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Quelle poche ore sono già trascorse. Sono stato a tavola, conversando amabilmente, sforzandomi un po’ di sorridere fin quando il vino mi ha concesso di essere più sincero. Alla televisione trasmettevano “Il diario di Bridget Jones”, con la protagonista stretta nei mutandoni di mia nonna. Molto divertente. E come hai riso. Ma nel momento in cui ho allentato i freni, non ero più lì. L’intelletto possibile ha cessato di essere possibile e le cose si sono annoiate di essere le cose. Mi sono trasformato nel tipo del piano di sopra che scalpiccia sconnesso sul pavimento, tentando inconsapevolmente di sprofondare nei festeggiamenti. Sulla sedia qualcun altro se ne stava immobile, ritto e rigido come un attore fra gli amici diventati immaginari, con una luce di commozione nello sguardo e le lunghe dita perfettamente distanziate sulla stoffa lanosa dei pantaloni, i palmi delle mani madidi di sudore. Nella stanza aleggiava un vapore caldo, una leggera nebbia tropicale; e sull’altare sostavano una ciotola condita dei tuoi ricci, una pentola infernale bollente di pece e uno sguardo sulla pace di un campo di battaglia. Abbiamo mangiato resti umani, facendoci largo fra cotte di maglia e lance affilate, spelluzzicando con i nostri bastoni da funghi, squarciando la crosta in modo un po’ goffo, succhiando le antennule e inghiottendo le interiora, come lumache. Ma una cena non è solo questo; è una qualunque delle viste sulla conduzione dei fatti, un’escursione nelle sensazioni del passato che richiede un equipaggiamento specifico ma non esclusivo. E ogni cosa va coniugata al presente. Abbiamo nelle mani forchetta e coltello stavolta, ma non va spesso così. Il caso ci sorprende e ci scopre inermi. E l’inesperienza quasi sempre produce spietatezza, perché è tutta volontà senza consapevolezza. La non padronanza dei mezzi comporta l’abolizione di ogni titubanza e non ci si accorge di star passando da una schiavitù all’altra manovrati dall’illusione di aver trovato finalmente la libertà o un nuovo amore. Ma una diga con una piccola falla non è diversa da una barriera intatta, come un coniglio che corra tra le zolle di un campo resta sempre un coniglio sotto al cielo. Nel frattempo una falena picchia la testa sulla luce al neon, tentando di infrangere il vetro. Non è estate, anche se le tue parole producono lo stesso friabile ronzio delle ali di un maggiolino. Passo le dita fra le tue elitre soffici, nero castane, mentre te ne stai un po’ ingobbita con i gomiti stretti poggiati sulle lenzuola. Sei elegante costretta nel tuo corsaletto nero; consapevole, attenta e impaurita delle tue forme perfette. Riuscirai ad uscirne? Aggiungo vino a vino. Ho acquistato un buon pasiteo di Montalcino per rendere docile la mia indolenza, dieci euro e novanta alla Coop. Basta poco in fondo. Ci sei andato con le tue Nike bucate perché nei giorni di festa ti difendi tornando te stesso. Ti nutri di gemme. Tocchi tutto come se gli oggetti fossero così semplici da impugnare, ordinari come pagare la bolletta, obliterare il biglietto sul tram, passare gli articoli sul lettore ottico dei codici a barre alla cassa del supermercato. Perché non è facile allo stesso modo anche per me? Cerco di eradicare ogni cosa e finisco per essere tagliato fuori dagli sguardi che ci legano, dalla conversazione che unisce tante bocche. Una smania indefinita prende il sopravvento, ogni opportunità è una fatica e, distratto, ti impegni ad inscenare il meta-teatro di te stesso: poter aggiungere qualcosa al niente che articola la tua lingua, un’epitesi che ribalti la locuzione, che riesca a penetrare come solo un fallo sa fare, l’unico ad essere ancora coscientemente iper-reattivo. E finisce così, su un corpo nudo, eiaculazione dopo eiaculazione, nella bocca, nell’ano, o nella fica. Domani è un altro giorno di lavoro.

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