Mani tremanti, ferme sul volante, come un ginnasta sul cavallo che si sforzi di bilanciare il corpo; un rapace su un ramo fragile. La vista si è appannata. Stringo le dita ad un lato del collo, cerco di afferrare le altre dita che pizzicano la vena giugulare. Fa freddo, nonostante l’impianto di riscaldamento al massimo che sputa polvere. Sembra il vento caldo del deserto e noi stupiti da tanto ordine, da tanto silenzio sordo. Disagio di cartone nei vestiti nuovi. Provo a pensare che sono a casa, davanti al focolare; che in fondo siamo in centro e l’ospedale è a pochi passi da qui. Ma è difficile adattarsi alle posizioni di un altro corpo, alla pressione di chi ti sta vicino. Stasera siamo alla prima di uno spettacolo; tutti ordinati, profumati, pronti ai posti di partenza; c’è chi ha fatto la doccia e chi ha solo cambiato pelle. E come è strana la platea. Tutte queste teste impomatate che spuntano e bucano come squame di un pesce. Tiro giù la cerniera del golf e metto una mano sul petto, sul lato sinistro; una mossa preventiva nel caso questo cuore instabile si mettesse a correre. Guardo il culo della signorina bionda nella poltrona vicina, che si è protesa in avanti per aggiustare il cappotto sulla spalliera. Non riesce a zittire la lingua, a contenersi nei suoi diciott’anni. Piccoli peli biondi vengono su come ciuffi di fiamma dalla spaccatura sopra l’ano. Fa buio per un secondo. Rido di me: sarei distratto da un buco di culo anche se fossi in preda ad una crisi epilettica. Poi silenzio. Inizia lo spettacolo. Sono passati quindici anni da quando ho letto questo mito; frequentavo ancora il liceo. “Bisogna smettere di ragionare” grida il mago Cotrone sulla scena nelle All Star sporche da generazione X, invecchiate prima della moda. L’opera mi sembra priva di spessore adesso, allo stesso modo in cui da ragazzino mi era sembrata piena di significato. Mi distraggo. Lascio andare i pensieri. Bevo la coscienza pressata dal pomo d’Adamo come da un pistone. Rappresento i miei sogni, sostituisco: raffiguro nella mente le piccole arche nella cripta degli Hohenzollern, segnate dalla maestà delle targhe di metallo su cui furono impressi nomi e titoli, arricciate dal tempo, chiuse dentro recinzioni come quelle degli adulti, confinate su un monte come la villa degli Scalognati. Non è consentito passeggiare liberamente fra quelle tombe come sui prati dei nostri cimiteri. Sono pur sempre sepolture imperiali e c’è un prezzo per tutto. Penso che in questo caso non vale il detto del signore: “lasciate che i bimbi vengano a me” e che quelle creature non avrebbero nemmeno avuto bisogno di contenitori, perché neppure la morte sarebbe stata indecente sul loro viso. Invento la verità, confondo le situazioni, lego le quinte del teatro ad un aereo ed un aereo a quelle ossa. Ho lasciato il corpo a ciondolare dall’appendiabiti nei camerini ed ora posso sognare desideri e ricordi: come Cromo, Spizzi, Diamante. Abbiamo giocato a mosca cieca fra i cipressi del cimitero delle Porte Sante, dove temevamo con allegra incoscienza di essere rinchiusi dal calare della sera. Mi chiedo come la nostra leggerezza fosse capace di camminare sopra tanta morte, la stessa leggerezza degli attori che ballano adesso sul palco; e come eravamo in superficie eppure della stessa sostanza di quei resti umani che ne furono origine e che, come il resto, non ci sono più. La persecuzione può essere più invisibile di quello che si crede come la carica elettrica in un conduttore quando sfreghi una bacchetta di plastica su di un panno. “Facciamo a meno del necessario ma abbiamo abbondanza del superfluo”: ma il messaggio di cui mi approprio non parla di cose, anche se è questo il senso, e lo affermo forte mentre cerco di stare attento e zittire l’inquietudine che cozza dentro. Mi concentro. So che lo capiresti. Alimento nella memoria l’illusione di conversare ancora con te in qualche modo. In noi c’era naturalezza; ci capivamo come capita raramente, le tue reazioni erano anche le mie, anche se ora tu non lo sai. Tempi asincroni di noi e di ciò che era oltre: i palloncini che hai gonfiato per il mio compleanno, le calze a righe sulle dita dei tuoi piedi che adoravo toccare, i rumori di una sera fra le frasche e la paura, le ballerine con i tralci d’edera stilizzati, il tuo incedere corpulento e leggero sulle punte, gli occhi che roteavano ed il sorriso dolce da pagliaccio della tua esuberanza; e quella foto in cui non ti ho vista, dove urlavi l’urlo di Munch. Mi sveglio. Lo spettacolo sta per finire. E’ incompiuto; manca il terzo atto. I mesi cominciano ad appiattire i posti dove siamo stati. Tende alla retta ogni oscillazione, ma porto dietro di me tutti i dettagli come un papà che trascini per la corda lo slittino recuperato dopo una discesa. Si accendono le luci; si chiude il sipario. Le stesse note si ripetono diversamente come il rimbalzo della testa di qualcuno colpito a morte su un selciato. Un roditore rosicchia l’ultimo metro della fune che hai tagliato. Per un secondo, solo per un secondo, scorro le file della platea in cerca di un volto familiare, di mani che mi riaccompagnino a casa. No; non c’è nessuno.