Guardi l’alba ad oriente al mattino ma non vedrai meglio, perché sei già cieco, e non riuscirai a fissare i ricordi. Non hai nessun dio. Non senti il bisbiglio argentino del sistro. Degli stratagemmi non riusciranno a materializzare il desiderio dell’irraggiungibile. Continuerà ad alimentarsi, condensato e riproposto nei palliativi di ogni giorno; superficiale ed irrispettoso, ma non per questo meno intenso, doloroso. E non servirà sciorinare tutte queste frasi fatte come i ventagli di tante vecchie in chiesa, inginocchiate sulle panche, snervate, disossate, scarnificate, con l’alito pesante; e non voltare mai pagina, non far forza sui pedali, non imparare mai una parola di quello che recita la Bibbia pur di poter continuare a biascicare, fantasticando di finire all’inferno. Puoi riempire quanto vuoi, non ce la farai. La scatola è sfondata. È desolante come ciò che è represso prenda corpo solo in manifestazioni sterili, fini a se stesse, avvilenti, come qualche parola forbita su un blog, l’ostentazione di una capacità, la gratificazione per la via più breve, la costruzione articolata e pomposa di una storia. Nelle piccole codardie di ogni giorno dimentichiamo tutti il principio di realtà e diventiamo i martiri del piacere, asceti in preda a fobie o lascivie allucinatorie, pieni d’ingegno; vacillando sulla buona riuscita di una messa in piega, su un graffio alla portiera dell’auto nuova, sulla sostituzione della carta da parati, sul bisturi del chirurgo estetico. È doloroso non essere desiderati, ma è la fortuna più grande che possa capitare se non l’hai mai provato. E non c’è mai nessuno che abbia il coraggio di scopare sua madre. Perché è questo che vogliamo quando i contadini dissodano i campi con l’aratro; questo che vogliamo quando il norcino è indaffarato ad insaccare: mettere un punto, portare a termine qualcosa che funzioni senza intoppi perché l’hai deciso tu, senza aspettarti castighi o ricompense, qualcosa che tenga senza orpelli, come un nipplo che fissa i raggi di una bicicletta al loro cerchione, mentre la ruota gira. Raggiungeresti la stessa concentrazione e gioia dei pochi attimi in cui guardi avanti e raccogli le braccia e ti dici “siamo qui”. Si è soliti affermare che la perfezione annoia, ma è solo perché non siamo in grado di raffigurarla, perché l’esistenza non l’ha concepita. Noia alle parate, noia ai funerali, noia negli ospedali, noia al ristorante, noia al battesimo di un figlio. Niente è così reale di non sapere come ci siamo scoperti ad un certo punto dell’esistenza. E se si mangia, se ci si alza da letto, se ci si veste, è solo per paura; come un gruppo di donne emancipate che si facciano volontari tagli sulle braccia con uno spillone da calza al cospetto di un Giuseppe evirato. Perché la bellezza è troppo, e non possiamo concedere quello che non siamo senza farci a pezzi, in modo da nasconderci aprendo nella carne delle vie d’uscita. La bellezza va propiziata senza avere rispetto per se stessi se non in quanto morti. Poi, quando il sole ti calpesta ed è la stessa ora, di nuovo giubbotti sopra giubbotti, preservativi sopra preservativi, ciuffi neri sulla faccia, grappette ai documenti, graffette ai cavi elettrici, emo a piangere nell’angolo sporco di una stanza, spille sui risvolti dei pantaloni, dentiere alle gengive di mio padre, calli sui piedi di mia madre. Bozze, schizzi d’uomini con le teste piccole ed il corpo enorme; sculture, copie non riuscite e vive della realtà.
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Quelle poche ore sono già trascorse. Sono stato a tavola, conversando amabilmente, sforzandomi un po’ di sorridere fin quando il vino mi ha concesso di essere più sincero. Alla televisione trasmettevano “Il diario di Bridget Jones”, con la protagonista stretta nei mutandoni di mia nonna. Molto divertente. E come hai riso. Ma nel momento in cui ho allentato i freni, non ero più lì. L’intelletto possibile ha cessato di essere possibile e le cose si sono annoiate di essere le cose. Mi sono trasformato nel tipo del piano di sopra che scalpiccia sconnesso sul pavimento, tentando inconsapevolmente di sprofondare nei festeggiamenti. Sulla sedia qualcun altro se ne stava immobile, ritto e rigido come un attore fra gli amici diventati immaginari, con una luce di commozione nello sguardo e le lunghe dita perfettamente distanziate sulla stoffa lanosa dei pantaloni, i palmi delle mani madidi di sudore. Nella stanza aleggiava un vapore caldo, una leggera nebbia tropicale; e sull’altare sostavano una ciotola condita dei tuoi ricci, una pentola infernale bollente di pece e uno sguardo sulla pace di un campo di battaglia. Abbiamo mangiato resti umani, facendoci largo fra cotte di maglia e lance affilate, spelluzzicando con i nostri bastoni da funghi, squarciando la crosta in modo un po’ goffo, succhiando le antennule e inghiottendo le interiora, come lumache. Ma una cena non è solo questo; è una qualunque delle viste sulla conduzione dei fatti, un’escursione nelle sensazioni del passato che richiede un equipaggiamento specifico ma non esclusivo. E ogni cosa va coniugata al presente. Abbiamo nelle mani forchetta e coltello stavolta, ma non va spesso così. Il caso ci sorprende e ci scopre inermi. E l’inesperienza quasi sempre produce spietatezza, perché è tutta volontà senza consapevolezza. La non padronanza dei mezzi comporta l’abolizione di ogni titubanza e non ci si accorge di star passando da una schiavitù all’altra manovrati dall’illusione di aver trovato finalmente la libertà o un nuovo amore. Ma una diga con una piccola falla non è diversa da una barriera intatta, come un coniglio che corra tra le zolle di un campo resta sempre un coniglio sotto al cielo. Nel frattempo una falena picchia la testa sulla luce al neon, tentando di infrangere il vetro. Non è estate, anche se le tue parole producono lo stesso friabile ronzio delle ali di un maggiolino. Passo le dita fra le tue elitre soffici, nero castane, mentre te ne stai un po’ ingobbita con i gomiti stretti poggiati sulle lenzuola. Sei elegante costretta nel tuo corsaletto nero; consapevole, attenta e impaurita delle tue forme perfette. Riuscirai ad uscirne? Aggiungo vino a vino. Ho acquistato un buon pasiteo di Montalcino per rendere docile la mia indolenza, dieci euro e novanta alla Coop. Basta poco in fondo. Ci sei andato con le tue Nike bucate perché nei giorni di festa ti difendi tornando te stesso. Ti nutri di gemme. Tocchi tutto come se gli oggetti fossero così semplici da impugnare, ordinari come pagare la bolletta, obliterare il biglietto sul tram, passare gli articoli sul lettore ottico dei codici a barre alla cassa del supermercato. Perché non è facile allo stesso modo anche per me? Cerco di eradicare ogni cosa e finisco per essere tagliato fuori dagli sguardi che ci legano, dalla conversazione che unisce tante bocche. Una smania indefinita prende il sopravvento, ogni opportunità è una fatica e, distratto, ti impegni ad inscenare il meta-teatro di te stesso: poter aggiungere qualcosa al niente che articola la tua lingua, un’epitesi che ribalti la locuzione, che riesca a penetrare come solo un fallo sa fare, l’unico ad essere ancora coscientemente iper-reattivo. E finisce così, su un corpo nudo, eiaculazione dopo eiaculazione, nella bocca, nell’ano, o nella fica. Domani è un altro giorno di lavoro.
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Approssimazione è precisione. Per questo l’affermazione che ciò che è, esiste, non ha alcun senso. Solo questione di parole: ciò che è, è, ma non esiste; se non in quanto è, ha luogo, è grossolanamente verificabile. Stasera, trenta dicembre, questa casa sarà solo per noi; così domani: tutto si ripeterà come tutto sempre si ripete e gli daremo l’ultimo ingannevole significato. Non hai ancora deciso cosa sia più autentico: se l’importanza che attribuiamo alla gioia o al dolore. Ma resta il fatto che succede, e si può fare a meno di ogni sovrastruttura, senza stare a scomporre e ricomporre i piani; basta riuscire a prendere in giro se stessi e gli altri. I segni sono sempre quelli, dall’inizio dei tempi, se c’è un inizio; come i tasselli di vetro e le lame d’argento su cui abbiamo camminato nel piccolo cosmo di piazza Guidi, a Vinci, soffusi del chiarore delle dodici punte della stella tridimensionale, nell’ombra dell’uomo leonardiano. E ogni fuoco che si accende, il suono di un campanello, una porta che si apre, un canarino nella gabbia, un uccello che si alzi a fatica, il seme nella vagina, ne sono solo manifestazioni transitorie e comunque vada, ripetibili. Ho sempre associato i segni ai graffi; forse perché le prime testimonianze di scrittura sono incisioni. Ogni segno, qualunque sia, ha origine nella violenza e rappresenta sempre un misfatto. È vero che certe cose non si possono cambiare, perché sono troppo squallide perché tu lo possa fare; e mi fa star male accorgermi di come si possa travisare un riferimento a ciò che è stato con una questione personale. Si notano subito le pretese quando ti senti minacciato, ma è più difficile vedere le persone che ci sono dietro: dieci giorni all’ospedale, fuori di testa, senza che si sappia o che a qualcuno importi. Potresti morire, e nessuno sarebbe in grado di trovare la tua lapide. Però ricorderai quello che volevo. Strana ironia. Stasera ci dedicheremo del tempo. Solo una, due ore; per spostare una pallina sull’abaco, un’asta di una lettera su un foglio, un rimorso dalla coscienza. Poi sarà di nuovo tutto immobile e più meschino del solito. Ci occuperemo d’altro, di andare avanti. E chi sarà poi mai questo “ci”; siamo noi? Siete voi o io? Le cose che c’interessano? E davvero sono queste, o stiamo solo rubando al resto, fingendo di regalare per sentirci migliori? Si dedica una cosa, si fa una promessa, e poi ci se ne lava le mani. Questo è andare avanti. Non far caso a chi rimane indietro. Funziona così per tutti; anche per me. Non soprattutto; anche per me. Nessun biasimo. È l’animo umano. Ma resta il fatto che alcune persone brillano per insensatezza, cattiveria, narcisismo, egoismo, insensibilità, stupidità, opportunismo. Malelingue che pugnalano pur di non rischiare una semplice carezza. Tu, senza più sonno, non riesci ad accettarlo, a fartene una ragione. Nessuno si azzarderà a farti cambiare idea, se non a parole, se non richieda toppo tempo o impegno da rubare alle proprie nuove ma provvisorie occupazioni. E ciò che hai detto, ciò che hai scritto, è solo un’aggiunta inutile; è solo altro in cui ciascuno cerca e trova esclusivamente se stesso.
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La scrittura non può svelarsi in presenza. Solo senza cenni di scusa si è capaci di guardare, e senza espressione. Non c’è alcuna verità in qualsivoglia riga d’inchiostro; puoi scegliere il numero esadecimale che preferisci: ma la realtà è gretta, cruda, muta, senza intelligenza e ritmo. Una penna è la sola cosa che può sfuggire agli oggetti che condividiamo, perché è un mezzo che semina una caritatevole falsità, per cui è difficile sbarazzarsene come l’arma insanguinata di un delitto. Ti osserva ora dal fondo del canale che costeggi quando ti concedi del tempo per stare con te stesso nella piccola pianura padana dietro casa. L’hai buttata perché serve solo ad edulcorare, fingere, verniciare, coprire; fasciare come un asciugamano il culo di un bambino che si cambi il costume sulla spiaggia, vergognoso, fra smorfie e lamenti. Una volta mi hai chiesto con curiosità cosa avrei scritto di te se un giorno non ci fossimo visti più. Bè, ecco qua; quel giorno è arrivato, e questo è quanto. Spero serva ad esorcizzare i miei fantasmi. Forse è giusto che tu lo conosca; anche se il tuo ultimo regalo è stato l’indifferenza. Ma su questo schermo non ha importanza: pure qui tutto può avere un inizio e una fine. Sembra incredibile che le possibilità vengano negate anche a ciò che è rimasto fuori dalla conclusione, che non si è adattato alla regola delle nostre uscite clandestine, che è rotolato, non visto, sul fondo della scarpata. Ecco perché era diverso, libero dalla sporcizia della coerenza, impossibile da incollare: non c’era carnalità neppure nelle gocce di sudore sul tuo corpo o in quelle di pianto per il dolore della prima penetrazione dell’ano. Nessuna gelosia. Ogni regola da infrangere e ogni peccato desiderabile; ogni costume offuscato e sconfitto dall’opportunità di poter passare del tempo insieme, parlare, fare l’amore. E la bellezza che c’era nella certezza che niente fosse personale. Era la sola libertà che ancora adesso escluderebbe tutto il resto come non esistente; come la pellicola di quel film con i tagli appassionati di tutti i baci che non ci siamo dati. Ma le circostanze e la diffidenza esauriscono la capacità di comprensione per ciò che comodamente sembra inaccettabile. Conservi dentro la consolazione della certezza di un appuntamento, mentre attraversi piazza del Duomo e ti affanni ad immortalare la casualità in uno scatto digitale. Alcuni signori regalano abbracci a due zingare che non li vogliono rubare: alla fine, quello che non possiamo ricevere è solamente ciò che non sappiamo essere in grado di fare. Osservo le persone che incrocio per strada, le famiglie, i ragazzini col sorriso astuto, gli stivali di velluto con i lacci inquieti come briglie di cavalli, le cosce lisce e calde delle ragazze. Sono piccole ed invisibili le sequenze regolatrici della diversità di ogni animale. Ciò che è macroscopico, che ti sbatte contro, è invece la contemplazione dell’estetica della distrazione che dà significato all’ermetismo di mani sulla fronte, alla rappresentazione patetica di una schermaglia, alla vergogna della falsa indulgenza, all’odio e l’insofferenza per l’invidia di ogni arrivismo. Contano più i rossetti e i vestiti dei geni, dei pensieri, delle inclinazioni personali. Sono cose di cui ci si accorge raramente e per caso, mentre si è impegnati a fare una torta, i muffins al cioccolato; a stare dietro ad un bancone, ad indossare una maglietta. Nessuno è presente a se stesso. Tutti sono eternamente in vacanza, con le cuffie nelle orecchie, i passeggini sulle rotaie. E ciò che è irraggiungibile è la climax di chi cammina nel fango con gli stivali, dei pagliacci sui trampoli, delle impronte pulite lasciate dalle dita sullo sportello polveroso del bagagliaio di un’automobile. Tentativi di scasso: come uno storico dell’arte che gratti con le unghie sull’intonaco di un’antica masseria, sognando affreschi.
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Ho inviato lettera di rinuncia per l’incarico del prossimo anno. Non parteciperò. Non salirò più le scale antincendio dell’Art Hotel Museo, correndo giù per mano al tuo sguardo impudente a balzi di due gradini. Certo, per motivi diversi: non sono due cose correlate se le consideri nell’ordine delle finalità; ma non fa differenza, è bello mischiare insieme, buttare all’aria quello che passa per la testa o sottomano e scoprire inaspettate corrispondenze. Somigliano a te stesso come il nuovo corpo che ti hanno regalato. L’hai indossato, così, da un giorno all’altro. Ora non puoi più correre. Una passeggiata di domenica pomeriggio fa paura; come il cinema con gli amici, una sera a teatro o l’alta quota di un aereo; come fare sesso. L’acquisto di qualsiasi cosa risulta essere un’impresa che richieda forze sovrumane. Nella condotta delle apparenze invece la prova non sembra delle più difficili: in fondo, in questo frangente, tutti raggiungono quasi sempre la sufficienza. Ma è solo una trasposizione, come la stessa musica in chiave di basso o di violino su un pentagramma. Ogni cosa è uno sforzo di adattamento: proviamo sempre a riallineare situazioni diverse sulle stesse connotazioni con un senso di rivincita e liberazione mai del tutto soddisfatto, nel tentativo di catturare, di dare una forma definitiva al riflesso delle costellazioni sulla punta dorata di una piramide. E quanto è più forte la complicità con certe stanze, certe pareti o strade che abbiamo conosciuto rispetto a quelle invisibili che ci proteggono la sera o ci conducono al mercato, tanto la fascinazione della lontananza ci soggioga, l’espressione conscia ed inconscia della costrizione subita si manifesta nella dissimulazione dell’accumulo e dell’importanza: come tracciare centinaia di ritratti con la matita sulla carta carbone o l’impressione della cucitura del guanciale sul tuo viso, ripetuta ogni notte. E continuo a ricevere luce dagli occhi mentre camminiamo in questo parco invernale, fra la maestà rossa e invincibile dei faggi dalla chioma folta, prendendoci in giro dalla fontana di Giove alla vasca della Lavandaia fino all’imponente colosso degli Appennini del Giambologna. Ci piovono addosso frutti inaccessibili in cupole spinose. Enormi piedi di pietra giacciono su un sprazzo di sole nel prato di violette dove due innamorati si rotolano ancora, lottando avvinghiati alle risate. È quel che è rimasto sulla strada dopo il passaggio di un esercito di soldati avvinazzati che trafiggono con le baionette. Abbiamo salito le scale anguste all’interno del gigante col timore di essere notati, stupiti e invidiosi dell’ingegnosità degli scherzi d’acqua e dei meccanismi arrugginiti dei giochi artificiali. Poi di corsa alla grotta di Cupido dove, mentre non mi guardavi, ho cercato di rubare una freccia dalla faretra del piccolo dio dell’amore carnale, mentre era distratto. Ma la sorte me ne ha riservata una con la punta di piombo e più niente potrà essere generato dal caos. Tu te ne sei andata ed io sono rimasto là condannato a non crescere mai, senza nemmeno un’effigie in ricordo di un sacrificio.