E continuo colmo d’inappartenenza, stravaccato sul divano tirando a sorte col coltello colate d’alberi d’incenso. Stringo fra le dita il torsolo annerito di una mela e raccolgo semiminime acchiappandole al volo come piattelli su un campo di gara mentre tiro boccate da uno spinello. Giro i pedali dentati della bicicletta e contraggo i muscoli fino allo spasmo; ometto consapevolmente ogni chiara percezione, ogni doverosa nozione. Ci sono dei dentici nell’aria e addentano. Il percorso è un abbozzo fra la folla del sabato pomeriggio in centro, una omissione in cui ogni incontro e scontro è eccezionalmente nuovo ma privo di correlazione come nato da un piccolo seme. Abbiamo bocche larghe e occhi fissi e lattiginosi come l’olio sotto i tappi di sughero dei fiaschi di vino. Sacchi di rayon avvolgono ciascuno di noi, si tendono e si allungano dal bagno alla cucina, dalla fermata dell’autobus alla scuola, al lavoro, alla piscina. L’acqua gelata si assorbe come gomma fusa nei follicoli piliferi della cute del cranio. Spruzzo alcool denaturato sui palmi lesi delle mani, sul manubrio storto, sul ginocchio, sulla libertà e sulle tue cuffie; rifletto sugli occhiali da sole del podista sconosciuto, che mi porge le sue scuse. Non brucia più come quand’ero bambino. Ho due cerotti sul tendine della caviglia sinistra. Ho fatto i preparativi, per non rimanere sbalordito. Ma adesso sono deluso che l’unica sorpresa ancora autentica sia qualcuno che ti piombi addosso con l’auto, che mamma non soffi più sulla ferita. Frizza. Formicola. Come le formiche con le ali che cominciano a camminarti sui vestiti. Se rimanessi steso sarebbe come essere morto; non è necessario che il tuo cuore smetta di battere o che il poligrafo non registri alcuna oscillazione; basta essere meno visibili, avere pochi spigoli e ottundere gli angoli a novanta gradi e tutto si fa più morbido e rarefatto. Esito, le giostre se ne sono andate; il silenzio dei binari vuoti, abbandonati, non porta in nessun dove. Le scritte rimarranno sui muri. Ho paura e ancora tempo. Oltre questa porta c’è chi suggerisce: “alzati in piedi, spostati; continua a correre”. Ma prima mi guardo intorno: sego, piallatura, limatura, aule che soffocano in stanze anguste, nei quarti d’ora di ricreazione, auto, zingari che spuntano dalle canne, papà che rimettono le scarpe a dei bimbi in riva al fiume, grandi idee lunghe e languide e dimenticate, disadattate come un cartello stradale nella corrente. Indugio, poi riprendo lentamente. Accelero. Un altro giro di pedali per unire tutto in prospettiva a diversi gradi di trasparenza. Trascino anch’io ogni cosa con me mentre avanzo, grandi mucchi di spazzatura come accumulazioni alla foce di un fiume, come spuma sulla marea; ed è tutto ciò che hai visto e toccato o sognato, che non è defluito, ed è più reale di queste ombre che travolgo mentre procedo a zig zag. Lega ancora qualcos’altro, la crescita è fantastica, ha ragion d’essere in questo mondo di morte, meraviglioso come un fuoco d’artificio, come un pene che s’affloscia. Grossi denti di dentici sul selciato, anatre che svolazzano in un lamento. Troppi momenti di esitazione, troppe giustificazioni. Voglio un cuore in bilico, disarticolato come il rintocco di una campana che suoni a morto, da rimettere continuamente in equilibrio; lo trapianto tutti i giorni nella notte, lo incastro forzando affinché si otturi. Il tabacco è troppo pressato, soffoca emettendo un bagliore più intenso. La cartina si sbriciola e se ne va in fumo. Vorrei essere d’ossidiana; sparirei nelle mura se solo riuscissi a rovesciarmi sulla testa il secchio di vernice dell’imbianchino. Coprirei i vostri occhi attoniti e i punti interrogativi, svolgerei i riccioli delle riviste sui palmi delle mani. Non sarebbe più così complicato; farebbe meno freddo e aumenterebbe il volume. Ho la testa piena mentre il corpo è solo un involucro. I pensieri sono come il calore, tendono verso l’alto e picchiettano sulla scatola cranica, imprigionati. Forse in questo modo ci tengono a galla. Ho troppa aria in pancia, sono troppo leggero. Il vuoto che sento è un negozio che non chiude mai, un attore con una sola espressione. Attorciglio gli occhi alla catena. Un vento precoce mi sferza la faccia. Un immigrato color caffè con un piumino trapana una scultura di ghiaccio. Un bimbo rachitico porta a spasso i suoi vestiti. Ci somigliamo tutti quando la luce si fonde. Qualcuno suona i campanelli e mi sfinisce. Domani finisce l’estate e avrò tempo di farmi un’altra iniezione di cortisolo. Vivo di furia. Non mi so adattare. Non è un pregio. Non sono cresciuto abbastanza, proprio come i denti di mamma che sono ancora piccoli e di latte. Le si sono consumati quasi tutti ma ogni tanto si scheggiano come queste gocce sulle pietre. Adolescenti si stringono ai gomiti, spalancano gli occhi e si fermano ad osservare. Li taglio con le gomme dentate, li addento con i denti. Adesso impugno le posate, allaccio le scarpe, mi infilo i calzini. Indosso la mia solita orgia di gesti. Stasera sono troppo stanco per scopare ma non ho le parole per dirtelo. È un giorno di settembre e il sole se ne sta appisolato sui prati, di fianco, con le mani giunte sotto la testa e le ciglia lunghe, in un sonno leggero. Non mi va di rimettere a posto le cartilagini, curare la scriminatura fra i capelli, rientrare in un calco di gesso. Le vagine sono come gli scudi colorati dei primitivi, di pelle animale; vi si conficcano lance e punteruoli. Ma ci sono poche probabilità fra i limiti del possibile. Il cielo si fa sempre più terso e anche tu ricominci ad invecchiare, a contorcerti nel torpore delle sabbie mobili di un viso dove si affonda in se stessi. Lo faremo ancora perché il sesso non è esclusivo per natura; tuttalpiù le risate lo sono, se le stringi a te. Ma si è sempre troppo svagati. Ogni cosa e ognuno adula come un lacchè e intanto cospira. Vorrei poter lasciare il mio corpo tra le tue braccia e osservarci dall’alto; allora potrei baciare con la tua bocca e occupare le tue dita come guanti per conoscere ciò che mi sembra inconcepibile; e saprei che si prova e com’è stato e forse scoprirei che è dolce anche sulle mie labbra, piacevole sul mio corpo come la luna su un deserto di cristallo. Ma amore è troppo singolare per avere un senso, è un viluppo strano come onde di fumo, come i raggi di una bicicletta in velocità: guazzabugli, minestre, insiemi senza senso. Un’ultima boccata al filtro e mi alzo, barcollo. Mi sciacquo la faccia con acqua gelata. Mi guardo allo specchio. Ho un dentice in bocca e addenta.