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Ho due strappi nei jeans, dietro la coscia e sul ginocchio: i jeans che mi vanno un po’ stretti, che mamma ha ricucito più volte a macchina sovrapponendo altri strati di tessuto; i jeans che mi fanno sorridere per quanto deve sembrare grande il mio cazzo a chi guardi sotto la cintura. Mi provoca tensione l’attenzione che metto nel cercare di non allargarli quando mi siedo. È una sensazione non strettamente legata a questo paio di pantaloni, ma generica, che riguarda tutto ciò che è deperibile, come la carta delle pagine di un libro che tu tenga in mano sotto la pioggia, come la pelle che sfrigoli su un oggetto incandescente. Ne godo per quanto m’inquieti, nonostante ne provi repulsione. Anche provocare e ricevere dolore e sofferenza sono induzioni dall’interno, da un impulso che spinge alla ricerca di una ascensione che sia solo personale. Non ha a che fare con l’impossibile interazione con gli altri; ne è solo una conseguenza. Bastiamo a noi stessi senza che sia sufficiente, e sono a posto come fossi in giacca e cravatta se indosso la maglietta verde militare con il colletto consumato, se le scarpe si sono un po’ inzaccherate di mota giocando a pallone. Avrei voluto nascere nero e negro e poter esserlo fino all’ultimo giro. Avrei avuto più possibilità di protestare la professione dell’indifferenza, oppure, al contrario, di professare la dislocazione della carne, la divergenza dall’associazione. Avrei potuto saltare sui treni merci senza sentirmi in colpa, dormire con gli emarginati che non hanno voglia di conoscersi ma solo d’incontrarsi e condividere calore. Non usano termini ma il linguaggio dell’incomprensione tramite il quale ciascuno svela i suoi limiti e i suoi confini. I discorsi sono reti, le parole un’intossicazione, dure come calcoli renali, indiluibili come i ricordi, inguaribili come un cancro ai polmoni. Cerco di sbarazzarmene passeggiando fra la gente che calcola, che apre le cerniere delle giacche e aziona la ventola; danzo snervato come una baccante, e invidio chi commercia in armi e si perfora la carne con tatuaggi e piercing, e sniffa sesso dalle narici. Assiderare al gelo della Russia, l’ibernazione: questo desidero. Cortei sciamano ed emettono il rumore di una vecchia che cucia sola col rocchetto; somigliano ad un’enorme indigestione. Intimidiscono con i profumi, i capelli lisci, i vestiti appariscenti, gli sguardi d’interesse o di disinteresse. Lusingano con i seni, con i cazzi, le fiche, i culi. È così da sempre. E i lombrichi strisciano e le radici continuano ad andare in profondità; gli uccelli cinguettano e il cielo tambureggia nel suo inutile tripudio per somigliare a se stesso. Non ci sono verità che restino da scoprire. Metto sù falsi occhi pigri in una selva di calcagni storti mentre cani regalano saluti agli sconosciuti. Squillano voci accaldate di bimbi che non si curano di ciò che hanno fra le mani, non ancora fuori posto nella loro stessa vita. Infilano le vie del mondo con l’energica semplicità con cui si veste una nuova maglia, con cui si rompe, calpestandola, una sottile superficie di ghiaccio. Crepita come una frattura irreparabile, come un pianto inconsolabile. I progetti sono gobbi e storpi. I verbi camminano all’infinito, galleggiando puri come la nudità; hanno ninfee per capezzoli. Sono terra, e hanno denti, e corsa. Affiorano fuori dal nulla. Abbandonano la realtà ormeggiata alla propria indolenza e lasciano le cose come stanno, facendo sì che siano costrette a fare i conti con la loro deformità. Prorompono fuori dal cuneo dove giacciono, incastrate, esistenze fameliche di vita come gatti selvatici nella boscaglia, scuoiate in magrezza, esfoliate come la vernice sulle ringhiere. Sono clavicole che raggiungono l’apogeo fuori agli orli brillando di sudore, libere da ogni postura cui invita l’abitudine all’involucro. L’essere è un vuoto costretto a riempire una vita che è ancora vergine d’afflizione. Ciclicamente, a brevi intervalli, sopraggiunge la costipazione e subito dietro ad essa, inaspettata, la flagellazione. L’ordine reinventa se stesso alimentando la finzione dell’evitabile, ma la creazione non ha storia e essere uomini è come saltare continuamente un ostacolo invisibile; c’è solo atto e niente essenza, come il sibilo nella voce. Quello che nasce è in fondo il nocciolo duro di ciò che è rimasto impantanato, degenerato in un inestricabile groviglio. E non resta che andare ed è come rimettere un libro nello spazio vuoto di uno scaffale, sistemato, affidato, concluso. L’essere prova soddisfazione dell’impercettibile ostentato fastidio di una liquidazione, di una piccola menomazione. La singolarità invece può esistere solo se inchiodata alla passione. Ognuno commette e subisce i suoi dodici stupri per le vie di Gerusalemme: è tutto qui il segreto dell’origine e dell’universo, e puoi essere nichilista di fronte al nulla quanto vanitoso in tanta vanità, purché tu faccia uso di te stesso indulgendo a delle parole o a delle preghiere, purché idolatri l’essere e non lo lasci svanire incubando ciò che manca, farfalla in bozzolo, uomo in case e vestiti, opere, emozioni, leggi e principi. Voglio essere nero e negro perché l’abbandono, l’oblio e la solitudine sono la sola arte; perché potrei acquistare un coltello e una pistola e non avrei paura ad usarli per essere più veloce del tempo e dei miei e dei vostri occhi. Il coraggio del suicidio è la sola libertà. E in fondo tutte le esperienze invecchiano eccetto quella per esperire la quale invecchiamo.

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