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La scrittura non può svelarsi in presenza. Solo senza cenni di scusa si è capaci di guardare, e senza espressione. Non c’è alcuna verità in qualsivoglia riga d’inchiostro; puoi scegliere il numero esadecimale che preferisci: ma la realtà è gretta, cruda, muta, senza intelligenza e ritmo. Una penna è la sola cosa che può sfuggire agli oggetti che condividiamo, perché è un mezzo che semina una caritatevole falsità, per cui è difficile sbarazzarsene come l’arma insanguinata di un delitto. Ti osserva ora dal fondo del canale che costeggi quando ti concedi del tempo per stare con te stesso nella piccola pianura padana dietro casa. L’hai buttata perché serve solo ad edulcorare, fingere, verniciare, coprire; fasciare come un asciugamano il culo di un bambino che si cambi il costume sulla spiaggia, vergognoso, fra smorfie e lamenti. Una volta mi hai chiesto con curiosità cosa avrei scritto di te se un giorno non ci fossimo visti più. Bè, ecco qua; quel giorno è arrivato, e questo è quanto. Spero serva ad esorcizzare i miei fantasmi. Forse è giusto che tu lo conosca; anche se il tuo ultimo regalo è stato l’indifferenza. Ma su questo schermo non ha importanza: pure qui tutto può avere un inizio e una fine. Sembra incredibile che le possibilità vengano negate anche a ciò che è rimasto fuori dalla conclusione, che non si è adattato alla regola delle nostre uscite clandestine, che è rotolato, non visto, sul fondo della scarpata. Ecco perché era diverso, libero dalla sporcizia della coerenza, impossibile da incollare: non c’era carnalità neppure nelle gocce di sudore sul tuo corpo o in quelle di pianto per il dolore della prima penetrazione dell’ano. Nessuna gelosia. Ogni regola da infrangere e ogni peccato desiderabile; ogni costume offuscato e sconfitto dall’opportunità di poter passare del tempo insieme, parlare, fare l’amore. E la bellezza che c’era nella certezza che niente fosse personale. Era la sola libertà che ancora adesso escluderebbe tutto il resto come non esistente; come la pellicola di quel film con i tagli appassionati di tutti i baci che non ci siamo dati. Ma le circostanze e la diffidenza esauriscono la capacità di comprensione per ciò che comodamente sembra inaccettabile. Conservi dentro la consolazione della certezza di un appuntamento, mentre attraversi piazza del Duomo e ti affanni ad immortalare la casualità in uno scatto digitale. Alcuni signori regalano abbracci a due zingare che non li vogliono rubare: alla fine, quello che non possiamo ricevere è solamente ciò che non sappiamo essere in grado di fare. Osservo le persone che incrocio per strada, le famiglie, i ragazzini col sorriso astuto, gli stivali di velluto con i lacci inquieti come briglie di cavalli, le cosce lisce e calde delle ragazze. Sono piccole ed invisibili le sequenze regolatrici della diversità di ogni animale. Ciò che è macroscopico, che ti sbatte contro, è invece la contemplazione dell’estetica della distrazione che dà significato all’ermetismo di mani sulla fronte, alla rappresentazione patetica di una schermaglia, alla vergogna della falsa indulgenza, all’odio e l’insofferenza per l’invidia di ogni arrivismo. Contano più i rossetti e i vestiti dei geni, dei pensieri, delle inclinazioni personali. Sono cose di cui ci si accorge raramente e per caso, mentre si è impegnati a fare una torta, i muffins al cioccolato; a stare dietro ad un bancone, ad indossare una maglietta. Nessuno è presente a se stesso. Tutti sono eternamente in vacanza, con le cuffie nelle orecchie, i passeggini sulle rotaie. E ciò che è irraggiungibile è la climax di chi cammina nel fango con gli stivali, dei pagliacci sui trampoli, delle impronte pulite lasciate dalle dita sullo sportello polveroso del bagagliaio di un’automobile. Tentativi di scasso: come uno storico dell’arte che gratti con le unghie sull’intonaco di un’antica masseria, sognando affreschi.

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