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Un diario non ha molto da dire ad ogni ora; se ne sta spesso in silenzio mentre ti lavi i denti o avanzi perdendo l’equilibrio lungo il corridoio di un treno. Non ha sentimenti e non sa cosa sia la memoria se non come archetipo, orma sulla sabbia. È una specie di aspettativa del vissuto, delle speranze da cercare, dei desideri da realizzare. Racconta ciò che sta prima e dentro i ricordi, l’antefatto subliminale di quello che è stato, e le parole che riesci a cogliere in mezzo al baccano. E si muove con te per queste strade, mentre il concerto dei rumori va avanti e cerca d’imitare, senza successo, il solfeggio lento e ordinato del direttore d’orchestra che sorride ad occhi chiusi e non vede più oboe, violino o gran cassa. Segue un ritmo interiore che non sai dove ha imparato, forse a scuola, nelle tante letture, o per strada, nei giochi dei bambini; è una specie di codice genetico, una formula con un solo ingrediente particolare; una formula che ciascuno di noi possiede. Le braccia ondeggiano come rami sotto la neve, sferzati dal vento; e questo luccichio è quel che resta per pochissimo sulla retina composto per lo più da ciò che non ti sovviene chiaramente dei fatti, e non riesci a trovare il bandolo della matassa come in un compito in classe per cui non hai studiato. Ma ti piace scrivere e parlare di nulla: aprire il dizionario e pescare una parola a caso come un sacerdote alla nascita che scelga la prima lettera del tuo nome. E quando lo fai è un po’ come mettere a fuoco un volto nel campo lungo di una ripresa, un viso che ti urli contro la sua procacità. E magari per sbaglio, se nessuno ti conosce, se non ti aspetti niente, se rinunci a grandeggiare, riesci ad essere sincero; perché il mezzo non basta mai: come un meccanismo reflex per la macchina fotografica, o la bolina in una barca a vela. La visione è come l’apparato austorio di un parassita: si nutre di te quel tanto che basta a permetterti di rimanere vivo. E questo è tutto quello che sai fare: guardare, ed è Natale e chiedere “come stai” e riuscire a non farneticare; ma non si è solo questo, non qualcuno cui si può chiedere e che possa rispondere. I bisogni degli altri sono sempre incomprensibili. Inizia tutto così, con l’abitudine all’impressione che niente sia irriducibile, e poi ci si ritrova a comprare un regalo a chi si tradisce ogni giorno e non si sa per chi ci sia invidia e per chi maledizione e quale parte di te stesso sia esperta nella crudeltà dei principi e quale incapace di far del male nella conduzione di ogni invisibile circostanza dell’esistenza. Le sole parole degne sono quelle che non rompono il silenzio, che passano da dentro e arrivano là dove si è senza essere presenti, senza essere ascoltati, voltandosi dall’altra parte come si sposta una stoffa che faccia male sul petto, su una piaga che non c’è davvero nella carne e che scompare sotto un tocco di comprensione. Ma non c’è spazio per l’incredulità e la sorpresa di non dover dimostrare niente. All’esterno rimani come una signora di mezza età che tiri seghe attraverso un buco in un muro in un locale per sesso a pagamento. Vediamo tutti le stesse cose: presenze senza faccia, purché capaci di far godere.

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Ogni mattina porto il dito indice alla bocca in segno di meraviglia. È un gesto che serve ad acquietare l’ossessione che ormai mi accompagna da mesi, prima di andare a letto ed al risveglio. Una piccola macchia su un vestito, lo spazio impercettibile che ci può essere fra due incisivi e il conseguente sgarro nel processo della fonazione. Non è un’azione consapevole come accendere un interruttore, azionare un marchingegno; non penso: lei sta sempre lì, come un altro organo, un’altra vista, la più acuta delle frequenze. E questo è solo un modo di rassicurare me stesso dall’esterno attraverso un movimento insolito se auto-inflitto. Mi sembra così strano che non possa provare il calore di stringermi la mano come farei con uno sconosciuto, pena la constatazione di tessere che non combaciano. E tutto continua ad essere perfettamente coerente: le incrostazioni nel tubo di scarico del lavandino, la carta igienica e qualche capello nella pozza rafferma del water, il silenzio e l’immobilità di un appartamento vuoto la domenica mattina. Ma non convince, non scrive una frase. Potresti cancellare la sensazione in un attimo e rientrare nella scena e non avresti perso niente. Tutto va incontro ad ossidazione se non agiti, se non sfreghi senza tregua, e tutto calza a pennello se asporti la carne secca agli angoli delle unghie. Ma non riesco a staccarmi da niente in via definitiva. Sono venuto a trovarti oggi, passando oltre il circo Karoli in questa strada che non ho mai osservato veramente perché avevo fretta di arrivare da te. Se parlo con sincerità, forse sono venuto a trovare me stesso. Cerco la persona di qualche mese fa fra lo squallore delle vecchie fabbriche; ho messo la stessa musica nel caso si riconosca. Poi ho vagato per le vie del centro sbirciando distrattamente gli abiti sui manichini. Non ce l’ho fatta a resistere. Mi sono fermato per qualche istante davanti alla vetrina osservandoti dietro ad un presepe innevato di cioccolato che fa da cappello ad un enorme panettone, e poi di nuovo dai vetri della libreria di fronte mentre gesticolavi, aggrappato alle grosse edizioni dei dizionari d’inglese e di francese; sudando sotto le ascelle. Il cuore ha cominciato ad impazzire con l’abituale fitta al braccio sinistro. È proprio quello che ti ci voleva: ficcare i tuoi ventidue anni in una cuffietta da pasticcere; mi diverte il pensiero di come siano riusciti a farti scoprire le guance. Ma lo so, sei cresciuta ed hai scoperto che si può essere cattivi anche senza maschere o barba. Avrei voluto sorriderti, farti un saluto veloce, ma sarebbe stata una cosa che avrei fatto solo per me, un’auto-gratificazione inutile e triste, nonché imbarazzante per te. Meglio guardare come hai rimesso a posto la stanza, come hai tolto le ragnatele dagli angoli, e gioirne in silenzio; pur consapevole di essere il vecchio pupazzo dimenticato nell’armadio.

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Al tavolo sotto al grande specchio da parete un bimbo inglese parla di nuvole senza volto. Nell’angolo, dietro l’arco dell’antica cantina, un manovale napoletano s’inventa una cataratta all’occhio destro per distrarti dalle pietanze, per anticipare le vacanze con un certificato falso. Intanto il collega indiano ti struscia una mano sulla coscia durante la cena dello staff dell’ufficio: gli auguri per l’anno nuovo; chissà, forse da quelle parti si usa così o forse tutto diventa comprensibile dopo qualche bicchiere di vino, mentre conversi di cremazione e reincarnazione. Non hai scelta perché non c’è dramma, ma avvilimento, rassegnazione, noncuranza, eccitazione. Puoi fare tutto a chi non guardi negli occhi. Le mani servono a toccare. Queste labbra sono fatte per battere e per baciare. Sono un simbolo di conquista, come le troie che battono moneta sulle strade. Il vino, la musica, le parole, i progetti di lavoro, gli orari: sono solo questione di contrattazione, cose che si comprano per necessità. E il denaro non invecchia né è patetico e sconsolato come un vecchio industriale di ottant’anni che metta in produzione i suoi ricordi. Circola senza rimpianti con il sorriso ironico di un demone che aspetti euforico l’avvicinarsi della natività del signore. Allora penso di dare il mio contributo, fare la mia parte; organizzo le giornate, stilo mentalmente la lista dei regali che vorrei ricevere per Natale mentre ubriaco penzolo col pene in mano sopra al cesso alla turca del ristorante aspettando con impazienza che il getto d’orina si decida a sciacquarmi la faccia. Vorrei… un IPod Nano, il piumino nero della Sisley, quello lucido, taglia s, che portano ragazzi di dieci anni più giovani di te, con le basette lunghe e lisciate col phon ed il volto glabro, come il tuo; un paio di jeans Levis, con le cuciture di traverso; un cellulare nuovo per i vecchi conoscenti, una fotocamera digitale per non lasciar fuggire la prossima occasione. La diffonderò in giro, scherzando su tradizioni e tradimenti e tradimenti delle tradizioni. Poi andrò in libreria, da solo, al mattino, il giorno prima della vigilia e senza fare rumore, con attenzione, muovendomi piano, comprerò un libro di Allen Ginsberg con la copertina cartonata, piacevole al tatto, da pochi soldi e di grande formato: per sputare sotto l’albero. L’hai notato qualche giorno fa e ti ha subito affascinato, anche se ora non ricordi altro se non che, nel titolo, c’è la parola “Brooklyn” e che ha dei colori vivaci ma slavati, d’acquerello. Ha la stessa anonima familiarità delle cose che passano di mano nei posti di lavoro, per assumere un senso solo una volta arrivati a destinazione: come i cartoni delle pizze a domicilio o i pacchi postali. Forse perchè ci somigliano il loro percorso ci sembra così instabile, sconosciuto, fragile, come la linea delle nostre vite. Vorresti quasi accompagnarli nel loro tragitto, per difenderli, per difenderti. Potresti andare a cercare, la notte di Natale, all’ufficio oggetti smarriti di una stazione o al deposito bagagli e forse ne troveresti di simili e proveresti la stessa pietà che hai per i barboni sulle panchine, i sacchi a pelo sui drogati. Aspettano sugli scaffali e nei portapacchi; alcuni da tanto, altri sono appena arrivati, tutti privati della loro ragion d’essere, oggetti senza personalità, valigie prive di contenuto, scappati alla leva, alle catene della ragion di stato. Ma in essi il vuoto mantiene la stessa perlacea densità perché non ha perso tempo a contare il tempo; ha solo muffato, partorito e non ha più una provenienza da giustificare o da presentare come referenza. Tutti emblemi che vengono da Nazareth, dove non cresce niente se non la verità. In fondo sono gli scheletri senza parola dei pacchetti con i nastri colorati che tutti faremo preparare alle commesse nei negozi e che metteremo vicini sotto al muschio, riscaldati dal fiato caldo del bue e dell’asinello. In attesa di una cometa che non c’è stata. Per un censimento che Erode non ha mai legiferato. La memoria è sempre menzognera; per questo preferisco i muti e le panche imbandite delle osterie dove il brusio diventa così forte e indistinto che gridare o tacere sono la stessa cosa. Facciamo una foto ricordo. Poi un’altra. Finisco di sezionare la bistecca alla fiorentina ammaliato e perso come un adolescente che ripassi la vita schiacciando foruncoli fra la fronte e l’incerato sul tavolo della cucina. Affermare che l’errore è un atto mancato presuppone solo un altro atto inconscio e rientra nelle bassezze della soggettività, nell’illuminismo del progresso. No, nessun errore: ho solo bevuto troppo o troppo poco. Soccombere è la bellezza che c’è nel levare i pronomi, più inverosimile ma non più improbabile quando non te lo aspetti.

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Mani tremanti, ferme sul volante, come un ginnasta sul cavallo che si sforzi di bilanciare il corpo; un rapace su un ramo fragile. La vista si è appannata. Stringo le dita ad un lato del collo, cerco di afferrare le altre dita che pizzicano la vena giugulare. Fa freddo, nonostante l’impianto di riscaldamento al massimo che sputa polvere. Sembra il vento caldo del deserto e noi stupiti da tanto ordine, da tanto silenzio sordo. Disagio di cartone nei vestiti nuovi. Provo a pensare che sono a casa, davanti al focolare; che in fondo siamo in centro e l’ospedale è a pochi passi da qui. Ma è difficile adattarsi alle posizioni di un altro corpo, alla pressione di chi ti sta vicino. Stasera siamo alla prima di uno spettacolo; tutti ordinati, profumati, pronti ai posti di partenza; c’è chi ha fatto la doccia e chi ha solo cambiato pelle. E come è strana la platea. Tutte queste teste impomatate che spuntano e bucano come squame di un pesce. Tiro giù la cerniera del golf e metto una mano sul petto, sul lato sinistro; una mossa preventiva nel caso questo cuore instabile si mettesse a correre. Guardo il culo della signorina bionda nella poltrona vicina, che si è protesa in avanti per aggiustare il cappotto sulla spalliera. Non riesce a zittire la lingua, a contenersi nei suoi diciott’anni. Piccoli peli biondi vengono su come ciuffi di fiamma dalla spaccatura sopra l’ano. Fa buio per un secondo. Rido di me: sarei distratto da un buco di culo anche se fossi in preda ad una crisi epilettica. Poi silenzio. Inizia lo spettacolo. Sono passati quindici anni da quando ho letto questo mito; frequentavo ancora il liceo. “Bisogna smettere di ragionare” grida il mago Cotrone sulla scena nelle All Star sporche da generazione X, invecchiate prima della moda. L’opera mi sembra priva di spessore adesso, allo stesso modo in cui da ragazzino mi era sembrata piena di significato. Mi distraggo. Lascio andare i pensieri. Bevo la coscienza pressata dal pomo d’Adamo come da un pistone. Rappresento i miei sogni, sostituisco: raffiguro nella mente le piccole arche nella cripta degli Hohenzollern, segnate dalla maestà delle targhe di metallo su cui furono impressi nomi e titoli, arricciate dal tempo, chiuse dentro recinzioni come quelle degli adulti, confinate su un monte come la villa degli Scalognati. Non è consentito passeggiare liberamente fra quelle tombe come sui prati dei nostri cimiteri. Sono pur sempre sepolture imperiali e c’è un prezzo per tutto. Penso che in questo caso non vale il detto del signore: “lasciate che i bimbi vengano a me” e che quelle creature non avrebbero nemmeno avuto bisogno di contenitori, perché neppure la morte sarebbe stata indecente sul loro viso. Invento la verità, confondo le situazioni, lego le quinte del teatro ad un aereo ed un aereo a quelle ossa. Ho lasciato il corpo a ciondolare dall’appendiabiti nei camerini ed ora posso sognare desideri e ricordi: come Cromo, Spizzi, Diamante. Abbiamo giocato a mosca cieca fra i cipressi del cimitero delle Porte Sante, dove temevamo con allegra incoscienza di essere rinchiusi dal calare della sera. Mi chiedo come la nostra leggerezza fosse capace di camminare sopra tanta morte, la stessa leggerezza degli attori che ballano adesso sul palco; e come eravamo in superficie eppure della stessa sostanza di quei resti umani che ne furono origine e che, come il resto, non ci sono più. La persecuzione può essere più invisibile di quello che si crede come la carica elettrica in un conduttore quando sfreghi una bacchetta di plastica su di un panno. “Facciamo a meno del necessario ma abbiamo abbondanza del superfluo”: ma il messaggio di cui mi approprio non parla di cose, anche se è questo il senso, e lo affermo forte mentre cerco di stare attento e zittire l’inquietudine che cozza dentro. Mi concentro. So che lo capiresti. Alimento nella memoria l’illusione di conversare ancora con te in qualche modo. In noi c’era naturalezza; ci capivamo come capita raramente, le tue reazioni erano anche le mie, anche se ora tu non lo sai. Tempi asincroni di noi e di ciò che era oltre: i palloncini che hai gonfiato per il mio compleanno, le calze a righe sulle dita dei tuoi piedi che adoravo toccare, i rumori di una sera fra le frasche e la paura, le ballerine con i tralci d’edera stilizzati, il tuo incedere corpulento e leggero sulle punte, gli occhi che roteavano ed il sorriso dolce da pagliaccio della tua esuberanza; e quella foto in cui non ti ho vista, dove urlavi l’urlo di Munch. Mi sveglio. Lo spettacolo sta per finire. E’ incompiuto; manca il terzo atto. I mesi cominciano ad appiattire i posti dove siamo stati. Tende alla retta ogni oscillazione, ma porto dietro di me tutti i dettagli come un papà che trascini per la corda lo slittino recuperato dopo una discesa. Si accendono le luci; si chiude il sipario. Le stesse note si ripetono diversamente come il rimbalzo della testa di qualcuno colpito a morte su un selciato. Un roditore rosicchia l’ultimo metro della fune che hai tagliato. Per un secondo, solo per un secondo, scorro le file della platea in cerca di un volto familiare, di mani che mi riaccompagnino a casa. No; non c’è nessuno.

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Guardi dentro i sorrisi di chi ti sta intorno e fatichi a sapere chi sei. Vai al cesso, e ti riconosci. È come il colpo di sole che spreme via Alessandro Magno da Alessandro Magno, per lasciare il suo corpo morire sulla terra d’India e regalarne la larva alla fama; o come la perdita di quota della sua beccaccia, in un attimo dilaniata dagli artigli uncinati di un falco, mentre volava spensierata. Hai costruito un’impalcatura precaria sul cuore pulsante della vita, ed ecco che crolla e ora puoi fissarla negli occhi perché nient’altro si frappone, nessuno schermo. Evacuare è meglio di una seduta dallo psichiatra, c’è più empatia che tagliarsi le vene in un bagno caldo, più clemenza; si arriva più a fondo: non ti coinvolge in quanto individuo perché presuppone il dono; non l’acquisto, il guadagno o la perdita. È una condizione di libertà che ti preclude dal comprare sesso e cultura e dal pagare il biglietto all’esposizione della cultura del sesso, all’organizzazione dello sballo che fa convivere regola ed eccezione, corteggiamento ed eiaculazione: come rendere assurdo un ossimoro. Ci sono troppe cose là fuori. Troppa depravazione. Così tanta luce che l’aria si squaderna e provi a costringerla in un sacco, in un polmone; ma è insopportabile una barca che fa acqua come la chiave arrugginita della macchina a carica di un bambino. In questo vuoto instabile invece, in questo sforzo di suono, il silenzio raggiunge l’apice che c’è nella partitura su un leggio; come se nel non atto, nel non gesto, nel ronzio dell’archetto posato sulla scrivania, le facoltà si obnubilassero. La musica, sprezzante, ti umilia, con la sua nonchalance, con l’indipendenza di esistere comunque, in qualche strana combinazione, nella fascinazione del simbolo che è un graffio di ricordo, uno strappo di rumore. E questa pace ogni volta ti regala la possibilità di accorgerti, di non soprassedere: riesci a vedere i nipoti in triciclo e i giochi in cui credono, a sentirne lo scalpiccio attutito di ciabatta; ti soffermi ad osservare la signora di una certa età che riconosci solo dall’acconciatura vistosa dei capelli, dai vestiti beige classici e gli orecchini grossi con la catenella. Piange una morte sui gradini della porta da cui esci per andare al lavoro. Qualche giorno fa ti ha chiesto un favore ma i tuoi buoni propositi sono stati soffocati immediatamente dagli appuntamenti con te stesso. Aghi di pino giacciono sui prati come le sue forcelle nei capelli, giardini di compassi senza compassione, triangoli in una dimostrazione di geometria; eterne promesse che non si avvereranno perché si sono esaurite nel momento in cui le abbiamo espresse. Facciamo le stesse cose. Indossiamo gli stessi abiti. La sera stesso divano: tu a destra e io a sinistra; poi programmo di scrivere ciò che stai leggendo come ci si propone di pregare prima di andare a letto. È la salmodia in cui cerco di sublimare fino a farla svanire la distrazione che rende impossibile conoscersi in vita. Ma non ci riesco; so solo dividere, scegliere o declinare, pensare a che farò domani; quello che farai tu in fondo non m’interessa. Solo la morte è la suprema sublimazione, l’unione, la calma sulle acque. Per questo si uccide o ci si uccide; per questo non sai rinunciare ad una sbornia: per non essere rami ma tronchi ben piantati al suolo, per prendere la sabbia e bagnarla finché diventi mota, per non essere più semplici cenni di saluto su una strada.

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