Ho due strappi nei jeans, dietro la coscia e sul ginocchio: i jeans che mi vanno un po’ stretti, che mamma ha ricucito più volte a macchina sovrapponendo altri strati di tessuto; i jeans che mi fanno sorridere per quanto deve sembrare grande il mio cazzo a chi guardi sotto la cintura. Mi provoca tensione l’attenzione che metto nel cercare di non allargarli quando mi siedo. È una sensazione non strettamente legata a questo paio di pantaloni, ma generica, che riguarda tutto ciò che è deperibile, come la carta delle pagine di un libro che tu tenga in mano sotto la pioggia, come la pelle che sfrigoli su un oggetto incandescente. Ne godo per quanto m’inquieti, nonostante ne provi repulsione. Anche provocare e ricevere dolore e sofferenza sono induzioni dall’interno, da un impulso che spinge alla ricerca di una ascensione che sia solo personale. Non ha a che fare con l’impossibile interazione con gli altri; ne è solo una conseguenza. Bastiamo a noi stessi senza che sia sufficiente, e sono a posto come fossi in giacca e cravatta se indosso la maglietta verde militare con il colletto consumato, se le scarpe si sono un po’ inzaccherate di mota giocando a pallone. Avrei voluto nascere nero e negro e poter esserlo fino all’ultimo giro. Avrei avuto più possibilità di protestare la professione dell’indifferenza, oppure, al contrario, di professare la dislocazione della carne, la divergenza dall’associazione. Avrei potuto saltare sui treni merci senza sentirmi in colpa, dormire con gli emarginati che non hanno voglia di conoscersi ma solo d’incontrarsi e condividere calore. Non usano termini ma il linguaggio dell’incomprensione tramite il quale ciascuno svela i suoi limiti e i suoi confini. I discorsi sono reti, le parole un’intossicazione, dure come calcoli renali, indiluibili come i ricordi, inguaribili come un cancro ai polmoni. Cerco di sbarazzarmene passeggiando fra la gente che calcola, che apre le cerniere delle giacche e aziona la ventola; danzo snervato come una baccante, e invidio chi commercia in armi e si perfora la carne con tatuaggi e piercing, e sniffa sesso dalle narici. Assiderare al gelo della Russia, l’ibernazione: questo desidero. Cortei sciamano ed emettono il rumore di una vecchia che cucia sola col rocchetto; somigliano ad un’enorme indigestione. Intimidiscono con i profumi, i capelli lisci, i vestiti appariscenti, gli sguardi d’interesse o di disinteresse. Lusingano con i seni, con i cazzi, le fiche, i culi. È così da sempre. E i lombrichi strisciano e le radici continuano ad andare in profondità; gli uccelli cinguettano e il cielo tambureggia nel suo inutile tripudio per somigliare a se stesso. Non ci sono verità che restino da scoprire. Metto sù falsi occhi pigri in una selva di calcagni storti mentre cani regalano saluti agli sconosciuti. Squillano voci accaldate di bimbi che non si curano di ciò che hanno fra le mani, non ancora fuori posto nella loro stessa vita. Infilano le vie del mondo con l’energica semplicità con cui si veste una nuova maglia, con cui si rompe, calpestandola, una sottile superficie di ghiaccio. Crepita come una frattura irreparabile, come un pianto inconsolabile. I progetti sono gobbi e storpi. I verbi camminano all’infinito, galleggiando puri come la nudità; hanno ninfee per capezzoli. Sono terra, e hanno denti, e corsa. Affiorano fuori dal nulla. Abbandonano la realtà ormeggiata alla propria indolenza e lasciano le cose come stanno, facendo sì che siano costrette a fare i conti con la loro deformità. Prorompono fuori dal cuneo dove giacciono, incastrate, esistenze fameliche di vita come gatti selvatici nella boscaglia, scuoiate in magrezza, esfoliate come la vernice sulle ringhiere. Sono clavicole che raggiungono l’apogeo fuori agli orli brillando di sudore, libere da ogni postura cui invita l’abitudine all’involucro. L’essere è un vuoto costretto a riempire una vita che è ancora vergine d’afflizione. Ciclicamente, a brevi intervalli, sopraggiunge la costipazione e subito dietro ad essa, inaspettata, la flagellazione. L’ordine reinventa se stesso alimentando la finzione dell’evitabile, ma la creazione non ha storia e essere uomini è come saltare continuamente un ostacolo invisibile; c’è solo atto e niente essenza, come il sibilo nella voce. Quello che nasce è in fondo il nocciolo duro di ciò che è rimasto impantanato, degenerato in un inestricabile groviglio. E non resta che andare ed è come rimettere un libro nello spazio vuoto di uno scaffale, sistemato, affidato, concluso. L’essere prova soddisfazione dell’impercettibile ostentato fastidio di una liquidazione, di una piccola menomazione. La singolarità invece può esistere solo se inchiodata alla passione. Ognuno commette e subisce i suoi dodici stupri per le vie di Gerusalemme: è tutto qui il segreto dell’origine e dell’universo, e puoi essere nichilista di fronte al nulla quanto vanitoso in tanta vanità, purché tu faccia uso di te stesso indulgendo a delle parole o a delle preghiere, purché idolatri l’essere e non lo lasci svanire incubando ciò che manca, farfalla in bozzolo, uomo in case e vestiti, opere, emozioni, leggi e principi. Voglio essere nero e negro perché l’abbandono, l’oblio e la solitudine sono la sola arte; perché potrei acquistare un coltello e una pistola e non avrei paura ad usarli per essere più veloce del tempo e dei miei e dei vostri occhi. Il coraggio del suicidio è la sola libertà. E in fondo tutte le esperienze invecchiano eccetto quella per esperire la quale invecchiamo.
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E continuo colmo d’inappartenenza, stravaccato sul divano tirando a sorte col coltello colate d’alberi d’incenso. Stringo fra le dita il torsolo annerito di una mela e raccolgo semiminime acchiappandole al volo come piattelli su un campo di gara mentre tiro boccate da uno spinello. Giro i pedali dentati della bicicletta e contraggo i muscoli fino allo spasmo; ometto consapevolmente ogni chiara percezione, ogni doverosa nozione. Ci sono dei dentici nell’aria e addentano. Il percorso è un abbozzo fra la folla del sabato pomeriggio in centro, una omissione in cui ogni incontro e scontro è eccezionalmente nuovo ma privo di correlazione come nato da un piccolo seme. Abbiamo bocche larghe e occhi fissi e lattiginosi come l’olio sotto i tappi di sughero dei fiaschi di vino. Sacchi di rayon avvolgono ciascuno di noi, si tendono e si allungano dal bagno alla cucina, dalla fermata dell’autobus alla scuola, al lavoro, alla piscina. L’acqua gelata si assorbe come gomma fusa nei follicoli piliferi della cute del cranio. Spruzzo alcool denaturato sui palmi lesi delle mani, sul manubrio storto, sul ginocchio, sulla libertà e sulle tue cuffie; rifletto sugli occhiali da sole del podista sconosciuto, che mi porge le sue scuse. Non brucia più come quand’ero bambino. Ho due cerotti sul tendine della caviglia sinistra. Ho fatto i preparativi, per non rimanere sbalordito. Ma adesso sono deluso che l’unica sorpresa ancora autentica sia qualcuno che ti piombi addosso con l’auto, che mamma non soffi più sulla ferita. Frizza. Formicola. Come le formiche con le ali che cominciano a camminarti sui vestiti. Se rimanessi steso sarebbe come essere morto; non è necessario che il tuo cuore smetta di battere o che il poligrafo non registri alcuna oscillazione; basta essere meno visibili, avere pochi spigoli e ottundere gli angoli a novanta gradi e tutto si fa più morbido e rarefatto. Esito, le giostre se ne sono andate; il silenzio dei binari vuoti, abbandonati, non porta in nessun dove. Le scritte rimarranno sui muri. Ho paura e ancora tempo. Oltre questa porta c’è chi suggerisce: “alzati in piedi, spostati; continua a correre”. Ma prima mi guardo intorno: sego, piallatura, limatura, aule che soffocano in stanze anguste, nei quarti d’ora di ricreazione, auto, zingari che spuntano dalle canne, papà che rimettono le scarpe a dei bimbi in riva al fiume, grandi idee lunghe e languide e dimenticate, disadattate come un cartello stradale nella corrente. Indugio, poi riprendo lentamente. Accelero. Un altro giro di pedali per unire tutto in prospettiva a diversi gradi di trasparenza. Trascino anch’io ogni cosa con me mentre avanzo, grandi mucchi di spazzatura come accumulazioni alla foce di un fiume, come spuma sulla marea; ed è tutto ciò che hai visto e toccato o sognato, che non è defluito, ed è più reale di queste ombre che travolgo mentre procedo a zig zag. Lega ancora qualcos’altro, la crescita è fantastica, ha ragion d’essere in questo mondo di morte, meraviglioso come un fuoco d’artificio, come un pene che s’affloscia. Grossi denti di dentici sul selciato, anatre che svolazzano in un lamento. Troppi momenti di esitazione, troppe giustificazioni. Voglio un cuore in bilico, disarticolato come il rintocco di una campana che suoni a morto, da rimettere continuamente in equilibrio; lo trapianto tutti i giorni nella notte, lo incastro forzando affinché si otturi. Il tabacco è troppo pressato, soffoca emettendo un bagliore più intenso. La cartina si sbriciola e se ne va in fumo. Vorrei essere d’ossidiana; sparirei nelle mura se solo riuscissi a rovesciarmi sulla testa il secchio di vernice dell’imbianchino. Coprirei i vostri occhi attoniti e i punti interrogativi, svolgerei i riccioli delle riviste sui palmi delle mani. Non sarebbe più così complicato; farebbe meno freddo e aumenterebbe il volume. Ho la testa piena mentre il corpo è solo un involucro. I pensieri sono come il calore, tendono verso l’alto e picchiettano sulla scatola cranica, imprigionati. Forse in questo modo ci tengono a galla. Ho troppa aria in pancia, sono troppo leggero. Il vuoto che sento è un negozio che non chiude mai, un attore con una sola espressione. Attorciglio gli occhi alla catena. Un vento precoce mi sferza la faccia. Un immigrato color caffè con un piumino trapana una scultura di ghiaccio. Un bimbo rachitico porta a spasso i suoi vestiti. Ci somigliamo tutti quando la luce si fonde. Qualcuno suona i campanelli e mi sfinisce. Domani finisce l’estate e avrò tempo di farmi un’altra iniezione di cortisolo. Vivo di furia. Non mi so adattare. Non è un pregio. Non sono cresciuto abbastanza, proprio come i denti di mamma che sono ancora piccoli e di latte. Le si sono consumati quasi tutti ma ogni tanto si scheggiano come queste gocce sulle pietre. Adolescenti si stringono ai gomiti, spalancano gli occhi e si fermano ad osservare. Li taglio con le gomme dentate, li addento con i denti. Adesso impugno le posate, allaccio le scarpe, mi infilo i calzini. Indosso la mia solita orgia di gesti. Stasera sono troppo stanco per scopare ma non ho le parole per dirtelo. È un giorno di settembre e il sole se ne sta appisolato sui prati, di fianco, con le mani giunte sotto la testa e le ciglia lunghe, in un sonno leggero. Non mi va di rimettere a posto le cartilagini, curare la scriminatura fra i capelli, rientrare in un calco di gesso. Le vagine sono come gli scudi colorati dei primitivi, di pelle animale; vi si conficcano lance e punteruoli. Ma ci sono poche probabilità fra i limiti del possibile. Il cielo si fa sempre più terso e anche tu ricominci ad invecchiare, a contorcerti nel torpore delle sabbie mobili di un viso dove si affonda in se stessi. Lo faremo ancora perché il sesso non è esclusivo per natura; tuttalpiù le risate lo sono, se le stringi a te. Ma si è sempre troppo svagati. Ogni cosa e ognuno adula come un lacchè e intanto cospira. Vorrei poter lasciare il mio corpo tra le tue braccia e osservarci dall’alto; allora potrei baciare con la tua bocca e occupare le tue dita come guanti per conoscere ciò che mi sembra inconcepibile; e saprei che si prova e com’è stato e forse scoprirei che è dolce anche sulle mie labbra, piacevole sul mio corpo come la luna su un deserto di cristallo. Ma amore è troppo singolare per avere un senso, è un viluppo strano come onde di fumo, come i raggi di una bicicletta in velocità: guazzabugli, minestre, insiemi senza senso. Un’ultima boccata al filtro e mi alzo, barcollo. Mi sciacquo la faccia con acqua gelata. Mi guardo allo specchio. Ho un dentice in bocca e addenta.
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Le città sono contraddittorie, ci sono tombe provvisorie e negozi in saldo tutto l’anno, persone che non smettono di passeggiare di fronte alle vetrine e strade sempre diversamente affollate. Brucio i miei cinque minuti di sigaretta mentre i fari vanno al lavoro rincorrendosi e sparendo in lontananza. Mi concedo pochi minuti d’isolamento, ovattato, accolto dallo strombo di una finestra, con le cosce sui tubi di ghisa del radiatore, ancora freddi. Guardo giù nel seminterrato dove volano crepitando foglie secche e confezioni vuote come ossa senza padrone. La testa si fa pesante e rasenta il vuoto, diventa grande e instabile come una mongolfiera. Le mani stringono sbarre rugginose, le piegano e si confondono. Ecco, ci siamo; ho della sabbia sotto le unghie. Sono leggero come uno psicopatico con le ali strette in una ghiera metallica. Non avverto emozioni. Precipito e non provo alcun dolore. Per terra, alla deriva, ci sono alcuni ganci per stendere i panni, ingobbiti dal tempo, con la molla rotta, come piccoli cetacei arenati nella bassa marea. Sono enormi se li osservi da sotto il livello del suolo. Oltre la loro parete rosa c’è l’ombra scura di tre carpe e il cinese rabdomante che fa roteare la canna. Ha dei piccoli baffetti setolosi sotto lo spinotto del naso, cammina con ciascun piede a quarantacinque gradi e l’orlo dei pantaloni a quadri che gli sfiora i polpacci come una ghigliottina. Un uomo giallo e pesci neri dietro l’argine alle giostre, una fontana che sembra un battezzatoio. Intimità senza repliche. È rassicurante come ci possa essere allo stesso tempo comunione e separazione fra ciò che è ignoto e ciò che si conosce. S’interpongono nel mio pensiero come reti piene di pietre, come forcine, e non è diverso da ciò che sarebbe potuto accadere, non dissimile da ciò che è me adesso. Ed è tutto qui il senso, nell’irrazionalità oltre l’astrazione, nell’espansione che brulica di sensazioni inesatte: nel tocco, nel baleno, in questo spazio, nel dito affondato nella carne. Potresti descrivere un paesaggio o un’immagine alla perfezione, ma non sarebbe quello che vorresti dire; è ignoto quale sia precisamente il punto, lo scopo e l’oggetto. Tutto ciò che non si può esprimere è sempre uguale, preme solo diversamente. Una frase ne ricorda un’altra, un viso altri visi e fatti, e in ciascuno manca sempre cosa e come e dove; e il momento esatto in cui si smettono le cose è meglio dimenticarlo pena ripeterle per sempre, assegnando nuove forme. Capovolgere il corso dell’esistenza equivale a duplicarla; è sempre una consunzione, un rimpicciolimento; invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Siamo fattori di falsità, camuffatori consapevoli che il passato è del tutto identico all’invenzione di una nuova storia, e che ci cuciamo sempre sopra. Le cose che abbiamo sotto gli occhi invece non le vediamo mai: come la fronte che si corruga, un sopracciglio che si alza, un labbro che aggetta. Il resto è il principio, la radice, ma la sublimiamo alla nascita e continua a tintinnare come alberi di zecchini d’oro al vento, nei momenti poco pensati, fra sistole e diastole, fra le onde peristaltiche, e lo rivedi sotto strane apparizioni quando eserciti l’ascesi dagli altri. L’alterità distrae sempre perché non riesci a credere che possa avere vita; sono troppi e troppo espressivi e ponderabili e in fondo non ci interessano se non per quanto possiamo sembrare interessanti. Solitudine o volgarità, è qui la scelta. La definizione è figlia della numerosità e ciò che sfugge è più vero perché alloca più memoria. E una palingenesi alla fine ci è comunque assicurata; è il parto di questo assemblaggio di uomini, di questo allevamento di organi, dove nonostante tutto la fabbrica è vicina e somiglia al cortile dell’asilo. Gamia e riproduzione, ripetizione: sono termini che puoi far convergere o divergere; siamo abituati a contrarre perché ciò che è senza controllo difficilmente può essere umano; ma potersi riconoscere, potersi vedere ancora è un non luogo nella strettezza dei nostri luoghi: raschiare via l’intonaco dai muri con una lama retrattile, abbattere le mura, tagliare gli alberi, appianare le colline, dismettere le proprie strade è un’aspirazione alla bellezza che è altrove in quanto tale, per non appartenenza. La vera vita sta seduta sul vuoto, dondolando le gambe; non porta mutande, ha cosce bianche e sottili, ed è senza morale; l’esperienza invece della volontà è uno specchio in frantumi che provi continuamente a riassemblare difendendo punti di vista indifendibili. L’inferno è questo, falso come la moralità che c’è nel dovere rispetto alla necessità, come una suora nel bagno di un bar. E premo forte le ginocchia contro la graticola fino a sanguinare, in un un’incertezza atrofica, magari il dolore si possa attenuare, o riesca a penetrare come fra alluce e pollice una fila di perle di mare, come bocconi sotto le zampe di un animale; sommesso, sperduto, flagellato, scucito, irrequieto ad aspettare che fischino le orecchie. La vita è una malattia, ha solo un decorso un po’ più lungo ma è ugualmente mortale, si è adattata a noi e ci calza a pennello come un parassita; continua come tremore nello squallore dell’unicità, in una poesia di dissoluzione che pretende un corpo che non ci appartiene. E la condanna più grande è non riuscire a credere a chi crede.
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Piegò un angolo della bocca e disse che non ce l’avrebbe fatta per cena; poi pensò con un leggero piacere agli scaffali del supermercato, pieni di cose. Gli occhi si fecero liquidi pullulando e fermentando come gabbiani nella poca acqua di uno stagno inaridito, le labbra si seccarono e si aprirono come bolle che scoppiano spiccicandosi lentamente e finiscono in uno schiocco leggero. Non si affrettò a morire, eppure avrebbe voluto. Immaginò di asportare impassibile i bargigli di una gallina, di cogliere bacche rosse, di stare ad osservare gli scatti improvvisi e regolari di una tarantola mimetizzata, sospesa in verticale sul muro delle scale di casa. Il vuoto soffice che le era montato dentro cancellando gli organi ed annullando ogni dolore si riempì della sensazione dell’indipendenza da ciò che muore: dagli amici, da coloro ai quali non avrebbe più stretto la mano, dai conoscenti che non avrebbe più salutato per strada inclinando appena la testa; dai genitori, da papà con le gambe secche nei calzoni corti dalla bocca larga, dal cibo agli angoli della bocca, dal calore dell’artrite alle ginocchia; e forse sarebbe stato bello estraniarsi da tutto ciò che ti ha reso te e non riconoscersi più. Allentò le mani che, animate, si contrassero e risuonarono come alberi d’abete. Ricordò qualcosa che sfuggiva, senza nome, muovendo la coda sotto il cassettone, screanzato come ogni singolo respiro; una volta un topo le era schizzato via fra le gambe, ma non era proprio quel ricordo. Qualcuno in sogno le suggerì che la grazia non c’è mai stata se non all’origine, anzi dentro l’origine. “Dove torni adesso e sai di nuovo improvvisare” pensai scivolando, perdendo un poco l’equilibrio. La stanza era angusta, le finestre chiuse in un ultimo tentativo di trattenere la vita; le luci spente, e se non fosse stato per un bagliore proveniente dalla lampada del corridoio non ti avremmo vista illividire. L’oscurità ottundeva gli angoli alle pareti. Fu come essere all’interno di un sfera pronta a rotolare via capovolgendoci se solo qualcuno di noi avesse fatto un passo. Dal pavimento saliva l’odore agrodolce dei vecchi che muffano e non lo sanno mentre la pelle si crepa e inaridisce. “Avere così poco tempo e essere così impazienti” e mi fu chiaro che non lottavi per rimanere ma solo per partire e che noi eravamo degli spettatori senza faccia, traffico rumoroso, e che ascoltavi i nostri silenzi come nenie e disfrasie, come si avverte da sotto le coperte il megafono del ferrivecchi che passa sferragliando e cantando per la strada. Ricordo ora come allora i tuoi compagni di letto che fingevano di dormire presagendo forse lo stesso viaggio, negando la stessa sorte; stringevano violente le mani nelle lenzuola, vicine, sudando freddo, in posizione fetale; non riuscivi a capire se in un disperato tentativo di aggrapparsi affinché non li trascinassi via con te o giungendole in preghiera, implorando di non avere le forze per stare sulle ginocchia, incrociando gli avambracci in assetto di difesa. Pensai che in fondo non fosse molto diverso. Tu già non ci riconoscevi più e tutto quello che era stato non aveva alcuna importanza, se non per noi. “Nella morte si torna ad essere quello che siamo sempre stati, ciò che avremmo voluto essere, personalmente…” mi ripetevo, mentre il tubo endotracheale pompava l’aria “…nella morte ripenetriamo in noi stessi e più niente può essere ideabile… non c’è più nessun bisogno di spingere e forzare” e il tuo petto si sgonfiava e gorgogliava d’acqua e d’aria sfrigolando come un bambolotto di cera che arda nella marmitta di una strega. Ma non avevi brividi sulla pelle, nè terrore; nelle tue pupille fisse si riusciva a cogliere con chiarezza solo la meraviglia per una nuova esperienza. La paura in fondo appartiene a coloro che non hanno ancora compiuto il viaggio, che guardano al domani come ad un tramonto dietro ad una nube. Mentre questa era la tua ascensione candida e inopinatamente desiderata, come la dormizione di Maria. Avevi già transitato per il mondo e ormai non rimuginavi più su quanto fosse stato breve. Il giro della giostra era finito, eri già scesa dagli scalini della stazione. Il dottore brancolava entrando e uscendo dalla stanza a testa bassa, come un falco col cappuccio, in una strana commutazione che lo faceva sembrare una camicia su una spalliera. “Quando si è al piano più basso dell’umanità non c’è più spazio per le parole” mi echeggiò nella testa. E ci facemmo più vicini, dimentichi delle nostre presenze, profilati dalla luce come candele accese. E in quel momento abbiamo perso la nostra personalità, e io, che non ti conoscevo e non avevo alcuna esperienza del tuo corpo eccetto per quella volta in cui, senza pudore, mi mostrasti e mi facesti toccare fiera la cicatrice che ti avevano disegnato sotto la mammella, all’improvviso sono stato tuo padre e tua madre e tu mia sorella piccola che fingeva per gioco di morire, perché nessuna frase e nessun nome ha valore. L’attimo del trapasso non lo ricordo esattamente nonostante mi sforzi mentre passeggio vivo e colpevole per questo viottolo polveroso, vibrante di calore. Gli alberi sono carichi di pesche e le foglie rilucono di tantissime tonalità di verde. I gabbiani si alzano in volo, roteano in complicatissimi giri seguendo le correnti, poi si posano ancora e immergono e strusciano estraendoli i lunghi becchi nel fango umido e spesso. Inchiodati alle cortecce degli alberi alcuni cartelli dondolano facendo brillare un lieve cigolio “divieto di caccia e allenamento cani”. I covoni di fieno posano immobili come mucche, gialli e precisi come architetture. Mi sembra impossibile che io sia la stessa persona spaurita di tanti anni fa, in piedi in quella stanza, sugli stessi piedi. Chissà quando sarà il mio e il vostro turno. Non si è mai preparati. Credi sempre che sia difficile, e forse lo è come saltare con l’asta, ma è un talento che tutti posseggono. Adesso sorrido pensando che non è stato diverso per te da fare un passo, semplice come lisciarsi i capelli, e questo mi consola perché non ho mai posseduto neppure il talento e il coraggio che basta ad ubriacarsi.
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Ogni giorno non faccio altro: scompongo, decontestualizzo, ricontestualizzo. Ciò che non è me fa lo stesso con la mia persona, affinché la vita sia posseduta dalla distrazione. E’ necessario. Le vacanze invitano a smettere di respirare. Sragiono se resto immobile. La mia salute mentale si nasconde nel pranzo, fra una coscia di pollo e le foglie unte d’insalata. Occupa tutte le sedie. Si appoggia agli oggetti, preme sugli spigoli, le ante, su tutti gli strumenti di tortura senza farsi troppo male. Ho tanto tempo per non fare, per non vedere. Defeco sullo tavola e piscio nei piatti. Vomito sulla televisione e tengo le scarpe sui guanciali. Ci sono larve di falena che puoi scambiare per escrementi d’uccello; uomini che si travestono di strade affollate, musica alta, mani in tasca. Sorridono, organizzano viaggi, programmano i posti da visitare, si baciano e preparano da mangiare con le mani sporche, dopo aver ucciso, in totale indifferenza. Cessare e rimanere vivi, dimenticare: equivale ad essere un assassino. Spingo il cotone fino ai timpani; mi tuffo dal molo per ricordarmi di avere un peso. Tocco gli ultrasuoni dei pipistrelli perchè so che non li posso sentire. Tengo in tasca un analgesico per la puntura di una tracina; così sono vivo e brucio prima di essermi ferito. Un dolore immaginato non può essere termolabile. Non so cosa dico, ma tanto è sufficiente che ci sia qualcuno che conti su di te per dare una parvenza di significato a delle parole. Gli altri ti sentono quando si vogliono considerare; tu no. Non mi lavo e mi basta appena le persone ballano e gioiscono sui cadaveri. Sputo, odoro e adoro l’odore del mio cazzo. Amo la birra fredda. È insoluto l’interrogativo se sia capace di abbandonare ma, se ci penso, ne soffro come quando vengo abbandonato. Se non sopporto nessuno, non c’è presenza. Deficio in un ufficio oberato dagli impegni. Non io. Mi manca il biberon. In estate sono l’unico pensiero inquieto di una casa vuota. Noi due restiamo dei bisessuali per anno di nascita: c’è scritto sulla targa della tua auto. Sragiono sulle cose che finiscono, e questo diario in cui cerco semiconsapevolmente di far nascere qualcosa in tanta sterilità, diventa arido proprio per questa coscienza. Mi sento colpevole e me ne vergogno. Meglio stare ad osservare i capperi in fiore e fermare le lacrime prima che vadano giù. A nessuno frega niente di come vanno le cose, purché vadano per il verso giusto. La poesia è superiore alla prosa e ciò che è mio è sempre senza macchia. Una scultura, un solo endecasillabo, quel solo momento di gomiti su una scalinata e lo sguardo del fornaio valgono tutte le storie del mondo come un fotogramma rispetto ad una sequenza. Somigliano meno, e pause e resistenze sono i nostri desideri, sono ciò che non possiamo avere. Le persone non scelgono, rinunciano: perché tutto va troppo veloce e c’è poco tempo e il filo spinato si stringe sempre più intorno alle caviglie. La polvere si alza, le pietre schizzano e rotolano sotto le gomme. Ed è difficile sfilarsi i pantaloni; ci vuole troppo coraggio e non ci si guadagna niente. L’universo copia l’uomo, è progettuale e senza scopo e canalizza tutto. Ognuno di noi aspira ad una uscita, ad una luce; sogna la terra ferma, non importa a che prezzo. E poi, se approdi, il nulla. In me abolirò le coniugazioni. Userò solo incoativi e non farò più una mossa. Starò ad ascoltare i click metallici del piccolo organo Hammond nella mia mente; e tornare in se stessi e trascendere oltre. Non voglio sapere più i nomi delle persone con cui scopo: parole, forme e colori sono tentativi falliti di uscire da noi stessi, da uova tutte uguali; fiori, rami, alberi, nasi storti o alla francese, pelli lisce o devastate dall’acne, aborti e sgorbi generati da una più o meno intensa ribellione e dalla conseguente sottomissione ad una legge. Mi taglio con il rasoio sul mento o sotto l’occhio e spargo il sangue sulla faccia. Fingo d’indurre l’arrossamento. Mangiamo sangue; siamo germi piogeni come staffilococchi, come streptococchi. Poi puliamo e nascondiamo. Ciò che non si vede e non si ricorda non è mai stato. Non ci puoi fare niente, quindi non importa. Il mio cuore parla un’altra lingua. Addio, nevermind e fanculo. Forse se faccio silenzio, se chiudo gli occhi posso non essere come voi. Sicuramente posso non essere in ciò che non si apre più, come questo diario.