Ogni mattina porto il dito indice alla bocca in segno di meraviglia. È un gesto che serve ad acquietare l’ossessione che ormai mi accompagna da mesi, prima di andare a letto ed al risveglio. Una piccola macchia su un vestito, lo spazio impercettibile che ci può essere fra due incisivi e il conseguente sgarro nel processo della fonazione. Non è un’azione consapevole come accendere un interruttore, azionare un marchingegno; non penso: lei sta sempre lì, come un altro organo, un’altra vista, la più acuta delle frequenze. E questo è solo un modo di rassicurare me stesso dall’esterno attraverso un movimento insolito se auto-inflitto. Mi sembra così strano che non possa provare il calore di stringermi la mano come farei con uno sconosciuto, pena la constatazione di tessere che non combaciano. E tutto continua ad essere perfettamente coerente: le incrostazioni nel tubo di scarico del lavandino, la carta igienica e qualche capello nella pozza rafferma del water, il silenzio e l’immobilità di un appartamento vuoto la domenica mattina. Ma non convince, non scrive una frase. Potresti cancellare la sensazione in un attimo e rientrare nella scena e non avresti perso niente. Tutto va incontro ad ossidazione se non agiti, se non sfreghi senza tregua, e tutto calza a pennello se asporti la carne secca agli angoli delle unghie. Ma non riesco a staccarmi da niente in via definitiva. Sono venuto a trovarti oggi, passando oltre il circo Karoli in questa strada che non ho mai osservato veramente perché avevo fretta di arrivare da te. Se parlo con sincerità, forse sono venuto a trovare me stesso. Cerco la persona di qualche mese fa fra lo squallore delle vecchie fabbriche; ho messo la stessa musica nel caso si riconosca. Poi ho vagato per le vie del centro sbirciando distrattamente gli abiti sui manichini. Non ce l’ho fatta a resistere. Mi sono fermato per qualche istante davanti alla vetrina osservandoti dietro ad un presepe innevato di cioccolato che fa da cappello ad un enorme panettone, e poi di nuovo dai vetri della libreria di fronte mentre gesticolavi, aggrappato alle grosse edizioni dei dizionari d’inglese e di francese; sudando sotto le ascelle. Il cuore ha cominciato ad impazzire con l’abituale fitta al braccio sinistro. È proprio quello che ti ci voleva: ficcare i tuoi ventidue anni in una cuffietta da pasticcere; mi diverte il pensiero di come siano riusciti a farti scoprire le guance. Ma lo so, sei cresciuta ed hai scoperto che si può essere cattivi anche senza maschere o barba. Avrei voluto sorriderti, farti un saluto veloce, ma sarebbe stata una cosa che avrei fatto solo per me, un’auto-gratificazione inutile e triste, nonché imbarazzante per te. Meglio guardare come hai rimesso a posto la stanza, come hai tolto le ragnatele dagli angoli, e gioirne in silenzio; pur consapevole di essere il vecchio pupazzo dimenticato nell’armadio.