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Le città sono contraddittorie, ci sono tombe provvisorie e negozi in saldo tutto l’anno, persone che non smettono di passeggiare di fronte alle vetrine e strade sempre diversamente affollate. Brucio i miei cinque minuti di sigaretta mentre i fari vanno al lavoro rincorrendosi e sparendo in lontananza. Mi concedo pochi minuti d’isolamento, ovattato, accolto dallo strombo di una finestra, con le cosce sui tubi di ghisa del radiatore, ancora freddi. Guardo giù nel seminterrato dove volano crepitando foglie secche e confezioni vuote come ossa senza padrone. La testa si fa pesante e rasenta il vuoto, diventa grande e instabile come una mongolfiera. Le mani stringono sbarre rugginose, le piegano e si confondono. Ecco, ci siamo; ho della sabbia sotto le unghie. Sono leggero come uno psicopatico con le ali strette in una ghiera metallica. Non avverto emozioni. Precipito e non provo alcun dolore. Per terra, alla deriva, ci sono alcuni ganci per stendere i panni, ingobbiti dal tempo, con la molla rotta, come piccoli cetacei arenati nella bassa marea. Sono enormi se li osservi da sotto il livello del suolo. Oltre la loro parete rosa c’è l’ombra scura di tre carpe e il cinese rabdomante che fa roteare la canna. Ha dei piccoli baffetti setolosi sotto lo spinotto del naso, cammina con ciascun piede a quarantacinque gradi e l’orlo dei pantaloni a quadri che gli sfiora i polpacci come una ghigliottina. Un uomo giallo e pesci neri dietro l’argine alle giostre, una fontana che sembra un battezzatoio. Intimità senza repliche. È rassicurante come ci possa essere allo stesso tempo comunione e separazione fra ciò che è ignoto e ciò che si conosce. S’interpongono nel mio pensiero come reti piene di pietre, come forcine, e non è diverso da ciò che sarebbe potuto accadere, non dissimile da ciò che è me adesso. Ed è tutto qui il senso, nell’irrazionalità oltre l’astrazione, nell’espansione che brulica di sensazioni inesatte: nel tocco, nel baleno, in questo spazio, nel dito affondato nella carne. Potresti descrivere un paesaggio o un’immagine alla perfezione, ma non sarebbe quello che vorresti dire; è ignoto quale sia precisamente il punto, lo scopo e l’oggetto. Tutto ciò che non si può esprimere è sempre uguale, preme solo diversamente. Una frase ne ricorda un’altra, un viso altri visi e fatti, e in ciascuno manca sempre cosa e come e dove; e il momento esatto in cui si smettono le cose è meglio dimenticarlo pena ripeterle per sempre, assegnando nuove forme. Capovolgere il corso dell’esistenza equivale a duplicarla; è sempre una consunzione, un rimpicciolimento; invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Siamo fattori di falsità, camuffatori consapevoli che il passato è del tutto identico all’invenzione di una nuova storia, e che ci cuciamo sempre sopra. Le cose che abbiamo sotto gli occhi invece non le vediamo mai: come la fronte che si corruga, un sopracciglio che si alza, un labbro che aggetta. Il resto è il principio, la radice, ma la sublimiamo alla nascita e continua a tintinnare come alberi di zecchini d’oro al vento, nei momenti poco pensati, fra sistole e diastole, fra le onde peristaltiche, e lo rivedi sotto strane apparizioni quando eserciti l’ascesi dagli altri. L’alterità distrae sempre perché non riesci a credere che possa avere vita; sono troppi e troppo espressivi e ponderabili e in fondo non ci interessano se non per quanto possiamo sembrare interessanti. Solitudine o volgarità, è qui la scelta. La definizione è figlia della numerosità e ciò che sfugge è più vero perché alloca più memoria. E una palingenesi alla fine ci è comunque assicurata; è il parto di questo assemblaggio di uomini, di questo allevamento di organi, dove nonostante tutto la fabbrica è vicina e somiglia al cortile dell’asilo. Gamia e riproduzione, ripetizione: sono termini che puoi far convergere o divergere; siamo abituati a contrarre perché ciò che è senza controllo difficilmente può essere umano; ma potersi riconoscere, potersi vedere ancora è un non luogo nella strettezza dei nostri luoghi: raschiare via l’intonaco dai muri con una lama retrattile, abbattere le mura, tagliare gli alberi, appianare le colline, dismettere le proprie strade è un’aspirazione alla bellezza che è altrove in quanto tale, per non appartenenza. La vera vita sta seduta sul vuoto, dondolando le gambe; non porta mutande, ha cosce bianche e sottili, ed è senza morale; l’esperienza invece della volontà è uno specchio in frantumi che provi continuamente a riassemblare difendendo punti di vista indifendibili. L’inferno è questo, falso come la moralità che c’è nel dovere rispetto alla necessità, come una suora nel bagno di un bar. E premo forte le ginocchia contro la graticola fino a sanguinare, in un un’incertezza atrofica, magari il dolore si possa attenuare, o riesca a penetrare come fra alluce e pollice una fila di perle di mare, come bocconi sotto le zampe di un animale; sommesso, sperduto, flagellato, scucito, irrequieto ad aspettare che fischino le orecchie. La vita è una malattia, ha solo un decorso un po’ più lungo ma è ugualmente mortale, si è adattata a noi e ci calza a pennello come un parassita; continua come tremore nello squallore dell’unicità, in una poesia di dissoluzione che pretende un corpo che non ci appartiene. E la condanna più grande è non riuscire a credere a chi crede.

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