non io, rovinerei le tue serate); e sapevo già cosa avresti risposto, che non ci saresti andata, che non ci era mai andata neppure con nostro padre, ma mi ero illuso che saresti stata felice, almeno un po’. Danno “Il Berretto a Sonagli” di Pirandello con Gabriele Lavia e poi un classico di Goldoni “La bottega del caffè” con Michele Placido. Mi faceva piacere pensare che avresti fatto qualche sorriso, che avresti assentito sorniona quando ci sarebbe stato da dare una giratina allo strumento, alla “corda civile” per cercare di dissuadere Beatrice dallo svelare la tresca del marito, il cavalier Fiorica, con Nina, la moglie del suo scrivano Ciampa. “CIAMPA: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. (Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l’indice e il pollice una chiavetta, fa l’atto di dare una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra). La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. – Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. – Non si può. – Io mi mangerei – per modo d’esempio – il signor Fifì. – Non si può. E che faccio allora? Dó una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: «Oh, quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”. Scrivo gli auguri con mano incerta, sul volante dell’auto, con una penna di fortuna, al buio, poco prima di consegnarti i biglietti; penso di scrivere in stampatello così che tu riesca a leggere – “un piccolo regalo affinché tu possa passare qualche ora speciale” – ma poi è troppo impersonale, e allora scriverò in corsivo – penso -, eppure è questa personalità che non puoi capire, che non hai mai capito; e forse non riusciresti neppure a leggere tanto è involuta la mia scrittura. Apri il biglietto ma non leggi e lo riponi sullo scaffale; mi giustifico – “non importa” -, penso che in fondo, anche volendo, ti mancherebbe la vista su quel viso distorto, di prugna. Un fischio, uno scalpicciare veloce di scarpe, l’acqua sotto le suole, l’acqua che corre sull’erba e sui gradoni della tribuna, e nella memoria un lampo della sagoma notturna della torre idrica del Chianti. In quel parcheggio, sotto la torre che accumula le acque, per un attimo ci siamo ritrovati. Sorridevamo. Ridevo sotto al fiato caldo e di vino che mi annebbiava la vista. Una particella del nostro vapore potrebbe essere ancora là dentro, nella cisterna. Poi torno in me e silenzio; dalla rete dei campi da calcio i calci dei bambini alla schiena pigra delle cose e le nuvole dei loro, dei nostri respiri.

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cara anima, a cui insonne fino a tardi
fa compagnia il pensiero della morte;
quando è notte e tremi e sola parli
prova a tirare i capelli al giorno,
a cercare, seppur con spavento,
quell’ombra a fil di luce
che passa fra le porte

fruga con cura nei pertugi
l’allucinazione di un corpo
che indugia e ti conduce
lungo i rebbi delle cose mute;

possa l’immaginazione forzarne
l’abbaglio nelle poche parole
che siano il limite del dolore;

soffiandole su quella cute
di luce, fatti forza e ricorda:
non conosce euforia di tagli
Venere che pettina Amore.

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e un’altra volta ci siamo ritrovati per celebrare le nuove distanze, nella chiesa dell’ex convento camaldolese di sant’Apollonia, a Firenze. Alla martire furono cavati i denti, ad Alessandria d’Egitto, nel terzo secolo dopo cristo, durante la rivolta dei pagani contro i cristiani. Anche questo esistere qui sembra essere qualcosa del genere: cavarsi il dente dei cambiamenti, delle vicissitudini di come la vita si svolga, uccidersi nella memoria del dolore dell’abbandono; ma anche sollevarsi, rendere prosaici i vecchi addii reiterandoli, in modo che facciano meno male, che provochino una minore impressione. Delle tenaglie in oro sono state intagliate sul soffitto a cassettoni della chiesa, azzurro, a eterna memoria. Vicino si allarga il chiostro della Badessa; sotto i portici è stato allestito il pranzo. I camerieri si muovono indaffarati, tenendo con una mano i vassoi, vuoti, all’orlo, senza guardarti in faccia. Tira un vento freddo sulle erbacce che disseminano il prato, verde, giallo, a chiazze. Il cielo è fosco, impaziente. Vecchie scritte con la bomboletta spray sono state tracciate sull’intonaco, rosse. Non riesco a decifrarle: caratteri che somigliano a cerchi di fuoco per leoni, al circo. Sembra impossibile siano state lasciate ai muri, in un edificio storico di tale importanza, di tanta bellezza. Le persone si sfiorano, si urtano, si abbracciano, si scansano, e qualcosa mi si sposta dentro come una marea che non si governi. Oltre le pareti, a poca distanza, le luci illuminano fioche il grande affresco dell’ultima cena di Andrea Del Castagno. Giovanni dorme ed è come se questa mia sensazione di sospensione fosse il suo sogno. Due sfingi, corpo di leone, ali d’uccello e volto di donna, segnano il confine alle estremità della panca su cui siedono gli apostoli. Giuda, al centro, alla destra di Cristo, dall’altra parte del tavolo, barbuto, ha lo stesso profilo di un satiro. La scena, ambientata in un triclinio, mi sembra raccontare l’eterna lotta fra bene e male, il conflitto di chi tradisce e di chi è fedele, con l’amore e il dolore che ne consegue, la sofferenza e il piacere. È una raffigurazione drammatica, in cui l’enigma è a portata di mano, sul limine ideale che separa la vita vissuta ed esperita da un ideale desiderabile che è pura aspirazione. Giovanni dorme, beatamente; ha bevuto troppo vino, o semplicemente non gl’interessa sapere, ed è meglio così. I fiori sbocciano ovunque fra gli scranni, allargano i petali, bianchi; alla pareti tarsie marmoree realizzate con una policromia violenta, espressionista: marezzature ctonie che spaccano la terra, venano le galassie, intorbidano l’universo, lavico. Il pittore fiorentino ha rappresentato in quest’affresco l’esistenza, penso, e in essa quella parte consapevole che non non sappiamo chiamare se non “storia”, uno spazio da cui in fondo siamo esclusi e al quale torniamo a partecipare soltanto nel momento in cui tutto è finito, come si torna alla vita dopo una celebrazione. Giovanni è giovane, è un uomo, oppure è una donna; Giuda sbircia sul suo collo bianco, con concupiscenza, lubrico; Gesù invece benedice, incrociando le dita, confidente, con un gesto apotropaico contro il male: Giuda, l’aquilino; osserva anch’egli Giovanni, o è androgina la Maddalena? e non so cogliere se ci sia sorpresa, insofferenza o benevolenza nel suo sguardo: sorpresa per i forti che si credono deboli, insofferenza per chi non sa ascoltare il male (nell’iconografia cristiana Giovanni poggia la testa sul petto d Gesù – “in verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” – a chiedere chi sia che tradirà), insofferenza per chi sogna e non sa affrontare la crudeltà o, allo stesso modo, ancora benevolenza per lui, o forse è lei, dal collo bianco, che ora dorme e sogna. Non è diverso il nostro convito di oggi da questa scena intonacata, e forse è a questo che serve l’arte: a farci capire il senso delle occasioni, a spremere il succo delle contraddizioni in ciò che stiamo facendo, a essere consapevoli e sempre presenti a quello che è stato, al garbuglio delle proprie emozioni, alle persone, alle sospensioni; e al fatto che tutto passa, e che non si tratta di non farcela perché si é deboli, ma tutto il contrario, perché si é forti: nell’impulso vitale di ciascuno di noi, di chi carezza, concupisce, mastica, sogna, dorme. Ogni cosa in fondo è un mezzo per agire sulla realtà, per consumarla e poi chiudersi in se stessi: aprendo mani, braccia, bocca, gambe; e ogni estensione, ogni soddisfazione, ogni raggiungimento è una misura. Milioni di passi e abbracci ci separano adesso da coloro ai quali eravamo così vicini, e invece pochi, uno tre cinque, da tutte queste persone che mi sfrecciano accanto e che nel frattempo sono state così lontane, ad ogni angolazione. La verità è che utilizzo ogni esperienza, ogni scheggia di realtà per pensare a te, per tornare a te con nuovi colori, da diverse prospettive, riprendendo il filo del gioco, così da consentirmi di vivere; e questa non è una sala di corpi ma un bosco di tronchi dove ci siamo persi e ti chiamo, e nel quale mi sento vivo perché di corpo sto cercando il tuo. Un’identità e un corpo in fondo si tengono insieme solo se trovano superfici abbastanza consistenti da non lasciarsi disperdere; ed è la tua ricerca e la carica che conferisci alla superficie di ogni occorrenza a rappresentare per me una tenuta stagna alla delusione, all’irrealizzato, all’insoddisfazione. E come te, che vivi laggiù, lontana, e certamente avrai messo sù il tuo piccolo orto casa, la tua barchetta di legno intessuta di buoni propositi e convinzioni sulla sostenibilità, tra un volo e l’altro di pensieri, da questa piccola città alla grande mela, dallo Space Electronic all’Electric Circus, ormai chiuso, nell’East Village, fino ad oggi 13 novembre 2022, al Cinéapolis Luxury Center, dove sorridi, un po’ impacciata, alle domande degli spettatori; come te, anch’io qui ho il mio paesaggio radicale, anche se ormai solo della mente: vi si sorride poco, ma a volte mi convinco che non ci sia bisogno di esternazione e clamore o addirittura allegria per ricondurre l’eccezionale al prosaico. E quale sarà mai il senso: se i paesaggi radicali siano quelli che mettono o che strappano radici, o luoghi che abbiano l’intransigenza delle scelte fatte, che maturino in sé un po’ di bellezza a costo di tanta crudeltà. Nella mia testa, attraverso gli occhi: premi dentro di me, nell’intercapedine dove la vita s’alza e s’abbassa; premi su di me, verso un occhio che è un piccolo spiraglio, un organo tanto brulicante che ti chiedi come possa non cambiare; ma forse ogni cosa, anche un occhio, ha un segreto che tiene, che esiste anche dove ciò che si cattura si perde, come in un fuoco di crepitii, in una vita di addii, nel passare di queste persone che sorridono sopra lo straboccare della delusione. Il mio pensare a te non cambia, si muove continuamente con la stessa mutevole forma, come i gesti in una individualità. E credo che la perseveranza degli affetti e del ricordo sia il campo d’espansione nel quale prima o poi riuscire a sentirsi; in esso non c’è peccato né tradimento, non c’è accadimento che non trovi pacificazione. Giovanni dorme e sogna, nell’affresco del refettorio di Sant’Apollonia, realizzato alla fine del quattrocento da Andrea Del Castagno, pittore fiorentino; poggia la testa su un lenzuolo bianco; chiudendo gli occhi, tappando le orecchie sconfigge i trionfi di Cristo, la malignità di Giuda. Sopra Gesù, che si piega a guardarlo, ambiguo, la terza tarsia marmorea produce un’onda di forze che ripercorre il profilo della schiena di Giovanni, terminandola in una spaccatura formata da bande di colore concentriche che aprono a una galassia di senso, a un trasferimento che riassume tutto in un altrove dove il rito e il significato nasconde la sua essenza. Dentro di me tutto è risolto della battaglia. Un’essenza non può che essere lontana dove non si trovi pace. E l’amata, l’amante non sono altro che i due aspetti surrogati della vita che è, di quella che si aspetta e non sarà; il reciproco allentarsi di paura e desiderio. In mezzo alla folla, sotto il portico del convento, così piccolo e basso da soffocare sotto le schiene altrui, rivestite di giacche pesanti, sensibile al tanfo del sudore dell’umanità, della mia propria, e al fetore dei sorrisi dai denti marezzati di cibo degli astanti, mordo, articolo parole di circostanza, trattengo la minzione, mi annoio; faccio tutto sopra il ricordo della tua nudità, un po’ tozza, lignea, proporzionata ma dionisiaca; e poi eccoti, un’idea, i tuoi capelli a ondate, gialla come un cipresso, e noi in quella stanza con te che dai le spalle alla luce come dal fondo di un pozzo, e il tutto brutale e gli spigoli che si muovono all’assalto; ma veramente guardavi me, così invisibile, sognante addormentato? era la luce al principio del cielo che ti penetrava da dietro come nell’affresco quella di lato del Falterona? Ed ero proprio io nella tua camera come un eunuco costretto, come un’ostia sfatta? Mentre percorro il dromos che porta al tumulo etrusco di Montefortini dove passo un’altra Domenica penso al tempo, a te, alla sacralità del tutto, alle impressioni, all’ubi sunt delle poesie a cui mi appassionavo a scuola. Mio padre mi ha insegnato a dipingere i cipressi gialli da piccolo, con le tempere, picchiando le setole del pennello forte sulla carta; li facevamo tutti giovani, mi accorgo ora. Chissà quanto di quel colore bisogna consumare, per morire.

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guardo il Tajo nel mattino incandescente, affacciandomi dalle finestre del colonnato sulla terrazza del Miraduro di Santa Luzia, nella città in cui si perse ogni fondamento quando il primo novembre millesettecentocinquantacinque una forte scossa di terremoto, e poi un maremoto, distrussero gran parte della città di Lisbona, uccidendo decine di migliaia di persone. Le case degradano da sinistra, inseguite dal Castello di São Jorge, imponente, fino ad Alfama, col suo intrico di viuzze che mi ricordano la magia dei paesi sui porti nei dipinti di Ubaldo Oppi: un labirinto di vite che ora sono mie, per un po’ sospese, ma che non conosco. Quante stanze, quanti angoli e strade, scorci d’ombre e sole! Quanti sopravvissero, quanti furono sopraffatti dal mare, dalla terra quel giorno. Oggi come allora anche i vivi sono inghiottiti là in tanti modi: nelle cabine precise come fori di risonanza delle grandi navi da crociera, attraccate al porto – immagino di poterne sentire la voci -; nel vano della stanza dell’artista che appare al balcone con l’organetto cantando Frank Sinatra, ad occhi chiusi, rapito dalla passione: recupera il lento secchio di pochi spicci appeso con una fune alla balaustra in stile liberty, in ferro battuto, del balcone, poi sparisce al buio della propria camera di marijuana; “all of me”, e se lo dico penso tutto di te, non di me, e ti sento ma non so come e con che cosa e se ne sia la mente capace se non c’è più il cuore: “your goodbye / left me with eyes that dry / how can I / get along without you / you took the part / that once was my heart”; le sento le esistenze inghiottite, nella musica dei suonatori di fado che chiudono strascinando le note con un sorriso triste; nelle vite di chi vive la propria vita che comunque vada è un destino di solitudine. Tutto di me e tutto di te in ogni cosa e di ciascuna vita in ciascuna cosa, come di questi locali bianchi i negozianti di ceramica artistica, indaffarati a produrre i celebri azulejos, proprio dietro, a poca distanza da quello sulla parete del monastero che racconta la storia di Martim Moniz (durante l’assedio di Lisbona, nel 1147, interpose il suo corpo, sacrificandosi, per tenere aperto il passaggio che consentì ai cristiani di rientrare in città e sconfiggere i musulmani): file di mattonelle numerate, geometrie blu, sardine dalle variopinte decorazioni floreali, appese, appoggiate alle pareti; la storia è la vita e la vita fa la storia anche qui, persa con eroismo offrendo il proprio corpo alla volta di una portone che protegga una fortificazione, ma anche dove si facciano piccoli segni, decisi, su cui i volti s’illuminano, s’adombrano alla luce di una lampada, e nei giorni si perdono piano. Si dipinge, si scrive, si suona per nascondersi, per creare un pergolato sotto cui ripararsi, accanto a qualcuno, per ancorarsi, al fresco di una casa intonacata, in un ricordo. I miei qui si aprono come fisarmoniche, ad ogni passo sdrucciolo sulla calçada portuguesa, fra momenti di spensieratezza e di inquietudine che mi fanno temere di sparire al prossimo istante, come una di quelle piccole pietre quadrate che compongono il mosaico illeggibile della pelle della città, divelta. Come sono attaccato alla vita e quanto mi ripugna esserlo! come lo sono a tutte quelle cose che ho sciupato! a tutte quelle che ho paura di toccare come lo scolaro più impressionabile il cuore del maiale nel laboratorio di anatomia. Quanto ho paura dei tuoi seni sfibrati che cedono, quanto schifo e rabbia per i capelli perduti a terra, aggrovigliati a intasare i tappi a griglia del lavello dell’acquaio, del lavandino. Vorrei essere molto più lontano o ancora più vicino così da non vedere, ma non sono mai alla giusta distanza. E non ho pace: a casa i disegni si staccano dalle mensole cui li abbiamo appiccicati insieme col nastro adesivo; i libri si opprimono sulla scrivania, tagliandosi a vicenda, con i bordi delle pagine, lame affilate; le cose mi feriscono irrisolte passando troppo distanti, sfuggenti, vicine, lasciandomi le mani in tasca, la pancia sulla pancia. Se cammino, spesso il corpo è solo una maschera con dei fori e posso dimenticarlo: e sono una realtà, una sostanza che è uno specchio fluido dove deformarsi; ma poi la presenza torna nei bagliori delle mani di un insonne che batte la stanza nella notte, in rua de Glória, lungo la circonferenza, e ha un terremoto dentro al petto e si chiede com’è che si senta il battito di un cuore che hai tu. Abbiamo affittato un grande appartamento all’ultimo piano di un edificio situato su una delle rampe d’accesso principali che portano il tram al bairro alto. Mi sveglio e cerco di non farmi sentire, di nascondere quell’ansia che mi fa sbattere ai muri. Il problema dell’ansia è che non ha un vero oggetto in termini di motivazione, e neppure puoi giustificarti nascondendoti dietro la rivendicazione della percezione della precarietà degli affetti e, per analogia, di tutte le cose: non è comunemente comprensibile ciò che è così ovvio e banale; o almeno così è naturale dire. Salgo le scale fino alla terrazza all’ultimo piano, quasi un rooftop (come i tuoi) a cui si accede da una portafinestra bassa, da gnomi: una pioggia lieve è la partitura del cielo; la vita si rannicchia come un topo, scoscende con uno scrosciare, rosicchia le case, le strade, i cortili. Ripenso ogni singola giornata, questa di oggi e le altre, ogni singolo gesto, e mi meraviglia quanto ciascuno somigli ad ogni altro; e tutte le persone che ho conosciuto e le espressioni e le esperienze che ho vissuto è come se fossero scie di un vivere su una superficie impressionabile e che la vera bellezza stia in questa disfatta di luce, nel lampo, in un nido fragile di sterpi tessuto di parole, di risate, sospese lassù, sulle telecabine della funivia del Parco delle Nazioni che si snoda dal Passeio de Neptuno fino alla Torre Vasco da Gama. Avvistamenti di pantagrueliche meduse (a volte sembra che ci siano esseri viventi in cui la vastità abbia confinato tutto il dolore); sbandati che recuperano ciclopiche lenze. Edifici dismessi, mercatini di fortuna a galla sull’indaffararsi di uomini e donne emaciate, dagli occhi vitrei e con il fuoco nelle vene. Guardo fuori e cos’è che sto fingendo? quale realtà è autentica se posso distinguere l’allegria fuori da quella dentro, se queste sensazioni non sono un tutt’uno ma solo si somigliano? e così penso che probabilmente dentro di me c’è solo una tensione che in quella esterna trova pace o guerra; come in te, nel pensiero di te, cerco un dolore che mi avvicini a quel dolore dentro. Perché forse è proprio il centro delle distanze ormai incolmabili a non svanire. In fondo non posso vivere se non per mancanze e per illuse appartenenze. E mi viene in mente quella poesia impressa sul segnalibro nello scaffale del piccolo negozio di cianfrusaglie per turisti, scoperto per caso nella salita verso il castello di São Jorge, acquistato assieme a tre piccoli portachiavi che fanno tintinnare all’unisono le stampe in metallo di un cuore e di tre carrozze colorate del tram: “the poet is a faker / who’s so good at his act / he even fakes the pain / of pain he feels in fact”. L’ho regalato a te quel libro, a cui tenevo tanto, e che tu hai tenuto chiuso sul comodino, chissà per quanto, ma adesso non più. Era “il libro dell’inquietudine” e te l’ho dato allora fingendo di liberarmene in parte, come un diario segreto da condividere, e che oggi m’illudo tu conservi così da poterci scrivere ancora. Alimentare il dolore sarebbe poter fare di più di noi stessi. Ma sono certo che l’unico dolore che si possa capire sia quello gemellare, della carne condivisa, e noi alla fine non eravamo fratelli neppure di sesso; e non è forse solo un rapporto carnale che cerchiamo negli amanti? non si tratta anche fra essi di corpi in fiamme che si avviluppano e si dividono mentre le emozioni e i pensieri ne scaturiscono come le scintille? di cadaveri di fratelli sul campo di battaglia, cosparsi della stessa storia e dello stesso sangue? Non c’è amore dove non ci sia ossessione di corpi! Tutti i sentimenti autentici sono ossessivi: così è la vera umanità, e l’egoismo è in realtà di quelli che i sentimenti li stritolano come noci in uno schiaccianoci; mentre il rifiuto dell’impossibilità, dell’assurdo, qualunque cosa dicano, è il rifiuto di se stessi. Amare è non essere disposti a lasciare, non poter smettere di odiare. Amare è accogliere l’inquietudine, raccogliere i capelli a terra. Eteocle usurpò il regno del fratello Polinice che gli mosse guerra. I due morirono uccidendosi sul campo di battaglia, ma solo uno di loro fu sepolto. La sorella Antigone sfidò Creonte affinché Polinice ricevesse onorate esequie ma, condannata a morte, si suicidò prima di vedere le fiamme delle pire adiacenti dei due fratelli separarsi perfino mentre le loro spoglie venivano bruciate. I veri fratelli si odiano anche nella morte per rispetto della carne; i veri amanti lo fanno in vita, a costo di quello stesso odio, di quella stessa morte. Così, anche se ti amo, se ti odio, so che l’amore tuttavia non era, e che mi hai dimenticato; e che questa vita, per questo, può continuare, senza la vita, che nei corpi come all’inguine si dispera. È ora di tornare, l’aereo ci aspetta; guardo il cielo e quanti altri aerei e scie che l’attraversano! Ogni volta che le vedo il ricordo di te sopraffà il ricordo di te. Sto seduto sugli scalini d’entrata alla navata centrale della chiesa del convento del Carmo, a Lisbona; è l’ottobre del duemilaventidue, il tetto crollò durante il terremoto del millesettecentocinquantacinque: gli archi gotici, privi di volta, sorreggono le nuvole, instabili, scostanti. Dopo il tragico evento la regina Maria I ordinò che la chiesa fosse ricostruita, ma l’opera non fu mai completata, e nell’ottocento, in pieno romanticismo, si pensò che il monumento fosse più bello e poetico lasciato alla sue rovine, come una barca in panne in mezzo alla tempesta in un dipinto di Aivazovsky. Sono anni che non ti vedo ma non è cambiato niente se non ciò che si struscia adesso per caso sui gomiti. Sulla zattera della medusa alcuni sono morti, altri hanno mangiato gli altri: anch’io sono sopravvissuto così? Le chiome degli alberi si vestono di migliaia di cucchiai di metallo: catturano, inghiottono la luce. Anche se tutto cade, si fonde e si travolge, su tutto ciò che non finisce comunque il cielo resta. Osservo ed è un altro modo di toccarti. Nei sogni hai il mio stesso inquieto, azzurro respirare.

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Ho sognato una poesia già scritta:
l’ho vista dall’alto, comprendendola,
con tutti i versi; era bella nella forma
del tuo corpo addormentato.

Capelli crespi erano la calligrafia
e rime gli occhi, i seni, le braccia
i fianchi, le gambe, i piedi.

Era scritta nella lingua dei muti,
mimava lussurie in volute di dita.

Possedeva nello sguardo lo scempio
molle degli amanti non corrisposti.

Bendati di sacrificio i seni
ne raccontavano la passata pietà,
la promessa, il nutrimento.

Le braccia e i fianchi inarcavano
reciproche carezze,
le gambe e i piedi alitavano
allitterando il rumore dei tuoi passi.

E anche adesso che sei svanita,
che è fuggita la gioia che nuda
donasti dal pietoso seno al prigioniero
(io il vecchio Cimone, tu la figlia Pero);

anche adesso che finito è il sogno,
pur sempre alle estremità
sui bordi dell’assenza
la poesia resta,
ferma come una libellula
sulle punte sottili
sui fili d’oro dei desideri;

e nelle scintille ardenti dell’apoteosi
del focolare della notte
comunque ancora brilla la tua chioma,
Berenice, e con te dal cielo in terra
muove la musica traditrice
di chi in un soffio ti perse:

è uno squillo di minuscoli monili
che ha un’ineluttabile dolcezza,
è un tintinnio d’orecchini
sui delicati flauti del vento,
ogni giorno che trascorre
è un sistro che accompagna
questo freddo inverno;

ad ogni istante è per me il sonaglio
di come si lega il piccolo all’eterno.

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